13/06/2022
Parole dialettali passate in italiano
Il patrimonio lessicale dell’italiano, come quello di qualsiasi lingua naturale, è in costante espansione. La gran parte dei nuovi vocaboli nasce attraverso meccanismi di formazione e composizione delle parole; molte sono, specie negli ultimi decenni, le parole importate dalle lingue straniere. Ma da sempre un apporto notevole è venuto dai vari dialetti, che spesso hanno funzionato come il serbatoio lessicale a cui attingere per quelle nozioni della vita pratica che il vocabolario della tradizione letteraria non possedeva, oppure per ottenere una più colorita espressività. Un calcolo fatto recentemente da Pietro Trifone sulla base delle indicazioni del Grande dizionario italiano dell’uso ha mostrato che degli oltre diecimila lemmi di origine dialettale, più della metà è entrata in italiano dopo l’Unità. In particolare, esiste in italiano un folto gruppo di espressioni e di vivaci locuzioni idiomatiche o proverbiali la cui origine dialettale non è più riconoscibile. Oggi, per esempio, sono italianissime locuzioni originariamente lombarde com e far ridere i polli, essere una mezza calzetta, fare un quarantotto e lo stesso vale per l’interiezione cribbio! Dal Veneto proviene, invece, essere nato con la camicia; dalla Toscana, tra l’altro, andare in visibilio e mandare a quel paese; da Roma lasciar perdere e sputare l ’osso; dal Mezzogiorno cose da pazzi e nel contempo. Il settore in cui l’italiano ha accolto il maggior numero di parole provenienti dai dialetti è senza dubbio la gastronomia. In questo campo spicca l’Emilia-Romagna, da cui vengono i tortellini, le tagliatelle, il cotechino, lo zampone ecc. Ma quasi ogni regione ha dato un apporto: dal Nord in genere proviene la pastasciutta (il nome, non la cosa); dal Piemonte il barolo e la fontina; dalla Lombardia la grappa; da Roma le fettuccine e il pane casareccio; da Napoli la mozzarella e le vongole; dall’Abruzzo la caciotta; dalla Sicilia la cassata. In àmbito burocratico-amministrativo, segnaliamo: questore e questura (Piemonte); scartoffia e secondino (Lombardia); anagrafe, catasto e scontrino (Venezia); buonuscita (Stato pontifìcio); demanio (Italia meridionale). Al Piemonte si deve tutta una serie di vocaboli di matrice militare: pelandrone, cicchetto e ba***re la fiacca; dal Veneto è venuto naia “servizio militare”. Molte voci d’origine dialettale riguardano la natura: tra le altre, brughiera (Lombardia), slavina (Veneto), lava (Mezzogiorno). Per le arti e i mestieri abbiamo, per esempio, il mezzadro (Emilia-Romagna) o lo spregiativo cinematografaro (Roma). Diverse parole si riferiscono al mondo dell’illegalità: bagarino e bustarella (Roma), malavita e camorra (Mezzogiorno), mafia, pizzo, omertà (Sicilia). Molto più forte è, però, il debito che i singoli dialetti hanno contratto con l’italiano, specie per quanto riguarda il lessico astratto e intellettuale. Così, per esempio, nel dialetto di Sant’Alfìo (Catania). L’italianizzazione ha agito negli àmbiti più esposti a rapporti con l’esterno, come la burocrazia (a pinziòni “la pensione” invece dell’espressione dialettale tradizionale u sord’i rritìru), i rapporti di parentela (vidua “vedova” invece di cattiva), il lessico astratto in genere (spurtunatu “sfortunato” invece di malasurtatu, cunfruntari “confrontare” invece di aggualari).....
In qualche caso, il dialetto ha accolto nel proprio patrimonio lessicale anche un certo numero di forestierismi. Nel suo romanzo autobiografico Libera nos a malo, Luigi Meneghello (1922-2007) inserisce alcune parole straniere adattate alla pronuncia locale nel quadro di una ricostruzione quasi filologica del dialetto d’origine (Malo, nel Vicentino), indagine di una realtà socio-antropologica - e insieme autobiografica - ormai scomparsa.
Giocando al pallone s’imparavano anche gli elementi dell’inglese, Au [aut], Ossei [out side], Cros [cross], Còme [corner],Tràine [trainer], Gol [goal]: s’imparava inoltre a rispettare le regole e gli uomini in cui esse s’incarnano, Massimino per esempio, [...] Ma la squadra di Guido aveva, ancora in erba, due o tre dei più begli ingegni calcistici che il paese abbia mai prodotto: l’estroso Ennio, geniale nei gol di punta, e Nello-Fiore, maestro del dribbli [dribbling] e della manovra: perciò fin dalle prime ore i gol contro quelli di Massimino grandinavano. (Testo da L. Meneghello, Libera nos a Malo, Mondadori, Milano 1996, pp. 81-82)