27/10/2014
IL GIOVANE FAVOLOSO SECONDO ALCUNI CRITICI
"Ironico, ribelle, inquieto e vagabondo, sfrontato, dirompente. In altre parole, contemporaneo come una rock star. Così è il Leopardi raccontato ne 'Il giovane favoloso' (il titolo del film è mutuato da una poesia di Anna Maria Ortese) da Mario Martone (...), che ha affidato il corpo fragile, deforme e sofferente del poeta di Recanati a Elio Germano. Il regista prosegue così la sua personale riflessione sull'Ottocento italiano evitando le trappole di luoghi comuni che avrebbero portato dritto alle più scontate reminiscenze scolastiche. Sceneggiato dallo stesso Martone insieme a Ippolita di Majo a partire dai testi del poeta, dalle lettere e dai documenti che parlano di lui, il film ci restituisce un uomo più vivo e vero che mai, pieno di passione e furore, dolcezza e rabbia, diviso tra commoventi slanci vitali e profonde malinconie (...). Germano recita senza enfasi 'L'infinito' come se la celebre poesia nascesse per la prima volta dalle sue labbra e le musiche elettroniche del berlinese Sasha Ring offrono un interessante contrappunto alle immagini. Felice anche la scelta del resto del cast (...)." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 17 ottobre 2014)
"Elegante, lento, temerario dramma biografico di Mario Martone, che fra dialoghi colti, costumi d'epoca, musiche invadenti e brevi squarci paesaggistici, racconta la triste odissea leopardiana. Il poeta è incarnato dal via via più ingobbito Elio Germano, bravo a scansare la caricatura. Unica, deprecabile infedeltà al rigoroso ritratto, il femminiello n**o nel bo****lo napoletano. Inutile come il fulmineo Michele Riondino (...) senza veli." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 17 ottobre 2014)
"Il bellissimo, educativo ma non scolastico film di Martone su Leopardi s'accoppia a 'Noi credevamo', due modi di raccontare l'800: uno sul fallimento risorgimentale, l'altro su quel 'Giovane favoloso' che, guardando l'Infinito e l'ermo colle, sarà il primo a far la rivoluzione, pur accartocciandosi su se stesso: la Terra resta ferma, l'uomo gira intorno con le sue sofferenze, nonostante l'epoca invochi il new deal positivista. Ispirato dall'Epistolario e da altre confessioni, il regista scrive con Ippolita di Majo una sceneggiatura (pubblicata da Electa) in prosa e anche per metafora e visivamente, in versi, su un giovane ribelle (Cobain, Pasolini, Wittgenstein) nevrotico che rifiuta, odia e ama il padre ma lo cerca negli amici intellettuali e nell'affetto aitante di Ranieri (...). Diviso in scultorei blocchi narrativi, il film respira di uno sfarzo che viene dalla cultura non dal budget, dalla forza dell'introspezione a immagini, dal piccolo punto psicologico del montaggio di Quadri. Elio Germano, strepitosamente sofferente è anche consapevole, come si guardasse vivere: indimenticabile mentre struscia sulle pareti polverose di pergamena di libri, abbandona la «vile prudenza» e invoca il potere del Dubbio che salva dal tanto amato silenzio. Perfetto nel dosaggio di malinconia e di melanconia, è al centro di un cast perfetto con Michele Riondino, Massimo Popolizio e la grande compagnia di teatro Lombardi-Forte-Binasco-Graziosi." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 16 ottobre 2014)
"Di 'II giovane favoloso' di Mario Martone - per noi il Leone d'oro della scorsa Mostra di Venezia - avevamo parlato come di un ritratto di Leopardi, diviso in tre ideali movimenti che avvitano il filo biografico al filo dell'opera, come aveva fatto il poeta stesso in quello sterminato diario che è lo Zibaldone: un condensato di stati d'animo, appunti, riflessioni, intuizioni filosofiche, che costituiscono una sorta di bozza dei suoi sublimi capolavori. (...) Sullo schermo le notti hanno la tersa limpidezza delle notti dei 'Canti', la musica del tedesco Sascha Ring si alterna alle note di Rossini; Popolizio e Graziosi incarnano autorevolmente il padre Monaldo e lo zio Carlo, Riondino è un romantico Ranieri. Ed Elio Germano è un Giacomo ironico e ribelle di straordinaria naturalezza. A questo punto, però, vorremmo introdurre un motivo che attiene alla poetica di Martone, il quale in questo Leopardi libertario e controcorrente ha messo molto di se stesso, non a caso intitolando il film da una definizione di Maria Ortese, l'autrice di quel magnifico affresco napoletano che è 'Il cardillo addolorato'. Nell'accompagnare il protagonista nella sua città natia, il regista l'ha guardata con gli occhi nuovi di uno straniero turbato della sua «meravigliosa confusione»; e, pur essendo artista che gioca semmai a raffreddare i toni - si è abbandonato per una volta a un conturbante registro visionario. Per poi riemergere a siderale serenità in un bellissimo finale scandito dai versi eterni di 'La ginestra'." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 16 ottobre 2014)
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