18/08/2026
“MA VIA, DOTTORESSA, È SOLO UNA CANNA, È ROBA NATURALE E POI LE FANNO TUTTI!”
IL GRANDE INGANNO CHE REGOLE E SALUTE NON POSSONO ACCETTARE.
(di Rosanna Schiralli - psicologa e psicoterapeuta)
www.educazioneemotiva.it
Quante volte, parlando con i ragazzi o ascoltando i discorsi tra genitori, si sente minimizzare l'uso della ma*****na? Si tende a pensare che, in fondo, si tratti di un prodotto «naturale» e che la sua tossicità sia relativa.
È UN GRANDE INGANNO. Innanzitutto, perché in natura non tutto ciò che è vegetale è sinonimo di benessere (basti pensare alla cicuta). In secondo luogo, perché l’hashish che circola oggi tra i giovani è normalmente «tagliato» con grassi alimentari di scarto, paraffina e persino materiale plastico bruciato come gli pneumatici usati. Un mix tossico e pericoloso.
Anche il tanto sbandierato mito della LEGALIZZAZIONE , all'atto pratico, non porta a nulla. Oggi le canne sul mercato nero vengono prodotte con l'aggiunta artificiale di molecole amfetaminiche e cocaina. Questo mix chimico serve a dare un effetto molto più forte, devastante e "appetibile" per i giovani. Se lo Stato legalizzasse la sostanza pura, i ragazzi continuerebbero comunque a rivolgersi al mercato illegale per cercare lo sballo potenziato a cui sono stati abituati.
Inoltre, la legalizzazione non risolverebbe affatto il problema dello spaccio: ai minori non si potrebbe comunque vendere nulla per legge. Di conseguenza, i giovanissimi rimarrebbero comunque preda degli spacciatori o di adulti consenzienti disposti ad acquistare la sostanza per loro.
Nella letteratura scientifica non esiste la distinzione tra "droghe leggere" e "droghe pesanti". Il principio attivo della ma*****na (il THC) agisce direttamente sul sistema nervoso centrale. Una mole impressionante di studi scientifici conferma che, nel tempo, questa sostanza arreca danni seri e spesso sottovalutati all'attenzione, alla concentrazione e alla memoria.
MA QUALI SONO I VERI CAMPANELLI D’ALLARME PER UN GENITORE?
L'uso prolungato altera profondamente la sfera cognitiva ed emotiva dei ragazzi. Non si tratta di generiche "crisi di crescita" o di stress da studio, ma di chiari segni di intossicazione.
Ecco di seguito cosa osservare.
- Il cambiamento psicologico: la caduta delle competenze cognitive induce una forte apatia e superficialità.
- Il ragazzo abbassa improvvisamente il rendimento scolastico, si isola, allontana gli amici storici e abbandona gradualmente lo sport o le attività in cui prima era motivato e coinvolto.
- Le montagne russe emotive: si nota una progressiva chiusura e una contrazione degli interessi.
- L'umore diventa instabile: si passa repentinamente da richieste di vicinanza molto infantili a scatti di irritabilità e rabbia senza ragioni apparenti.
- I segnali fisici: l'uso costante favorisce l'insorgenza di congiuntivite, bronchite, naso perennemente chiuso, forti alterazioni del sonno e dell’appetito.
- A livello psicologico, subentrano ansia, continui mal di testa, fino a vere e proprie crisi di panico e paure immotivate. Nei soggetti già fragili, può addirittura facilitare l’insorgenza di gravi attacchi psicotici.
Proteggere i nostri figli significa non girarsi dall'altra parte e non accettare la cultura del "lo fanno tutti".
I confini fermi e l'osservazione attenta dei loro cambiamenti emotivi sono gli unici veri anticorpi che possiamo offrire loro.
16/08/2026
L’IMMAGINE DI APPLE È STATA RIMOSSA: COSA C'È DIETRO?
A Milano è stata rimossa la gigantografia pubblicitaria che mostrava un bimbo piccolissimo con uno smartphone e la scritta “Tutto ok, è IPhone”.
Non è una semplice polemica, ma il segnale di un cambiamento profondo. Il succo in 5 punti chiave.
– IL SEGNALE: La rimozione del manifesto dimostra che il mondo adulto sta finalmente aprendo gli occhi sui rischi del digitale precoce nei bambini. L'asticella si sta spostando verso la tutela dei minori.
– L'EMERGENZA CLINICA: i dati scientifici e i medici mostrano UNA CRISI SENZA PRECEDENTI NELLA SALUTE MENTALE E FISICA DEI MINORI, strettamente legata all'uso e alla pervasività dei dispositivi digitali.
– LA STRATEGIA DELLE BIG TECH: negare i danni e colpevolizzare i genitori pur di proteggere i profitti economici. È la stessa identica strategia usata in passato dalle multinazionali del TABACCO per evitare condanne e regolamentazioni.
– LA LEGGE PARLA CHIARO: la Cassazione ha confermato che le aziende hanno l'obbligo di informare sui rischi potenziali dei loro prodotti, anche in presenza di incertezza scientifica. Il profitto non può superare la trasparenza giuridica.
– LA SOLUZIONE: il digitale va trattato come un fattore di rischio per la sanità pubblica. Servono tre azioni strutturali: educazione preventiva, scuole smartphone-free e divieti legislativi basati sulle fasce d'età.
Siamo finalmente passati dal subire passivamente il problema al volerlo governare. La tutela della salute dei nostri figli deve ve**re prima dei bilanci delle multinazionali.
15/08/2026
FIGLI ADOLESCENTI O OSPITI IN UN RESORT?
ECCO COME COSTRINGERLI AD AIUTARE IN CASA (SENZA FINIRE IN TRIBUNALE)
Ammettiamolo senza ipocrisie: le nostre case sono diventate dei resort a 5 stelle gratuiti.
Guardateli. Sono spalmati sul divano in posizioni che sfidano le leggi della fisica, con lo smartphone fuso al palmo della mano e quella faccia da "il mondo mi annoia". Ogni volta che chiedete di spostare un bicchiere, sembra che stiate firmando la loro condanna a morte.
"È grande solo quando gli pare", "Sembra un principino", "Non alza un dito". Ormai non siete più genitori, siete i loro maggiordomi non pagati.
Ma la colpa è davvero tutta loro? O siamo noi che abbiamo scambiato l'educazione con il servizio in camera? Dividiamoci pure nei commenti, ma la verità fa male: se tolleriamo che a 16 anni non sappiano distinguere la lavatrice da un sottomarino, STIAMO FALLENDO NOI, NON LORO..
Se volete sopravvivere alla loro finta apatia e riprendervi la casa, ecco alcune regole (ciniche ma efficaci) da stampare e attaccare sul frigo.
- Addio al "Figlio Mulino Bianco": se vi aspettate un "Certo madre, corro a pulire!", avete sbagliato film. Lo sbuffo, il "che p***e" e il "dopo" sono di serie. Accettate il negoziato, ma non fatevi commuovere dai loro sguardi da vittime.
- Tagliate i viveri (metaforici): urlare e minacciare di togliere il Wi-Fi crea solo dei martiri. Se non collaborano, la risposta è una sola: "Niente aiuto in casa? Allora venerdì sera niente auto/paghetta/libertà". Il dovere viene prima del diritto.
- Sciopero del maggiordomo: vi a pena vederli stanchi? Vi dà fastidio il piatto sporco nel lavandino e lo lavate voi? Complimenti, avete appena perso. Lasciateli affogare nei loro piatti sporchi finché non finiscono quelli puliti. Impareranno per sfinimento.
- La camera-discarica (ma con un limite): la loro stanza è la fotografia della loro mente, un caos primordiale. Chiudete la porta e non guardate. Ma stabilite il confine: se la puzza di calzini usati supera la soglia della porta, scatta il protocollo d'emergenza. Lasciate comunque i loro panni sporchi buttati là sulla sedia, e che non mettono nella cesta dei panni da lavare, fino a che non rimarranno senza un paio di mutande o magliette pulite.
- Basta recite per i parenti: "Pulisci che arrivano gli ospiti!". Ma anche no. Devono pulire perché vivere nel fango fa schifo a loro stessi, non per salvare la vostra reputazione con la zia.
- Voi siete i piloti dell’aereo, non i loro amici: se voi per primi lasciate le scarpe in corridoio, avete perso in partenza. Ma se siete dei maniaci del pulito che disinfettano anche l'aria, non stupitevi se scappano in camera per non sentirvi respirare.
- Un briciolo di empatia (prima del sequestro): ok, sono irritanti, ma ricordatevi che l'adolescenza è un inferno di ormoni, paranoie scolastiche e cuori spezzati. Prima di lanciare la scopa contro di loro, chiedete un "COME STAI?”, “COME SEI STATO OGGI?”. Lasciateli decomporre sul divano per mezz'ora dopo scuola prima di far scattare i lavori forzati.
La convivenza è un lavoro di squadra. Non stiamo chiedendo di scalare l'Everest, ma di buttare la spazzatura e lavare una tazza.
Un’ultima cosa: come ripetiamo continuamente su questa pagina, ricordate che le regole fanno bene al cervello (ancora in costruzione) di vostro figlio: fanno produrre più sostanze della calma e del benessere e meno sostanze dello stress. Perciò, niente sensi di colpa!
(di Rosanna Schiralli
psicologa e psicoterapeuta)
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14/08/2026
“MIO FIGLIO HA PRESO TUTTO DAL NONNO”
LO PENSIAMO QUASI TUTTI, MA LA SCIENZA DICE CHE NON È AFFATTO COSÌ.
Quante volte ce lo siamo sentiti dire? Fin dai primissimi giorni di vita in ospedale, ostetriche e infermieri guardano il neonato e sentenziano: "Ha un bel caratterino!" oppure "È un bambino tranquillo". Poi arrivano i consigli dei pediatri, le osservazioni delle educatrici al nido e infine gli insegnanti a scuola. Tutti pronti a etichettare quel comportamento come qualcosa di innato.
È tutto errato. Difficile da credere, e spesso difficile da accettare per i genitori, ma è un dato scientifico incontestabile: IL CARATTERE NON È SCRITTO NEL DNA, NON È GENETICO; CON IL CARATTERE NON SI NASCE.
Ogni persona è indiscutibilmente unica. Persino i gemelli identici (omozigoti) con lo stesso corredo cromosomico, pur condividendo lo stesso identico codice genetico, sviluppano personalità e caratteri completamente diversi se crescono e interagiscono in contesti differenti.
È L’AMBIENTE A PREVALERE, in virtù della miriade di stimoli che plasmano letteralmente il cervello dei nostri figli.
Per "ambiente" in psicologia intendiamo tutto ciò che circonda un bambino: le relazioni con gli altri, il clima in cui vive, le aspettative della famiglia e, soprattutto, l’educazione. Le interazioni quotidiane con le figure di accudimento sono la principale fonte di stimolazione in grado di forgiare gli schemi mentali, la struttura stessa del cervello e la personalità.
Tutto ciò che non è determinato dal DNA è forgiato dall’ambiente.
Certo, la genetica organizza e guida la costruzione biologica iniziale, ma già durante la gravidanza l'esterno inizia a influire. Un forte e prolungato stress della madre, ad esempio, produce livelli elevati di cortisolo che possono incidere sulla futura sensibilità del neonato. Molti studi rilevano che una forte deprivazione affettiva ed emotiva nei primi anni di vita è il principale fattore di deficit cognitivi e sociali futuri, a prescindere dal codice genetico di partenza.
Lo stesso vale per i talenti. Il DNA può offrire grandi potenzialità di base, ma se non incontra un terreno fertile e stimolante, quelle doti non si esprimeranno mai. Se Mozart non fosse nato in una famiglia di musicisti, con molta probabilità non avrebbe mai toccato un clavicembalo; e se Maradona non fosse nato in Argentina, dove il calcio è un valore assoluto, non sarebbe mai diventato il campione che conosciamo.
Ecco come interagiscono genetica e ambiente: incontro, a volte casualità, ma anche sforzo, desiderio e resilienza. Su tutto, però, l’EDUCAZIONE – intesa come l’insieme di atti finalizzati a sostenere un figlio nella sua affascinante avventura – rimane l’aspetto davvero determinante.
E, guardate, sapere che il carattere non è genetico non è una condanna, ma una speranza, perché pensate a quanto si può fare per modificare il carattere di un figlio quando ancora è in età evolutiva. Certo, se non è genetico, questo implica una responsabilità e non possiamo prendercela con la genetica sé nostro figlio è in un certo modo. Ma la responsabilità è anche una bella avventura, non credete?
(di Rosanna Schiralli
psicologa e psicoterapeuta)
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13/08/2026
COMPLIMENTI AD APPLE: ADESSO IL BABY-SITTER DA 1200 EURO RESISTE ANCHE ALLA PAPPA.
(di Rosanna Schiralli
psicologa e psicoterapeuta)
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Avete visto l'ultimo capolavoro del marketing Apple? Un cartellone gigante con un bambino di pochissimi anni che stringe un iPhone tutto sporco. Slogan: “Tutto ok, è iPhone”.
Traduzione letterale per noi genitori: "Tranquilli, potete continuare a usare lo smartphone come un biberon digitale per zittire i vostri figli, tanto il vetro non si rompe".
Siamo oltre il ridicolo. Questa campagna è un insulto all'intelligenza e alla salute pubblica, ed ecco perché sdogana fin dalla culla: mentre neuroscienziati e pediatri urlano che gli schermi sotto i 3 anni disintegrano l'attenzione e il linguaggio, Apple ci dice che è "tutto ok".
In secondo luogo ci sono priorità totalmente capovolte: Il dramma vero non è se il bambino rompe lo schermo da mille euro. Il dramma è che a due anni ha già in mano un algoritmo progettato per creare dipendenza.
Infine, il capitalismo sulla pelle dei bambini: pur di vendere la resistenza di un vetro, si normalizza l'immagine di un bambino ipnotizzato. Un autogol culturale senza precedenti.
C'è una finta narrazione di "libertà" e "praticità", ma la realtà è che stanno normalizzando la prima generazione di ANALFABETI EMOTIVI.
Cara Apple, la resistenza del telefono ci interessa zero se l'effetto collaterale è la dipendenza precoce dei nostri figli.
Questa volta avete toppato alla grande.
E no, non è "tutto ok".
11/08/2026
“NON TI SOPPORTO PIÙ!!!”
COSA FARE QUANDO I FIGLI RISPONDONO MALE
(di Rosanna Schiralli
e psicoterapeuta)
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C'è un momento preciso nella vita di ogni genitore in cui una frase urlata in faccia, una porta sbattuta o un silenzio ostile fanno più male di uno schiaffo. Ci si sente impotenti, arrabbiati e profondamente feriti.
La prima reazione istintiva è quasi sempre simmetrica: alzare la voce più di loro, minacciare punizioni esemplari o dire frasi come "In questa casa non ti permetto di parlarmi così!".
Ma l’EDUCAZIONE EMOTIVA ci insegna che quando un figlio risponde male, non sta quasi mai attaccando noi. Sta usando l'unica modalità che conosce in quel momento per scaricare una tensione interna che non sa gestire.
Come possiamo disinnescare queste tempeste emotive senza perdere l'autorevolezza?
Intanto NON DOVETE SALIRE SUL RING: se rispondete urlando, state convalidando la sua rabbia. Diventate un suo coetaneo che litiga, non la sua guida. Mantenete un tono di voce fermo e basso. Il contrasto tra le sue urla e la vostra calma è il primo potente calmante.
Poi ti mandate il confronto: quando l'adrenalina è a mille, il cervello non impara nulla. Usate la tecnica del rinvio: "Vedo che sei molto arrabbiato adesso e non riesco a parlarti. Ne riparliamo tra dieci minuti, quando ci saremo calmati entrambi".
Infine separate l'emozione dal comportamento: la rabbia è un'emozione legittima e va accolta, ma IL MODO in cui la esprime no. Quando si sarà calmato, il messaggio deve essere: "Puoi essere arrabbiato con me e hai il diritto di esserlo, ma non hai il diritto di offendermi o mancarmi di rispetto. Trova un altro modo per dirmelo".
I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti che non si arrabbiano mai, ma di adulti capaci di restare calmi e stabili anche quando tutto intorno a loro trema.
10/08/2026
“MA, PAPÀ, SE MI DISCONNETTO ADESSO, DOMANI SONO FUORI DA TUTTO!!!"
LA TRAPPOLA DELLO SMARTPHONE.
(di Rosanna Schiralli
psicologa e psicoterapeuta)
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Scena di ieri sera. Il figlio è in camera sua, le luci sono spente ma la stanza è illuminata dal riflesso del telefono. Il padre gli dice di spegnere e lui, scocciato, risponde: "Ma papà, i miei amici sono tutti online adesso! Mandano i video su TikTok e commentano. Se mi stacco ora, domani nel gruppo sono fuori da tutti i discorsi. Fanno tutti così!"
Il genitore sospira, avverte quella fastidiosa morsa allo stomaco e pensa: "E se dicendo di no lo escludessero davvero dal gruppo?".
Quante volte vi capita? Che si tratti delle notifiche a mezzanotte, dei trend del momento o del bisogno di essere continuamente connessi, la scusa è sempre la stessa. Ma dietro questo tormentone si nasconde un'insidia educativa enorme. Perché il "così fan tutti" digitale è, in realtà, un grande inganno.
A questa età il bisogno di appartenenza è vitale, ma accettare passivamente il ritmo della massa sui social rischia di insegnare ai nostri ragazzi tre cose molto pericolose
L’ANNULLAMENTO DELL’IDENTITÀ: il valore del ragazzo non dipende più da chi è o da cosa pensa, ma da quanti "like" raccoglie e da quanto si adegua alla corrente dello schermo.
LA FUGA DALLE RESPONSABILITÀ: se tutti passano la notte online o insultano sotto un post, allora nella loro testa quel comportamento sbagliato si normalizza e non è più colpa del singolo.
LA MANCANZA DEL PENSIERO CRITICO: si smette di chiedersi "Questo fa bene alla mia salute e al mio sonno?" e si sceglie la via più comoda, cioè restare connessi per paura di diventare invisibili.
Se non li aiutiamo a sviluppare anticorpi contro la pressione dei social adesso, come faranno a dire di no quando il gruppo proporrà loro sfide ancora più pericolose nella vita reale?
La prossima volta che vostro figlio usa la scusa del "gruppo online", provate a disinnescare la provocazione spostando il focus su di lui:
* “A me non interessa a che ora si collegano gli altri, mi interessa la TUA salute e il tuo riposo”
* “Pensi davvero che un vero amico smetta di esserti amico solo perché non rispondi a mezzanotte?”
Siamo onesti: dire di no quando "tutti gli altri sono online" costa una fatica immensa. Ci fa sentire i genitori "antichi" e severi. Ma educare un adolescente non significa cercare la sua approvazione immediata. Significa FARE DA ARGINE.
Insegnare a un ragazzo a dire "Io non sono tutti" è il regalo più grande che possiamo fargli per il suo futuro: il coraggio di essere leader della propria vita, e non un semplice follower di uno schermo.
09/08/2026
“CI VANNO TUTTI, VUOI PROPRIO ROVINARMI LA VITA?!”
LA SOLITUDINE DEI GENITORI CHE SANNO DIRE DI NO.
((di Rosanna Schiralli
psicologa e psicoterapeuta)
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Leggendo gli oltre 100.000 commenti al mio ultimo post sulle uscite a 14 anni, è emerso un dato lampante, quasi doloroso: la profonda solitudine che provano oggi i genitori che cercano di mettere dei confini.
Moltissimi mi hanno scritto privatamente o nei commenti: "Dottoressa, io vorrei vietare l'uscita serale a mio figlio, ma le chat di classe mi remano contro. Tutti gli altri dicono di sì, E IO MI SENTO UN MOSTRO che gli provoca dolore e conseguenze@" .
Oggi la vera sfida educativa non è solo gestire i figli, ma reggere la pressione sociale degli altri adulti.
Perché abbiamo così paura di dire dei "No" fermi, specialmente in estate?
Spesso confondiamo il ruolo di genitore con quello di amico. Abbiamo il terrore del conflitto, del broncio, del lancio dello zaino. Ma l'educazione emotiva ci ricorda che i ragazzi hanno bisogno di GUIDE AUTOREVOLI, non di coetanei che dicono sempre di sì.
È psicologicamente più facile accodarsi al "lo fanno tutti" piuttosto che diventare l'unico o tra i pochi genitori "cattivi" del paese o del quartiere. Eppure, la sicurezza dei nostri figli si costruisce proprio quando abbiamo il coraggio di proteggerli, anche andando controcorrente. Fermo restando che ovviamente esistono le eccezioni relativamente ad alcune circostanze e contesti diversi.
Dire di no d'estate, quando le chat di gruppo premono e i ragazzi protestano, richiede un'enorme forza emotiva. Ma ricordiamoci che i confini che tracciamo oggi sono il terreno solido su cui i nostri figli cammineranno domani. Non siete soli in questa fatica.
08/08/2026
A 14 ANNI SI ESCE LA SERA DOPO CENA?
DA PSICOLOGA VI DICO PERCHÉ PER ME È NO (ANCHE SE È ESTATE). E ALLE ALTRE ETÀ?
(di Rosanna Schiralli
psicologa e psicoterapeuta)
www.educazioneemotiva.it
"Ma mamma, ci vanno tutti! E poi è estate, non c'è scuola domani, vuoi proprio rovinarmi la vita?!"
Se avete un figlio in prima superiore, questa frase – accompagnata da un lancio di zaino e un sospiro drammatico – è il tormentone fisso di questi mesi.
In questo periodo assistiamo a un fenomeno strano: l'estate diventa una specie di "zona franca" dove le regole educative sembrano svanire. C'è chi usa la scusa che "il paese è piccolo e ci si conosce tutti", e chi in città si giustifica dicendo "ma sì, tanto domani non deve svegliarsi presto".
Da psicologa, però, non sono affatto d'accordo: paese, città o stagione dell'anno, la sostanza non cambia.
Il tramonto tardivo o le vacanze scolastiche non accelerano magicamente la maturità cognitiva di un adolescente. A 14 anni la corteccia prefrontale (l'area del cervello che valuta i rischi e controlla l'impulsività) è ancora in pieno sviluppo.
Le dinamiche di gruppo tossiche, l'approccio precoce alle sostanze e l'incapacità di gestire gli imprevisti notturni non vanno in vacanza. I confini chiari non sono una punizione: sono il recinto sicuro di cui un ragazzo ha psicologicamente bisogno per non sentirsi sperduto nel vuoto delle tre del mattino.
La libertà va concessa un passo alla volta, mantenendo la rotta anche sotto il sole estivo. Ecco una scaletta di massima degli orari concreti divisi per età, basata sulla gradualità.
11 - 13 anni: solo pomeriggio.
Niente uscite serali autogestite. Il rientro pomeridiano è tassativo entro l'ora di cena (es. 19:30 o 20:00 in estate sfruttando la luce). La socialità si coltiva alla luce del giorno.
14 anni: NO alla sera
Dopo cena si sta a casa, a prescindere da cosa dicano le chat dei genitori o il calendario. Se c'è un falò o un compleanno imperdibile, scatta il "trasporto protetto": si accompagna il figlio e lo si va a riprendere a un orario tassativo (es. le 22:30). Niente giri in autonomia al buio.
15 - 16 anni: le prime ore della sera.
Si concede la prima vera serata nel weekend o in estate, ma con confini rigidi. Un orario ragionevole per il rientro è tra le 23:00 e le 23:30, a patto che il rientro avvenga in totale sicurezza e tracciabilità.
17 anni: verso l'autonomia
Ci si avvicina alla maggiore età. Il coprifuoco può allungarsi fino alle 24:00 o alle 00:30. La regola d'oro resta la reperibilità assoluta: se c'è un imprevisto, si avvisa prima che scada l'orario.
18 anni: responsabilità e rispetto
La legge li considera adulti, ma finché vivono sotto lo stesso tetto si rispettano le regole della convivenza. Non si impone un orario fisso, ma resta l'obbligo di comunicare dove si va e a che ora si prevede di rientrare.
Dire di no d'estate è ancora più faticoso e ci fa vincere il premio come "Genitori più cattivi dell'anno". Ma i "No" fermi detti oggi sono le fondamenta della loro sicurezza di domani.
07/08/2026
L’EDUCAZIONE EMOTIVA NON È (COME PENSANO IN MOLTI) “DARE UN NOME ALLE EMOZIONI”.
ECCO PERCHÉ È L’UNICO ANTIDOTO ALLE DIPENDENZE
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Oggi si fa un gran parlare di educazione emotiva, ma spesso la si banalizza. Molti pensano che significhi semplicemente insegnare ai bambini un elenco di vocaboli: "Questa è rabbia, questa è tristezza".
Non è così. L'educazione emotiva non è una lezione di italiano. È un processo biologico ed esistenziale profondo: è IL PASSAGGIO DALLA PULSIONE ALL’EMOZIONE.
C'è una differenza enorme che i genitori devono comprendere
La Pulsione è un cortocircuito corporeo. Non è differibile, non è negoziabile, non è gestibile. È quell'impulso cieco che dice "voglio tutto e lo voglio ADESSO", che spinge un bambino a lanciare un bicchiere a tavola perché è quello sbagliato, o a picchiare un compagno. La pulsione pretende una scarica immediata.
L’EMOZIONE È UNA PULSIONE CHE HA INCONTRATO IL PENSIERO. L'emozione è modulabile, è gestibile, può essere raccontata e, soprattutto, può attendere.
Se un bambino non viene aiutato a compiere questo passaggio, quell'impulso cieco rimarrà una pulsione ingovernabile anche da grande. Ed è esattamente qui che si annida il drammatico aumento delle dipendenze di oggi (da sostanze, da smartphone, da gioco, da approvazione social). La dipendenza non è altro che il tentativo di scaricare immediatamente una pulsione che non si sa come trasformare in emozione. È la ricerca di un "INTERRUTTORE RAPIDO" per spegnere un disagio che non si sa nominare.
Per aiutare i nostri figli a costruire questo ponte neurobiologico servono due ingredienti fondamentali, che devono viaggiare insieme. Non basta uno solo.
Il primo è l’accoglienza (empatia): dobbiamo accogliere il loro stato d'animo. Quando il bambino urla, abbassarsi alla sua altezza e dire: "Vedo che sei furioso perché volevi il bicchiere blu". Questo dice al suo cervello antico (l'amigdala) che è al sicuro e che quel fuoco ha un nome.
Il secondo ingrediente è la regola (limite, confine, contenimento): accogliere l'emozione non significa tollerare il comportamento distruttivo. Subito dopo l'accoglienza, serve la regola stabile: "Sei arrabbiato e puoi esserlo, ma i bicchieri non si lanciano. Ora raccogliamo insieme".
La regola è fondamentale perché pone un limite alla pulsione. Dice al bambino che l'impulso immediato può essere differito, che si può sopravvivere alla frustrazione di un "no" o di un'attesa.
Fare educazione emotiva non significa essere genitori permissivi che dicono sempre di sì, né sceriffi che reprimono tutto. Significa stringere la mano ai nostri figli durante le loro tempeste, offrendo loro l'accoglienza che rassicura e la regola che protegge.