Dynamical Voice: Voice, Speech & Communication Coaching

Dynamical Voice: Voice, Speech & Communication Coaching Voice training; voice, communication and creativity coaching. Workshops, seminars, masterclasses and

Voice and Communication Coaching: singing and speaking voice; vocal technique and physical training for vocalists, singers, actors, speakers; multilingual accent reduction, elocution and dialect coaching; performance psychology; musical education; Estill Voice Training System; applied linguistics; personal body and voice training for performers; voice-based mindfulness.

Come avere una super voce (ovvero: a cosa servono gli “esercizi”)Conosco Francesca da almeno 20 anni. Siamo amici e cond...
18/10/2023

Come avere una super voce (ovvero: a cosa servono gli “esercizi”)

Conosco Francesca da almeno 20 anni.
Siamo amici e condividiamo da sempre una immensa passione per la natura e per la musica. Solo che Francesca non ha mai cantato, ha sempre suonato la chitarra. Quello che canta sono io. Forse crede di non avere controllo vocale? Forse non le piace la sua voce? Forse si vergogna?

Fino a ieri…
Ieri io e Francesca siamo andati a fare un’escursione in montagna, non senza un certo grado di incoscienza tardo-giovanile, visto che sulle spalle si è portata pure la figlia, che compirà un anno tra un mesetto. La bambina è stata bravissima per tutto il percorso a piedi: mai un pianto, mai un lamento, solo occhi curiosi, sorrisi e lallazioni che tradiscono già un’intonazione alquanto veneta 🙂

Saliti però in macchina per tornare a casa, il disastro più totale: urla, pianti, crisi a cui Francesca non assisteva da mesi. Probabilmente la causa principale è stato il repentino cambio pressorio da altimetria. E allora parte la soluzione da mamma: cantare le canzoncine.

Ed ecco la sorpresa: Francesca ha una voce intonatissima, pulitissima e armonica/armoniosa, da soprano leggero, con una accuratezza impeccabile nel passaggio da una nota all’altra, un’agilità fuori dal comune, un’estensione notevole (e dal “passaggio” facile) e, dulcis in fundo, un vibrato naturale regolare e piacevolissimo.

Io muto. Francesca non ha mai studiato né canto né voce, e non ha mai cantato regolarmente nemmeno in un coro amatoriale. Non ha dunque “né qualifiche, né esperienza”… ma la voce è “da contratto immediato”.

Il motivo di questo aneddoto è duplice.

Innanzitutto, è fondamentale ribadire una verità spesso occultata da chi vende corsi di canto:
alcune persone hanno strumenti naturalmente più elastici ed agili di altri. Una particolare flessibilità articolare (articolazione cricotiroidea in primis), nonché un’istologia cordale più vantaggiosa ai fini della gestione vibratoria, unite ad altre caratteristiche anatomofisiologiche favorevoli, si traducono automaticamente in una grande facilità nell’intonazione, nell’estensione, nella modulazione. Può darsi che l’attuale ambiente ormonale in cui Francesca si trova (“supermom”) contribuisca a tale “facilità”, ma lo stesso fenomeno di “talento naturale” lo si osserva in individui di tutti i sessi con o senza prole, per cui l’essere mamma (neo-mamma) aiuta, ma non è l’unica causa soggiacente del “super potere vocale”. Alcune persone hanno naturalmente - e senza sforzo né merito - una marcia in più, bisogna accettarlo. Life is unfair.

In seconda istanza, anche coloro che hanno meno “facilità” naturale debbono adottare un programma di allenamento vocale che miri a migliorare l’elasticità e la dinamicità dello strumento. Ed è qui che entrano in gioco (oltre ad un preciso stile di vita e di nutrizione) tutti quegli esercizi che - talora - fanno storcere il naso agli insegnanti di canto di stampo più tradizionale.

Sirene, trilli labiali e linguali, sperimentazioni con il vocal fry, fonazioni inalatorie, particolari clutter consonantici o abbinamenti consonante+vocale, esercizi a vocal tract parzialmente occluso… Tutti questi espedienti rappresentano in primis una ginnastica vocale che conferisce alla laringe e alle strutture annesse o circostanti il massimo grado di “libertà” (e mobilità/motilità) possibile per un dato individuo. Ciò non significa automaticamente che chi li usa “canterà meglio”… ma uno strumento più flessibile è più duttile ed adattabile, e con tali premesse la gestione dell’intonazione (data essenzialmente dal controllo del grado di tensione cordale), dell’intensità e dei passaggi melodici (…) risulterà estremamente più facile.

Tutti questi esercizi, dunque, non vanno visti come un’alternativa alle scale, ai vocalizzi su scale, o altri exploit di musicalità. Si tratta meramente di propedeutica, preparazione, supporto e cura del corpo del cantante.

In venti anni che studio e canto, ho tratto enormi benefici da tale approccio combinato di ginnastica vocale ed esercizi più tradizionali. Ma è anche vero che Francesca “mi mangia a colazione”… because nothing trumps genetics.

P.S. Per fissare una sessione di vocal coaching o una consulenza online, contattatemi al numero +39 347 145 705 4.

Quando si è molto giovani, sulla base anche di una (in parte) giusta - ma talora falsata - spinta culturale dell’ultimo ...
20/09/2023

Quando si è molto giovani, sulla base anche di una (in parte) giusta - ma talora falsata - spinta culturale dell’ultimo decennio o più, si tendono a rifuggire le norme sociali, in nome di una “rivoluzione” e di un “andare avanti” rispetto al passato. Il rifiuto di qualsivoglia imposizione esterna - cosciente o subcosciente a livello collettivo - diventa un atto di ribellione che viene osannato e poi emulato. Il messaggio soggiacente è legato alla liberazione del proprio vero essere, per cui: “questo sono io - e non permetterò a nessuno di dirmi che non va bene così”.

In alcuni contesti, tale modus cogitandi et operandi può anche funzionare. L’arte - in particolare quella nata per “épater le bourgeois” - è per alcuni aspetti molto affine a questo modo di vedere le cose.

Eppure, l’adesione alla norma sociale è sintomo di armonioso sviluppo della persona, a livello psicologico. Pensiamo ad esempio al modo di vestire: gli italiani, in particolare, sono molto sensibili all’ “outfit” di un professionista. Nel 2023, un esperto di qualsiasi settore che si presenti in un’azienda con un crop top e in ciabatte (pur se della Birkenstock), stona… e - a meno che non sia un nome iperconosciuto ed osannato (come avviene con alcuni celebri businessmen statunitensi) - acquisisce un’aurea di mediocrità o di scarsa professionalità. Per un bias innato, tendiamo ad associare il modo in cui una persona si presenta alla sua competenza (“kalos kai agathos”, dicevano i Greci). Per cui - per giusto o sbagliato che sia - l’abito fa il monaco quasi sempre.

Un senso un po’ più ampio di “abito” racchiude anche tutti quei comportamenti, verbali e non verbali, con cui interagiamo con gli altri: il nostro modo di parlare, il tono di voce, la scelta lessicale, la gestualità e la mimica, la prossemica, la gestione del turn-taking, le pause… Tutto questo insieme di cose dà al nostro interlocutore un’impressione specifica di noi, la quale può essere più o meno funzionale al nostro scopo.

Laddove essa non lo sia, abbiamo un problema. Magari diamo l’impressione di essere costantemente irritati per via di una determinata postura degli articolatori o degli occhi; forse il nostro utilizzo delle pause piene e la velocità d’eloquio denotano insicurezza e lacune; può darsi che suscitiamo diffidenza per la quantità e la qualità dello sguardo…
Ebbene, chi non si occupa di comunicazione può permettersi di ignorare questo tipo di feedback, giacché si può essere dei bravi “tecnici” anche senza risultare gradevoli o simpatici.

Ma chi, al contrario, con la comunicazione ci lavora, potrebbe analizzare (o, meglio ancora, far analizzare ad un occhio esterno) le proprie abitudini comunicative, ed eventualmente cercare di renderle più consone, più funzionali, più vantaggiose ed in linea con l’immagine che si vuol dare di sé.

Ciò non significa affatto “non accettare se stessi”, o addirittura “dare troppo peso all’opinione altrui”. È invece un modo per inserirsi più armoniosamente all’interno di dinamiche sociali - si tratta, quindi, di una forma di intelligenza. D’altro canto, perché mai sarebbe accettabile spendere per un vestito adatto ad una situazione però lavorare sul resto del modo in cui ci poniamo no?

Certo. Bisogna volerlo, bisogna voler cambiare, e ci vuole tempo. Per questo, non è un lavoro per tutti.

Avete mai lavorato per lungo tempo su un aspetto della vostra comunicazione che volevate cambiare?

Più vado in acuto, MENO spazio ci vuole (nel tratto vocale).Non è dibattibile, è fisica acustica.Quello che è eventualme...
12/09/2023

Più vado in acuto, MENO spazio ci vuole (nel tratto vocale).
Non è dibattibile, è fisica acustica.

Quello che è eventualmente dibattibile è il correlato propriocettivo di questo spazio accorciato e ristretto.

Il palato che si alza verso l’alto, un risucchio in alto/indietro, un passare della voce “in maschera”, un “raccogliersi” della pronuncia in avanti, una forte risonanza “di testa”… tutte queste sensazioni scaturiscono (soprattutto) da questo “accorciarsi” e “restringersi” relativo del “tubo” per l’emissione degli acuti.

Per cui se vedete qualcuno che spalanca la bocca deformandosi la faccia appena sale un po’ di frequenza, è molto probabile che il suo canto sia alquanto disfunzionale (e dall’estetica discutibile) nonché inintelligibile.

Un filo di voceLa teoria motoria della percezione del linguaggio parlato ci ha insegnato - fra le altre cose - che laddo...
06/09/2023

Un filo di voce

La teoria motoria della percezione del linguaggio parlato ci ha insegnato - fra le altre cose - che laddove ci sia un mismatch tra input acustico ed input visivo, è generalmente a quest’ultimo che ci rivolgiamo per il discernimento fonologico (effetto McGurk).

Qualcosa di simile avviene anche a livello di qualità timbrica nel canto.

A volte abbiamo la sensazione che qualche cantante stia “sparando” note altissime a volume stratosferico, magari con distorsione timbrica, come se ci stesse mettendo tutto/a se stesso/a. Questo, molto spesso, è perché ci affidiamo agli stimoli visivi.
Basta spegnere il video - ed ascoltare attentamente l’audio (se non editato pesantemente, chiaro!) - per accorgersi che, in realtà, sta uscendo “un filo di voce”. Un filo di voce sapientemente distorto.

Tale coscienza è utile anche a tutti coloro che intendono adottare alcune modalità di “distorsione del segnale acustico” in maniera sostenibile.

Vi è mai capitato di accorgervi di codesta “discrepanza”?

Ma le corde vocali sono in orizzontale o in verticale?“Che domanda sciocca!” - penseranno taluni.E invece no.È uno di qu...
31/08/2023

Ma le corde vocali sono in orizzontale o in verticale?

“Che domanda sciocca!” - penseranno taluni.
E invece no.
È uno di quei quesiti che stimolano una ricerca di carattere maieutico. E la ricerca può portare ad una nuova idea di canto, che può tradursi in una diversa attivazione sensomotoria e, conseguentemente, in una diversa e più funzionale modalità fonatoria.

Se con ”corde vocali” intendiamo riferirci al legamento vocale, il suo orientamento è chiaramente orizzontale, dalla cartilagine cricoidea alla cartilagine tiroidea.

Se però ci riferiamo alla “plica vocale” come entità in grado di vibrare, allora le cose cambiano. Entrano in gioco strati di muscolo, di epitelio, e di mucosa. Il “conus elasticus” - in particolare - ha un’estensione verticale maggiore rispetto a quella orizzontale. Ecco allora che le “corde” diventano corpi vibranti più verticali, che orizzontali.

Il problema è che siamo esseri molto visivi, e la tradizione didattica - soprattutto quella su base scientifica - ci ha abituato alle visioni endoscopiche superiori delle pliche vocali, in cui è visibile solo la parte superiore. Questo ci porta a dire che il loro orientamento spaziale sia “lapalissianamente orizzontale”.

Se però ci orientiamo alla percezione interna, noteremo che lo sviluppo della vibrazione è più verticale, che orizzontale.

(Ad un livello ancora più avanzato di coscienza vibratoria, noteremmo che l’oscillazione ha componenti latitudinali e longitudinali, il che corrisponde ad un effettivo comportamento vibratorio dei vari strati glottici… ma questo è un altro post).

E voi, quando cantate, come le sentite le corde vocali? Orizzontali o verticali?

Mi è stato chiesto di esprimere un’opinione in merito a quanto accaduto al concerto dell’artista in foto.Non ritengo rie...
28/08/2023

Mi è stato chiesto di esprimere un’opinione in merito a quanto accaduto al concerto dell’artista in foto.
Non ritengo rientri nel mio ambito di competenza, e sinceramente nemmeno nelle prerogative di questa pagina.
È però vero che, qualche tempo fa, ho rimarcato in più post come il docente - cui si affida il cantante - abbia l’obbligo morale di dare la precedenza alla salute mentale e fisica di quest’ultimo, prima di cercare di cavarne una qualche “artisticità poietica” (se questo processo è subordinato a qualsivoglia trauma).
I produttori - specie quelli che si appoggiano alla televisione - vogliono invece il “trauma”, la spettacolarizzazione della scenata, l’attacco di rabbia sul palco e i calci ai fiori, il crollo psicotico, la crisi di Tourette… chi più ne ha, più ne metta.

Ecco. Per me l’artista in questione - molto “banalmente” - è stato in preda ad un delirio indotto dall’assunzione di sostanze stupefacenti o, altrettanto probabilmente, da inadeguata terapia farmacologica per disturbo bipolare. Vabbè, … oltre al disturbo di personalità narcisistico-istrionica mai gestito, ritenuto forse “necessario per l’arte che fa”.

Non si dà né torto né ragione a queste persone. La risposta migliore sarebbe stata - e dovrebbe essere - il silenzio.

La patologia mentale non è uno scherzo, e questa mania di spettacolarizzarla è alquanto medievale. Evidentemente, all’homo del 2023 piacciono ancora i freak shows. Ma possiamo educarci ad una maggiore consapevolezza anche in ambito psicologico e psichiatrico. E capire quando bisognerebbe fare un passo indietro o tacere.

Cosa ne pensate voi?

Negli ultimi anni, devo ammettere che ho provato più volte un senso di sconforto didattico.La mia personale ricerca voca...
24/08/2023

Negli ultimi anni, devo ammettere che ho provato più volte un senso di sconforto didattico.
La mia personale ricerca vocale, in età giovanile, si è concentrata sull’esplorazione dello strumento, sulla scoperta delle sue potenzialità, sul lavoro su quegli aspetti tecnico-performativi che Baglioni - in questo articolo - definisce: “le cose che sono possibili ma difficili da raggiungere… per questo stimolanti”.

Quando ho iniziato ad insegnare, gli allievi si rivolgevano a me per seguire un percorso simile, confidando nella mia capacità di guidarli lungo una via che avevo - seppur con tutte le idiosincrasie ad essa legate e la sua unicità - già percorso. E questo è sempre stato il lato più stimolante del lavoro di coaching: ascoltare, individuare schemi abituali, metterli in discussione se necessario, scoprire altre possibilità, altre vie, altre modalità, aiutare l’allievo a gestirle correttamente e ad applicarle al suo progetto artistico, contribuendo alla formazione di quest’ultimo.

Oggi le cose sono molto cambiate.
Sì, c’è ancora chi si affida al docente per quanto sopra esposto, ma sono diventati molti quelli che non prendono nemmeno in considerazione l’idea di studiare la voce o il canto, perché l’unica cosa importante è la produzione. Con “produzione” intendo il lavoro del produttore e del fonico: è quest’ultimo, in modo particolare, a fare la differenza tra un pezzo professionale e uno amatoriale. Non più la competenza tecnico-interpretativa e misicale dell’esecutore. Non serve più avere una padronanza perfetta dello strumento e del corpo: la voce te la sistema il computer. Tu devi solo metterci un testo “interessante” (aggettivo opinabile) e l’immagine. E caricare sulle piattaforme e fare visualizzazioni.

Ho la massima stima e la massima ammirazione nei confronti degli ingegneri del suono. Il problema è che - quando ascolto brani moderni - i veri artisti sono i fonici, non chi canta. In nove casi su dieci. I cantanti non devono nemmeno più prestare la voce; sono meramente dei prestanome e dei prestafaccia. E - Dio ce ne scampi - gli sviluppo dell’intelligenza artificiale non fanno che prevedere un’ulteriore deriva in tal direzione.

È anche per questo che - oramai da vent’anni a questa parte - non frequento quasi più i concerti dei “grandi nomi mainstream”. Preferisco scegliere nomi più di nicchia - o artisti locali - e contribuire (pagando il biglietto o acquistandone il lavoro) al loro sostentamento, giacché mi offrono musica e voce curate e realmente “live”.

Non c’è nulla di male nell’andare ai concerti dei “big del momento”, ma capirete - credo - che per un vocal coach andare ad uno show dove dominano software di pitch correction e pre-registrazioni (vocali e anche strumentali) equivale ad essere un palato sopraffino gourmet appassionato di ristoranti stellati Michelin e ritrovarsi a mangiare un hamburger al Mac Donald’s.

Voi cosa ne pensate?

Categorizzazione vocaleSe non spingete l’aria, se mantenete il volume costante e se non deformate attivamente la vocale ...
22/08/2023

Categorizzazione vocale

Se non spingete l’aria, se mantenete il volume costante e se non deformate attivamente la vocale ricorrendo a manipolazioni di lingua, palato, mandibola e labbra, salendo in acuto vi imbatterete in un ambito frequenziale in cui - automaticamente! - il vocoide che state cantando acquisirà una connotazione diversa, più “chiusa” o leggermente più “cupa”. Ciò è dovuto all’interazione delle formanti con i primi armonici ed il fenomeno viene talora denominato “migrazione vocalica passiva”.

L’identificazione di tale automatico punto di “passaggio” (che non ha nulla a che vedere con operazione meccaniche attive a livello laringeo o faringeo, giacché si tratta di un fenomeno acustico) è fondamentale nell’identificazione corretta della categoria vocale di appartenenza.

Certo, anche la timbrica della voce parlata è importante. Ma quest’ultima presenta un notevole svantaggio ai fini “diagnostici”: è facilmente falsabile.

In chi scrive (baritono), la migrazione vocale passiva ha luogo intorno al Re sopra il Do centrale. E nella vostra voce? Provate a mettervi al pianoforte e fatemi sapere cosa scoprite nei commenti!

A volte mi capita di tappare la bocca dei cantanti. Con il nastro chirurgico.No, non è perché io creda che si debba resp...
10/08/2023

A volte mi capita di tappare la bocca dei cantanti. Con il nastro chirurgico.

No, non è perché io creda che si debba respirare solo con il naso, quando si canta.

No, non è perché voglia prescrivere degli esercizi a tratto vocale semi-occluso.

No, non ha niente a che fare con la riscoperta della vibrazione nelle cavità nasali, in “maschera” o quant’altro.

Il fatto è che la respirazione orale - soprattutto se adottata (magari inconsciamente) come schema abituale a riposo, ma anche nel parlato - è deleteria in quanto secca drasticamente le mucose della bocca, della gola e del naso.

Ci sono tanti comportamenti che incidono negativamente sullo stato delle mucose, rendendole edematose: le intolleranze alimentari - magari mai diagnosticate, latticini in primis -, l’esposizione ad agenti irritanti, la carenza di sonno, la permanenza prolungata in ambienti erroneamente riscaldati o raffreddati… Magari anche voi notate che “vi si tappa il naso” di tanto in tanto. Si tratta di una reazione “normale” (parafisiologica) del corpo… ma per l’uso ottimale della voce, risulta controproducente.

Come rimediare?

Nel lungo termine, ripristinando la normale respirazione nasale a riposo ed adottandola ogni volta che è possibile anche nel parlato e cantato (se la lunghezza delle frasi lo permette), nonché andando ad intervenire su tutte quelle problematiche che potrebbero stare a monte di una respirazione orale (ipertrofia dei turbinati? Setto deviato? Posizione del corpo linguale errata? Malocclusioni? Disordini muscolo-scheletrici a carico del distretto oro-facciale? Abitudini alimentari scorrette? Scarsa idratazione? Abitudini respiratorie disfunzionali conseguenti a stati flogotici in età fanciullesca?…).

Nel breve termine, sfruttando temporaneamente una serie di tecniche (fra cui il “mouth taping”) che - agendo da decongestionante istantaneo (anche incrementando la produzione di ossido nitrico), ottimizzano la tensione delle pareti faringolaringee e delle mucose e, quindi, hanno un influsso positivo su respirazione e fonazione.

Ora non mi si venga a dire che “faccio cantare la gente con il cerotto alla bocca”. È un esercizio, un “trucchetto” - se volete - non una tecnica.

Se avete domande, lasciatele pure nei commenti.

(In foto: l’importanza di respirare con il naso e non con la bocca durante l’attività sportiva, esemplificata da Iga Swiatek che si allena sui campi dell’OBN Montreal).

Gola chiusa negli acutiLa fisica acustica ci insegna che negli strumenti a fiato - incluso il sistema fonatorio umano - ...
07/08/2023

Gola chiusa negli acuti

La fisica acustica ci insegna che negli strumenti a fiato - incluso il sistema fonatorio umano - le frequenze più acute vengono prodotte grazie ad uno spazio più piccolo.

In termini oggettivi (non necessariamente propriocettivi), ciò significa che- per arrivare a cantare le note acute - il tratto vocale si deve restringere ed accorciare.

Tale fenomeno crea, percettivamente in chi sta fonando, la sensazione di un abbraccio ambivalente: esso può stringere/stritolare/schiacciare/impedire la laringe, oppure viceversa rascaldarla, supportarla, coadiuvarla.

Alcuni individui tendono a (co)stringere più di altri, salendo all’acuto. Ed ecco che le loro voci diventano stridule, tirate, danno una sensazione (anche fisicamente, non solo uditivamente) sgradevole a chi le ascolta.
Alcune metodologie - in primis l’Estill Voice Training - suggeriscono che la soluzione del problema sta nella manovra di retrazione falsocordale, sulla base della nozione secondo cui il “problema” siano proprio le corde false.

Secondo la mia esperienza didattica (nonostante io insegni ANCHE la figura della costrizione/retrazione, quando mi viene chiesto) la questione è molto più complessa. A monte, tutto nasce dall’attivazione del sistema nervoso simpatico ed il concomitante riflesso fight/flight/freeze. Ma tralasciando tutto l’aspetto neurologico, restiamo un attimo all’interno della laringe.

La produzione di note più acute è subordinata ad un allungamento e assottigliamento delle pliche vocali. Il primario attore muscolare di tale aggiustamento è il muscolo cricotiroideo. La pars recta di tale muscolo, filogeneticamente, forma uno sfintere in unione con il costrittore faringeo inferiore. Questo vuol dire che la “chiusura della gola” - a mo’ di cravatta - è fisiologicamente programmata a livello neurologico. Si tratta molto probabilmente di una funzione regressiva, ragion per cui il fenomeno è più dominante in alcune persone che in altre.

La soluzione passa per un totale capovolgimento dell’idea di emissione, in modo da scardinare l‘ideazione fonomotoria disfunzionale e permettere al corpo di autoorganizzarsi in un “algoritmo” nuovo, più funzionale e maggiormente elastico.

E voi? Sperimentate sensazione di restringimento o chiusura quando cantate in acuto? O avete superato tali difficoltà? Se sì, con che stratagemma?

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