Portami Il Diario

Portami Il Diario Mi chiamo Valentina Petri. Ho scritto i romanzi "Portami il diario" , "Vai al posto" e "Non ti sento" per Rizzoli.
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14/08/2026

Undici e quaranta del mattino, parcheggio del supermercato. Il sole splende implacabile, l'asfalto rovente sembra liquefarsi sotto la luce, si respira aria bollente. C'è quel silenzio affaticato di quando tutti pensano solo a tornare a casa ad abbracciare il ventilatore, il condizionatore, la pala meccanica, il frigorifero.
"Buongiorno, prof!"
Mi volto più che altro attirata dal suono, comprendere le parole va al di là delle mie capacità. E vedo un ragazzo alto, in canottiera da basket e pantaloncini tirati su e tenuti fermi dall'elastico delle mutande. Mi è vagamente familiare, ma ci sono 42 gradi, vedo tutto sfocato e mi sembra familiare anche quel paracarro laggiù.
"Cosa ci fa qui?" mi chiede garrulo come una cinciallegra.
Cosa ci faccio nel parcheggio del supermercato con due borse della spesa in mano? Vediamo un po'. Mi occupo degli approvvigionamenti, procaccio le salmerie, effettuo il reintegro delle derrate alimentari. "Faccio la spesa" esalo.
"Anch'io!!" esulta trionfante alzando un borsone con così poco sforzo che sarei tentata di mollargli anche uno dei miei.
Nel frattempo emergono nella mia mente dettagli della mia vita precedente a questa estate infuocata. C'è stato un tempo in cui sapevo cose e le insegnavo. Colloco mentalmente il gagliardo in canottiera in un'aula grigia, terzo banco, fila centrale.
"Tutto bene?" mi sento in dovere di chiedere mentre il sacchetto mi sta segando le falangi e il sudore mi scorre in luoghi che non pensavo sudassero, tipo le unghie dei piedi. E mentre lo dico ho un flash.
Fa già caldo, è giugno, pomeriggio di scrutini.
Ma io l'ho rimandato!
"Sì, prof, benissimo!" mi dice lui intanto, ed io penso ma guarda che carino, non porta rancore. Mi sento quasi in colpa. Chissà che tortura studiare con questo caldo.
Lo dico a voce alta. "Certo che con queste temperature si fa fatica a fare tutto, giusto al mattino si può studiare..." azzardo.
"Deve studiare prof?" chiede sollecito e partecipe.
Resto un attimo basita. Cioè sì, certo, di studiare non si finisce mai e in effetti io mi sono anche letta delle cose ma quello con il debito non è lui?
"Ma non hai il debito?" sbotto un po' così, perché va bene la diplomazia ma mi si stanno pure cuocendo le zucchine nel sacchetto.
"Ah, sì! Mi pare di sì!" e però sorride, meno male, non vuole farmi fuori nel parcheggio o forse sì, forse il suo piano è di tenermi qui a parlare finché non fondo come un Mon Cherie abbandonato.
Sento che è il momento di squagliarmela. Letteralmente. "Beh, allora ciao, ci vediamo alla fine del mese..."
"Prof!"
Eccolo. Adesso mi volto e mi percuote con una baguette per rappresaglia.
"Sì?"
"Già che è qua volevo chiederle una cosa, che non ho capito...".
Adesso? Ossignore fa che non mi chieda di rispiegargli il Foscolo, l'unica cosa a cui anelo sono i Sepolcri.
"Ma sono rimandato di italiano o di storia?"
Il tragico è che non mi ricordo nemmeno io.
Speriamo rinfreschi.
Il tempo.
E pure lui, che si rinfreschi la memoria.

22/07/2026

Stanno a riva schierati. Un manipolo male assortito. A guidarli una forma di vita tardoadolescenziale che potrebbe benissimo, per età, stare in una delle mie classi. Loro, i suoi fidi, hanno a occhio tra i cinque e i nove anni e sono armati fino ai denti. Palette, secchielli, formine, setacci, alambicchi, pupazzetti galleggianti, rastrelli ungulati. La povera animatrice, costretta dal suo ruolo a indossare una chiassosa maglietta fluorescente, sta ripetendo per la quarantamilionesima volta le regole della gara di castelli di sabbia. Una sola regola, in effetti. Si deve costruire un castello.
Ma di sabbia?
Eh, sì, visto che i mattoni in spiaggia non ci sono.
Ma si può decorare con le conchiglie?
Sì, ma dopo, prima magari conviene fare il castello.
Ma questo granchio è morto? Ma possiamo fare la tomba al granchio?
Due bambine si mettono di impegno a fare delle palline. Sono polpette di sabbia, ne vuoi una?
L'animatrice io un po' la compatisco, un po' la capisco, perché occuparsi di gente distratta che vuole fare tutt'altro in situazioni di estremo disagio io lo so com'è.
Faccio l'insegnante.
Un po' penso che per qualcuno sia un giusto contrappasso estivo. Per nove mesi gente più grande ti dice cose e tu te ne strabatti; quando d'estate tocca a te dire cose a quelli più piccoli, quelli se ne strabattono.
È il karma.
Comunque iniziano a spalettare. Uno con il cappellino di Spongebob fa una buca. "È per il fossato con i coccodrilli". Il bambino a fianco, che mi ricorda un sacco Neville, con le guanciotte tonde e gli occhi piccini, scuote la testa e inizia a costruire una montagnola. Due bambine si alleano con un novenne estremamente concentrato che sfoggia tutti i suoi giochi: un secchiello sagomato a forma di castello, formine elaborate per fare smerlature e bastioni, un ambitissimo secchiellino per fare le torri. Ma*****ia, penso, io 'sta roba mica ce l'avevo. Avevo le formine con le lettere, quella con la stella (una punta non veniva mai) e il secchiello tondo e liscio. Il lavoro del ricco possidente procede celere. Le sue groupie gli portano conchiglie e vanno a prendere la qualunque, finché non si distraggono e si mettono a fare le stalagmiti di sabbia colata. Neville, muto e indomito, persevera nell'edificazione di un panettone scosceso gigante. La temperatura già rovente si infiamma, l'animatrice passa da un gruppo all'altro lodando esageratamente il lavoro del multifornito, che ormai colto da sindrome del palazzinaro sta edificando una via Olgettina di torrette dove alloggiare principesse. Neville lo ignora e inizia a edificare un torracchione sul panettone, a mano, a palettate, senza usare stampi. Vado a fare il bagno chiedendomi con quale abnegazione si possa continuare, con quaranta gradi, a dedicarsi all'edilizia.
Esco dopo mezz'ora giusto in tempo per sincerarmi dell'avanzamento dei lavori. Anzi, della rissa che ne è scaturita. Paonazzo in volto, il mago dell'edilizia sta urlando "sì che è un castello il mio, e molto più figo del tuo!". L'animatrice, con la t-shirt ormai adesa al corpo come certi drappeggi nelle statue del Canova, inascoltata, cerca di calmare gli animi.
Neville sta placido davanti al suo. "Non ho detto che il tuo non è bello, ma non è che i castelli sono quelli delle fiabe, eh? Intanto" e mi pare di sentire in sottofondo l'aria sulla quarta corda "spesso sorgevano sulle alture, in luoghi inaccessibili. Poi c'erano le mura che servivano da difesa, ma non è che le puoi fare così come quelle che hai fatto te, di bellezza, le devi unire con un camminamento per le guardie. E poi non hai fatto le feritoie, scusa. E comunque ci va una torre più grande, il mastio, che ci stava il signore, te hai fatto tutte torrette carine ma guarda" e tac! giù una schicchera con pollice e indice "di qua ti entrano i nemici come niente".
Pianti, lacrime, maaaammaaa mi ha rotto il castello, l'apocalisse.

Non so se funziona come per il Dalai Lama, ma io questo qui, se fossi Angela o Barbero, lo terrei d'occhio.

Comunque l'animatrice oggi ha proposto i gavettoni.

(È un repost, facebook me l'ha proposto tra i ricordi, chissà quanti anni ha adesso Neville, farà le superiori)

19/07/2026

Se il 29 agosto vi capita di essere a Belluno vi avviso che andrà in scena lo spettacolo tratto dal mio libro "Portami il diario". È una lettura teatrale con musiche dal vivo, e sono molto grata a Tiziana Ziviani che ne ha curato l'adattamento. Sul sito trovate tutte le info, vi lascio il link nel primo commento.

29/06/2026

"E quindi, cosa farai dopo la maturità?".
Con questa domanda del presidente di commissione ho sentito chiudere tantissimi colloqui d'esame. A volte era sincero interesse per le sorti del candidato, talvolta era la frase in codice per porre fine alle reciproche sofferenze, una safe word come per quelli che fanno bo***ge e si legano come salami o si menano con i frustini. Non posso giurarci, ma sono ragionevolmente certa che le due pratiche, il sadomasochismo e il fare il commissario di maturità, abbiano più di un punto in comune.
Comunque.
Anni fa.
Parecchi anni fa.
Abbastanza perché quello che sto per raccontare sia caduto in prescrizione.
Colloquio orale di una classe mista, termoidraulici ed elettricisti. Le esperienze lavorative si chiamavano ancora "alternanza scuola lavoro", non PCTO, FSL o come accidenti si dice adesso. Il candidato era un mio studente diciamo turista occasionale. Dopo aver cambiato scuole e indirizzi era approdato nella mia quinta a metà anno e non ricordo nemmeno se fosse parte della classe che collegava tubi o di quella che accendeva lampadine. Uscito dallo scrutinio di quinta con un'ammissione improbabile tanto quanto la nazionale del Curaçao ai Mondiali, affrontati i due scritti con la spavalderia di chi non ha nulla da perdere se non un paio di mattinate, si era seduto al colloquio esibendo ciò di cui la natura l'aveva fornito in larghissima misura: un bel sorriso e modi gentili.
In una giornata di candidati impomatati, vestiti come il cuginetto che fa la cresima, lui si era seduto con la fronte madida, i capelli appiccicati alla testa, in jeans e maglietta grigia pezzatissima con larghe macchie che gridavano a gran voce DOCCIA. Uno spettacolo peggiore lo offrivamo solo noi che avevamo quattro colloqui alle spalle e un litigio con l'altra commissione per l'unico ventilatore da cui eravamo usciti sconfitti.
Si siede e biascica qualche evergreen che non ricordo, qualche D'Annunzio estetista e qualche Per Agosto pascoliano, qualche cat on the table e qualche cosa di tecnico a cui ho annuito. Poi racconta dei suoi stage. E qui parla. Parla un botto. Fermàtelo. L'officina di qua, lo zio che ha già la ditta, l'estate prima che ha lavorato al cantiere di un albergo, bella esperienza, mi sono trovato bene, sì sì, molto interessante, tubi bellissimi, certamente, un momento di crescita, contatori stupendi, perbacco quanto ho imparato.
Ci siamo, è il momento.
"E quindi, cosa farai dopo la maturità?" chiede il presidente, per metterci un punto.
Lui ci guarda, garbato, come sinceramente sorpreso da questa imprevedibile domanda.
Ci pensa anche un po' su.
Poi sorride, e risponde: "il pasticciere".
Saluta ed esce.
Che colpo di scena. Resta il mio finale di maturità preferito di sempre.

24/06/2026

Non fa caldo. Fa di più. Le ore adibite a corso di recupero sono una sorta di punizione autoinflitta, un limbo, un periodo di espiazione e sofferenza. Reciproca. Di docenti e discenti. Arrivo a scuola vestita come una persona normale ed esco con le maniche arrotolate sulle spalle come l'ultimo dei truzzi. Le vene varicose, che ancora non avevo, decidono di farmi sapere che sono qui e mi fanno ciao come le caprette di Heidi. Le dita sono gonfie. Il trucco (che cretina a truccarmi) mi cola come se fossi una rockstar, entro con il contouring e lo smokey eyes ed esco con lo sguardo di Courtney Love dopo che si è strafugnata la faccia appena sveglia.
Loro sono inguardabili. Sono usciti di casa al mattino presto e hanno già fatto due ore di matematica. Sono pezzati. Sono chiazzati. Non sono profumati. Ad aleggiare su di noi, un lattiginoso velo che avvolge l'edificio scolastico, perché i lavori di ristrutturazione quando vuoi farli? D'estate. La scuola è un cantiere.
E io sono vecchia, io vorrei guardarlo, il cantiere. Vorrei stare serenamente lì, con l'occhio critico, a vedere il maciame portato via con le carriole. Invece no. Invece quello sparuto gruppo di ribelli è riuscito a bypassare ogni possibile operazione di recupero, a dribblare ogni possibile interrogazione, a evitare, bigiare, saltare, carpiare ogni stramaledetta mattina in cui ho teso una mano, offerto un braccio, allungato un ramo. Niente. Compatti e disperati come solo chi ha altre due materie da recuperare e decide che la tua è quella sacrificabile.
Un manipolo di devastati si presenta puntuale e sudato ai corsi di recupero in vista dell'esame per sanare il debito formativo. Sono momenti molto alti. Sono momenti in cui vorresti prenderli a legnate ma non puoi e allora fai l'unica cosa che ha senso fare, visto che lo Stato ti paga pure (poco) per farla: ripeti.
Ripeti una spiegazione, ripeti un concetto, scrivi, semplifichi, schematizzi. E loro, un po' perché sono pochi, un po' perchè è inutile fare casino, che tanto c'è il martello pneumatico fuori che è francamente imbattibile, loro ascoltano. Guardano l'ora, ma ascoltano. Alzano gli occhi al cielo, ma il cielo non c'è perchè la scuola è fatta su come un bozzolo di farfalla per lavori di consolidamento, e ascoltano. Poco, male, ma ascoltano. Io esco da lì come se avessi fatto cardiofitness e poi aerobica con i fuseaux di Jane Fonda quando era giovane. Esco devastata. Esco prosciugata, disidratata dai 37 gradi, esco con le orecchie trifolate dal rumore di trapani, martelli, urla di operai. Gli operai entrano come cowboy nel saloon, addobbati con ciambelle di cavi e secchielli di macerie e dicono "Oh, pardòn".
Io rispondo "ma le pare, gradisce una parafrasi?"
"Come se avessi accettato, torno a trapanare".
Mai uno che si fermi a cercare con noi due figure retoriche. Uno sì, uno mi ha chiesto una volta "che cosa fate?". Ho risposto "Dante". Ha detto "Bello, mi fermerei" e un po' si vedeva che era sincero, perché era sudato come un'anima dannata e io stavo spiegando le pene di quelli che stanno in basso sì, ma al fresco. Nelle tenebre eterne, in caldo e'n gelo.
Sono quelle mattine in cui mi chiedo perché. In cui mi chiedo se è il caso. Quelle mattine in cui metto in discussione tutto, le mie lezioni, il sistema di valutazione, il sistema scolastico, il sistema solare. Poi però succede che uno, uno che ho rimandato perchè Signoreiddio non c'era proprio alternativa, uno così, di solito un po' perso in cose sue che di certo non erano le cose mie, mi guarda e mi fa: "Prof!".
"Sì?"
"Ma sta roba!"
"Che roba?!"
"Sta roba. L'abbiamo fatta. Mi ricordo".
Riaffiorata, come un relitto dal mare. Magari non in ottime condizione, ma riaffiorata.
Forse dovrebbero cambiargli di nome. Non corsi di recupero, ma corsi di ricordo.
O forse va bene corsi di recupero, perché i ricordi vanno recuperati, come i relitti in fondo al mare, il più è riuscire a trovarli.

(Questo mio post è di due o tre anni fa e lo ripubblico per consolarmi del fatto che c'è stata un'epoca in cui a scuola faceva anche più caldo di così perché l'edificio era avvolto dai teli per i lavori in corso. Che estate ruggente anche quella)

17/06/2026

Una notifica nella chat di quinta. Il giorno prima del tema. Ma allora sono ancora vivi, ma allora si preoccupano.
"Prof, ma il programma di italiano dov'è che ce l'aveva caricato?!".
Perfetto, ma certo, scopriamo la sera prima cosa abbiamo fatto quest'anno! Autori fantastici e dove studiarli, una puntata di Discovery Channel. Almeno non sono gelosa: studiano per l'esame di maturità con la stessa tempistica con cui hanno studiato per me.
Cazzari ma coerenti.
Non faccio in tempo a rispedirlo, il programma, nonostante sia in ogni angolo virtuale possibile e su ogni piattaforma istituzionale ufficiale e ufficiosa, condiviso in classe, firmato, stampato e inciso a pietra sulle pareti dell'aula, dicevo, non faccio in tempo a condividerlo che si girano il file tra loro. Quanto vi penserò, domani. Quando arriveranno quelle sette tracce e penserete quello che hanno sempre pensato i maturandi e cioè:
1. Mamma mia quanti fogli, ma tutta sta roba devo leggere? detto del plico che solo a fotocopiarlo ci sono voluti 30 minuti e una fetta dell'Amazzonia grande come il campo da calcio di Holly e Benji
2. Chi c***o è questo? detto di un autore, giornalista, storico, saggista, statista le cui parole saranno state estrapolate in modo da guidare gli studenti a scrivere parole che l'autore non avrebbe mai pensato di ispirare
3. Quando posso iniziare a mangiare?

Quanto vi penserò. Alle prese con l'attualità, con le domande di comprensione, lì a ripescare nozioni di ortografia, a sfogliare il dizionario, manco doveste tradurre una versione di Tacito. A chiedervi come vanno girati i margini. A chiedervi se una pagina e mezza bastano o se è il caso di allungare il brodo ancora per dieci-quindici righe.
Quanto vi penserò domani, forse alle prese con un autore che abbiamo studiato, concentrati sulla tipologia A, la temuta analisi del testo. Forse è per questo che riguardano il programma, l'elenco degli autori e dei brani studiati. Mi assale un afflato di tenerezza, forse dovrei rassicurarli, mandare loro due ultimi consigli sul tema di letteratura.
E invece eccoli, i miei guerrieri spavaldi.
"Non si studia per il tema, non si preoccupi. La traccia A non la guardiamo nemmeno. È la traccia che guarda noi. Ma noi la ignoriamo. La ghostiamo".
È la traccia che guarda noi.
In bocca al lupo, ragazzi.
Scegliete la traccia che volete.
E margine alto in alto.

08/06/2026

E pensare che ho litigato per avervi.
Litigato, oddio, forse litigato no, ma diciamo insistito vivamente.
Che a ripensarci non ha senso, dovevo essere in uno stato di alterazione, perché non c’è un solo motivo sensato per desiderare di passare sei ore a settimana nella vostra aula dove non prende nemmeno il wifi della scuola. Praticamente è il Triangolo delle Bermude. Questo mese invece è stato il Quadrilatero delle Bermuda, ma questa è un’altra faccenda.
Ho insistito, pur sapendo di aver un’eredità importante da gestire, perché a scuola, quando si subentra in cattedra a qualcuno di molto amato, è un po’ come quando decidi al karaoke di cantare una canzone di Mina: puoi anche fare le note giuste, ma di sicuro la canti peggio.
Ho insistito perché avevo fatto qualche ora di supplenza ed eravate simpatici. Ma le supplenze sono come il primo appuntamento, che ti profumi e ti depili e ti lavi i capelli; poi arriva la quotidianità.
Almeno lì dentro la quotidianità non è mai noiosa. C’è stato un momento dell’anno, tipo la seconda settimana di scuola, in cui ho seriamente pensato che non ne saremmo mai usciti tutti vivi. Come Squid Games.
A questo punto del post dovrei scrivere “e invece poi” e raccontare il magico momento in cui le cose sono cambiate e tutto è diventato un meraviglioso film americano con la musica epica in sottofondo e la classe che man mano si trasforma.
Ma la scuola non è un film, la scuola è fatica, è cazziatoni e risate, è collutazioni e discorsoni, la scuola è momenti di tensione e momenti di distensione, è tradimento e fiducia, orgoglio (molto) e pregiudizi (tanti), timore e tremore (più miei che vostri), miseria (lessicale) e nobiltà (di ideali). La scuola è guerra e pace (certi giorni, certi intervalli), è delitto e castigo (certi consigli straordinari), è sangue (dal naso) e arena ma anche ragione e (buoni) sentimenti.
La scuola con voi è stata questa così qui, un’altalena emotiva da centotrentadue ore più sessantasei.
Oggi entro per l’ultima volta. E interrogo ancora.
Non che servano i voti a me, è a voi che serve ripetere.
Forse anche recuperare.
Recuperare il tempo perso, recuperare i concetti dalla memoria (dài, che li sapete), recuperare il sonno e recuperare le forze e le energie, e soprattutto recuperare la fiducia in voi stessi, perché adesso c’è la maturità e vi serviranno tutte queste cose.
Già che ci siete, recuperate anche la password del registro elettronico.
Io recupero un fazzoletto dalla borsa e arrivo.
E pensare che ho litigato, per avervi.
Ho fatto bene.

07/06/2026

Volete che i genitori firmino il consenso. Ma per ca**tà, ma certo. E volete che prima approvino tutto quello che verrà insegnato, il che presuppone che la genitorialità porti con sé il dono dell'onniscienza. Cioè tu ti riproduci e di colpo ti viene installato un aggiornamento per cui SAI ciò che va insegnato a tuo figlio.
In campo sessuoaffettivo.
Ma io a questo punto direi non solo. Dove sta scritto che la famiglia sa tutto solo su certe questioni?! Mi pare riduttivo. La famiglia sa cosa è meglio per suo figlio e quindi deve vagliare ogni aspetto di ogni disciplina che verrà insegnata.
E firmarmi il consenso.
Io ti dico che farò fare analisi logica a tuo figlio. Sei contrario? La trovi un po' equivoca, con quella copula lì, che evoca amplessi ambigui col nome del predicato? E allora non firmare, disiscrivi tuo figlio dall'ora di grammatica, una verifica in meno da correggere. Tienilo a casa dalle otto alle nove, intanto può guardarsi un reel di due che copulano, è quasi uguale.
Io ti dico che farò fare a tuo figlio scienze, parleremo dei movimenti tettonici. Troppo piccolo? Potrebbe turbarsi? Via, uno in meno da interrogare, sta a casa fino alle dieci, due video su tik tok per imparare come si diventa un vero uomo lo intratterrà egregiamente.
Io ti dico che in storia spiegherò a tuo figlio la penetrazione dei barbari nell'impero romano. Eh lo so, forse è un po' presto per certe cose. Non firmare il consenso per storia e lascialo stare innocente e sereno. Entra a mezzogiorno e intanto si guarda un argomento simile su YouPorn ma senza barbari. O volendo anche con, tanto c'è di tutto.
Governo, sii coerente, a questo punto fai firmare il consenso alle famiglie per TUTTE le discipline, pacchetto completo.
Sta a vedere che questi hanno trovato la maniera di ridurre finalmente gli alunni per classe, che lungimiranza, che statura politica, non ho parole.

25/05/2026

“Non abbiamo bisogno dei poeti”. Sembra uno slogan, invece è una frase che ho trovato dentro un tema. Annidata in mezzo a qualche frase di circostanza, strisciante tra la risposta due e la risposta tre di una qualche testo argomentativo in preparazione alla maturità, scritta con la solita grafia da medico di base che hanno i miei studenti.
Non abbiamo bisogno dei poeti. Forse no. Forse alla fine di cinque anni, anzi di tredici anni di studi, non hai bisogno dei poeti, hai bisogno di capire cosa fare della tua vita, di trovare una strada, un lavoro, hai bisogno di pagare l’affitto, di comprare la benzina. Io faccio la prof di lettere, che ne so io; io ho bisogno dei poeti ma loro no, loro hanno bisogno di uscire con le tipe, di programmare la vacanza assieme, di tentare di nuovo l’esame della patente e lì ti chiedono i segnali e le precedenze, non le poesie.
Non abbiamo bisogno dei poeti. Mi sono portata dentro questa frase tutto il giorno, ben sapendo cosa rispondere, perché il monologo su “a cosa serve la letteratura, a cosa serve la poesia, a cosa servono le materie umanistiche” è un refrain che a scuola tocca ripetere molto spesso. Ma come tutto quello che si ripete spesso, rischia di finire dimenticato o ignorato, perché il tuo preciso dovere di adolescente è di non fidarti di quello che ti dicono gli insegnanti, perché sicuramente ti stanno mentendo, o comunque non capiscono, perché vengono da un’altra epoca, un altro mondo, un’altra vita. Sono gente che si assopisce alle otto di sera, gli insegnanti; sono persone che non mangiano certi cibi perché non li digeriscono o si infilano i pezzettini tra i denti; sono persone che mettono una maglia al primo refolo, che hanno la luminosità del telefono pari a un faro per naviganti.
Non abbiamo bisogno dei poeti. Ma poi un poeta, tutto il giorno, cosa fa?
Me lo aveva chiesto uno studente, una volta, e naturalmente non aveva aspettato la risposta perché tanto mi aveva parlato sopra un suo compagno, che gli aveva detto “eh, fa le poesie”.
Ne stavo spiegando una qualche giorno fa, o forse la stavo rispiegando. Mi sembrava che non importasse niente a nessuno, anzi, credo sinceramente che tutti fossero concentrati sull’unica domanda davvero importante e cioè: se mai qualcuno dovesse chiedermela all’esame, quali sono le cose da dire per farlo contento? Per fargli credere che mi importi? Quale magica frase, quale parola devo pronunciare perché io sembri un membro della setta dei poeti compresi, e possa passare poi a parlare del mio stage, a rispondere a una domanda di cittadinanza, a salutare e andarmene via?
E uno invece mi ha detto una cosa strana. Mi ha detto “prof, però questa poesia è davvero tanto poetica”.
Poi si è zittito perché sembrava una ridondanza, avrei detto io, o una ca***ta, avrebbero detto i compagni. Cosa vuol dire poetica? La Treccani dice “che è ricco di suggestione, di fascino, che ha la capacità di suscitare sogni, fantasie, delicati sentimenti”. Riconoscere qualcosa che abbia il potere di suscitare tutto questo forse vuol dire averne un po’ bisogno. Se riconosco che un piatto è appetitoso è perché so cosa vuol dire avere fame.
Non abbiamo bisogno dei poeti. Forse no.
Ma a quanto pare abbiamo bisogno della poesia.
E no, non lo dico che poesia era, ognuno pensi alla poesia più poetica che sa.

18/05/2026

Silenzio. Rarefatto silenzio. Si sarebbe potuta sentire una matita grattare sul foglio, se qualcuno avesse avuto un foglio e l'intenzione di usarlo per scriverci sopra due appunti, cosa che di solito nelle mie classi non avviene mai, diciamo, spontaneamente. Quel silenzio palpitante di quando Didone aveva chiesto a Enea di raccontarle com'è che era poi andata quella storia in cui c'entrava anche un cavallo.
Il silenzio percosso e attonito di quando faccio il cazziatone.
Capita sovente, a fine anno.
Ero proprio nel bel mezzo di un cazziatone finale, o meglio sommativo, come si dice oggi in didattichese.
(Sommativo o formativo? Tutti e due.)
Ero partita dal particolare (alcuni esiti recenti non particolarmente brillanti) per estendermi all'universale (che ne sarà di voi? dicevo, aggrappandomi alle tende come una diva del muto, a parte il fatto che a scuola non ci sono le tende, il che finisce con il togliere un po' di drammaticità all'effetto finale). Stavo ruggendo e bramendo, per poi pigolare e squittire verso registri molto acuti che attaccavano al muro gli sciagurati investiti dal monologo "tra poco avete l'esame, ma cosa ci andate a fare".
E poi la porta si apre, nel bel mezzo del mio recitativo.
Il meschino è un gym-bro dall'aria sveglia che intuisce, con il tipico radar dell'adolescente, l'atmosfera non esattamente rilassata.
"Cosa vuoi" gli dico senza nemmeno mettere un punto di domanda. Ho fretta di tornare a terrorizzare i miei maturandi, che mi guardano bovini, non tanto perché abbiano paura, quanto perché il rumore che ho prodotto nei cinque minuti precedenti è stato superiore al loro solito. E non è facile da raggiungere, come risultato.
"Ho bussato" mi ha risposto. Che non è una risposta coerente alla domanda "cosa vuoi".
"Hai bussato ma non ho sentito perché stavo redarguendo la mia classe con toni enfatici. Non si può interrompere un veemente monito dicendo chi è?, si rischia di perdere di credibilità".
"Ha ragione".
"Certo che ho ragione. Cosa vuoi adesso?".
"Ehm, scusarmi?" cerca negli occhi dei compagni la riposta giusta ma coglie soltanto quel gesto universale che fanno i mammiferi quando devono comunicare agli altri mammiferi che non c'è altra via di salvezza tranne che fare l'opossum e aspettare che passi.
"No. Cosa volevi prima" torno a dire.
"Ah, ehm. Dovrebbe uscire un attimo se può il mio compagno per..." e indica uno sventurato che accenna ad alzarsi.
Che meraviglioso assist per la ripresa della cabaletta.
Ricomincio dal "ma certo, ma perché no, uscite a farvi un giro, questa scuola ormai è un bar, si entra nelle classi, si chiamano gli amici..." e poi da lì tutto un morire dell'educazione, un inesorabile declino delle nuove generazioni, il tracollo dell'umanità.
"Prof, me ne vado?" chiede sempre sulla porta il Disturbatore dei Cazziatoni Perfetti.
Lo guardo.
Non ricordo chi sia, cosa ci faccia nella mia classe, ho due soli neuroni e sono entrambi andati a farmi le fotocopie.
"Cosa vuoi tu?" chiedo esausta mentre mi siedo e apro il registro elettronico per darmi un contegno.
"Solo avvisare lui che il prof di impianti lo aspetta di là per recuperare la verifica, come credo ci sia scritto sul registro, ma io non lo so, non sono di questa classe, mi scusi, arrivederci, scusi" e sgattaiola via veloce come un topolino. (Perché i topini sgattaiolano e non stopolinano?)
Mi do una regale aria di sussiego.
"Beh, cosa aspetti, vai recuperare la verifica". Il Furetto, velocissimo, si fa dare una biro dal compagno di banco e sguscia fuori dall'aula con il sollievo tipico di chi ha un'ottima scusa per levarsi dai maroni.
"Cerca di farla meglio della mia!" gli urlo dietro.
Quindici giorni ed è finita.
Quindici giorni qui sono mille anni sulla Terra.

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Vercelli

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