12/10/2026
Cammino per andare a scuola e l'ultimo tratto è un marciapiede affollato di ragazzi. Non solo quelli grandi, quelli che di lì a poco mi troverò davanti, afflosciati sul banco, immersi in una felpa. Ci sono anche i più piccoli che si dirigono a passo assurdamente entusiastico verso l'edificio di fronte che racchiude elementari e medie. Puoi datarli da quanto saltellano per andare a scuola, gli studenti. Alle elementari trotterellano, alle medie sballonzolano, alle superiori strisciano. Fatto salvo per quelli che coerentemente strisciano da sempre, a cui va tutta la mia comprensione e tutto il mio rispetto, perché io non ho mai capito come si possa manifestare entusiasmo nei confronti di alcunché alle sette e mezzo del mattino. Dalle nove in poi il mondo è tutto più socievole.
Ma comunque, cammino per andare a scuola e davanti a me ci sono due ragazzini che, se dovessi puntare al casinò, direi che fanno seconda media. Non prima, che sono ancora puffolotti, e non terza, che sono già l'ombra degli adulti che saranno. Seconda. La seconda media è quel portale verso l'incognito, la voce di Farinelli con tre peli di barba, il tentativo di dire bro' con le calze di Dragonball, la nostalgia per qualcosa che vogliono disperatamente lasciarsi alle spalle e l'orrore delle acconciature che sperimenteranno per anni fino alla calvizie. Dodici anni. Che età terribile.
Avessi soldi da scommettere punterei sul fatto che quello lì a sinistra è bravo. Parla da cinque minuti e non ha ancora detto six seven e non dà calci alla cartellina di tecnologia larga come il bassopiano sarmatico. (Vi ho sbloccato un ricordo, vero? Si studia alle medie e poi mai più). Il suo compare, invece, è chiaramente più inquieto e turbato da un pensiero.
«Non c'è quella di inglese, oggi!!» dice a un certo punto con il tono entusiastico di chi viene colto da un pensiero felice. Quando non ci siamo, loro sono felici. Che mestiere crudele.
«Lo so, fra', e infatti ho già fatto tutto».
Alle medie non li puoi lasciare inoperosi. Una classe senza «del lavoro da fare» è un ordigno potenzialmente letale. È prassi dar loro due esercizi, ventordici operazioni, ottomila frasi di analisi logica, sette disegni e la costruzione della cattedrale di Salisbury, una cosetta che tenga le loro terga adese alla sedia.
«Cosa hai già fatto, bro'?» chiede incuriosito l'amico.
«Tutto quello che dobbiamo fare nell'ora di supplenza. Anche gli altri esercizi della pagina. TUTTO».
Che abnegazione, penso.
«Ma poi tutta l'ora cosa fai?» gli chiede l'inquieto, mentre si passa la cartellina da una mano all'altra, rischiando così di azzoppare con la riga da due metri che sbuca fuori una mamma che stava attraversando e due puffetti in monopattino.
«Cosa faccio? Niente. Mi annoio, fra'. Mi annoio. Sto lì e guardo fuori. Un'ora. Che poi abbiamo palestra, laboratorio, oggi pomeriggio ho allenamento e domani c'è la verifica di matematica. E io nell'ora di supplenza non voglio fare NIENTE. Vuoi fare niente con me?»
«Ma la prof ci ha lasciato gli esercizi!»
«Li fai nell'ora prima mentre quella di musica fa suonare a turno, così poi fai niente anche tu».
«Vabbè, dai. Sì».
«Dai».
Dodicenne sconosciuto, chiunque tu sia ti stimo.