Portami Il Diario

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Portami Il Diario Mi chiamo Valentina Petri. Ho scritto i romanzi "Portami il diario" , "Vai al posto" e "Non ti sento" per Rizzoli.
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12/10/2026

Cammino per andare a scuola e l'ultimo tratto è un marciapiede affollato di ragazzi. Non solo quelli grandi, quelli che di lì a poco mi troverò davanti, afflosciati sul banco, immersi in una felpa. Ci sono anche i più piccoli che si dirigono a passo assurdamente entusiastico verso l'edificio di fronte che racchiude elementari e medie. Puoi datarli da quanto saltellano per andare a scuola, gli studenti. Alle elementari trotterellano, alle medie sballonzolano, alle superiori strisciano. Fatto salvo per quelli che coerentemente strisciano da sempre, a cui va tutta la mia comprensione e tutto il mio rispetto, perché io non ho mai capito come si possa manifestare entusiasmo nei confronti di alcunché alle sette e mezzo del mattino. Dalle nove in poi il mondo è tutto più socievole.
Ma comunque, cammino per andare a scuola e davanti a me ci sono due ragazzini che, se dovessi puntare al casinò, direi che fanno seconda media. Non prima, che sono ancora puffolotti, e non terza, che sono già l'ombra degli adulti che saranno. Seconda. La seconda media è quel portale verso l'incognito, la voce di Farinelli con tre peli di barba, il tentativo di dire bro' con le calze di Dragonball, la nostalgia per qualcosa che vogliono disperatamente lasciarsi alle spalle e l'orrore delle acconciature che sperimenteranno per anni fino alla calvizie. Dodici anni. Che età terribile.
Avessi soldi da scommettere punterei sul fatto che quello lì a sinistra è bravo. Parla da cinque minuti e non ha ancora detto six seven e non dà calci alla cartellina di tecnologia larga come il bassopiano sarmatico. (Vi ho sbloccato un ricordo, vero? Si studia alle medie e poi mai più). Il suo compare, invece, è chiaramente più inquieto e turbato da un pensiero.
«Non c'è quella di inglese, oggi!!» dice a un certo punto con il tono entusiastico di chi viene colto da un pensiero felice. Quando non ci siamo, loro sono felici. Che mestiere crudele.
«Lo so, fra', e infatti ho già fatto tutto».
Alle medie non li puoi lasciare inoperosi. Una classe senza «del lavoro da fare» è un ordigno potenzialmente letale. È prassi dar loro due esercizi, ventordici operazioni, ottomila frasi di analisi logica, sette disegni e la costruzione della cattedrale di Salisbury, una cosetta che tenga le loro terga adese alla sedia.
«Cosa hai già fatto, bro'?» chiede incuriosito l'amico.
«Tutto quello che dobbiamo fare nell'ora di supplenza. Anche gli altri esercizi della pagina. TUTTO».
Che abnegazione, penso.
«Ma poi tutta l'ora cosa fai?» gli chiede l'inquieto, mentre si passa la cartellina da una mano all'altra, rischiando così di azzoppare con la riga da due metri che sbuca fuori una mamma che stava attraversando e due puffetti in monopattino.
«Cosa faccio? Niente. Mi annoio, fra'. Mi annoio. Sto lì e guardo fuori. Un'ora. Che poi abbiamo palestra, laboratorio, oggi pomeriggio ho allenamento e domani c'è la verifica di matematica. E io nell'ora di supplenza non voglio fare NIENTE. Vuoi fare niente con me?»
«Ma la prof ci ha lasciato gli esercizi!»
«Li fai nell'ora prima mentre quella di musica fa suonare a turno, così poi fai niente anche tu».
«Vabbè, dai. Sì».
«Dai».
Dodicenne sconosciuto, chiunque tu sia ti stimo.

Domenica prossima, se volete, ci vediamo a Santhià. Mi hanno invitata a partecipare a questa bella rassegna, il Festival...
11/10/2026

Domenica prossima, se volete, ci vediamo a Santhià. Mi hanno invitata a partecipare a questa bella rassegna, il Festival Parole in Gioco, che si terrà dal 15 al 18 ottobre. Il tema di quest'anno è la paura. Che a ottobre è il tema perfetto. Io sarò all'auditorium San Francesco alle ore 18, che poi il diciotto alle diciotto è pure facile da ricordare. Il mio intervento si chiama "la paura in classe". Io non ne ho e i miei studenti spero nemmeno, però ultimamente di paure ne abbiamo tutti tante. Non so cosa ne verrà fuori, sapete benissimo che se mi fate parlare poi il problema è farmi smettere.
Nel primo commento vi lascio anche la locandina a tutta la rassegna.

06/10/2026

Sono grafomane.
Scrivo sulla lavagna, poi scrivo sulla LIM, poi cancello la lavagna mentre copiano la LIM, poi aggiungo una pagina nuova sulla LIM mentre copiano dalla lavagna.
Scrivo e schematizzo, un po' perché mi sembra che prendere appunti abbia ancora senso ma anche per ovviare al problema che non ce n'è mai uno che abbia tutto: c'è chi non ha libri, c'è chi non ha quaderni, ministro ma cosa vuoi che abbiano nello zaino?! ma almeno ce l'avessero, lo zaino! Ogni tanto ne arriva uno col marsupio o col borsello.
Sì, il borsello.
Gli anni Settanta hanno lasciato ferite profonde.
Ma torniamo alle lavagne.
Le riempio. Sembro Nash, quello di A Beautiful Mind, il film con coso, il gladiatore, Russell Crowe, solo che non ci faccio i calcoli, ma ho lo stesso sguardo allucinato e la stessa tendenza a vedere cose che non ci sono.
A furia di riempire lavagne consumo i pennarelli, che a scuola sono merce rarissima. Bisogna andare in ufficio tecnico, stare lì teneri e cucciolosi, sb****re le palpebre, flirtare un po' e poi, mentre sono distratti, frup! farne scivolare tre invece che uno solo nella borsetta.
Sono come una borseggiatrice sulla metro.
Una volta ho preso un pennarello rosso. Quelli sono rari.
Fatto sta che sono lì, nella classe nuova, quella in cui avrò fatto quattro o cinque ore dall'inizio dell'anno perché li ho ereditati, e li vedo solo due ore, e non hanno ancora ben chiaro chi sia 'sta pazza che arriva lì e parla di gente morta mille anni fa.
E resto a secco. O quasi.
Inizio a vedere l'inchiostro farsi sottile e il mio tratto farsi violento e quindi, prima di ritrovarmi a scrivere sul muro con il sangue come nei film dell'orrore — non che la scuola non lo sia — chiedo:
«Scusa, tu, hai voglia di farti un giro?»
«Tu» sarebbe uno che era già in piedi.
Tendono molto a essere peripatetici quando volto le spalle al pubblico. Hanno sempre fazzolettini da buttare, finestre da chiudere, felpe da raccogliere.
Mai proposta fu più gradita.
Si presenta alla cattedra con l'aria di un soldato rinchiuso da ore nella pancia di un cavallo di legno, che attenda soltanto il momento di scendere e dar fuoco a tutto.
Io spero che non abbia intenti piromani. Siamo mica in Francia, qui. Al momento non mi sembra che la classe sia sul piede di guerra. Cioè sì, ma non più del solito.
«Allora, mio buon viandante, fammi un favore. Scendi, sfodera tutto il tuo fascino, il migliore dei tuoi sorrisi, dispensa a piene mani miscusi e perfavore e chiedi se ti danno un pennarello, dicendo ovviamente che è per me, tua Signora e Padrona.»
Esce.

E fu sera e fu mattino.
Molte lune trascorrono prima del suo ritorno, tanto che io sto già pensando di ottenere dell'inchiostro mescolando la lordura del pavimento con le lacrime che verso quando mi chiedono cosa sia il fiordalesimo, che comunque lo trovo poetico.
E invece torna.
Con il pennarello.
E una lattina di Coca-Cola.
«È tardi!» gli dico come Violetta nell'atto III.
«Prof, non ha idea!»
«Del fatto che con i pennarelli dessero la Coca-Cola? No, non ne avevo idea.»
«No, dei pericoli che ho dovuto affrontare per portarglielo! Questa lattina è per riprendermi.»
«Che pericoli?»
«Eh?»
«Hai detto che hai affrontato dei pericoli. Che pericoli? Tigri, leoni?»
«Tigri, prof! Una. Enorme, l'avesse vista. Ci ho combattuto fino ad ora.»
«Ma non hai nemmeno un graffio!»
«Perché l'ho colpita. Adesso è svenuta. Una fatica.»
«E l'hai messa a mo' di tappeto nell'atrio?»
«No, prof. L'ho portata in laboratorio moda, magari con la pelliccia fanno un mantello. O la tengono lì, tipo gatto.»
Non vedo l'ora di passare in laboratorio e vedere se davvero c'è un grosso gatto arancione striato.
Il pennarello nuovo, comunque, scriveva.

29/09/2026

Era l'ultima ora. L'ora in cui esulti in cuor tuo perché ce l'hai fatta, perché le ore sono trascorse e tutto sembra ancora al suo posto, tranne gli alunni, perché quelli al loro posto non ci stanno mai.
Era l'ultima ora di un po' di tempo fa. Ho atteso con pazienza che fosse trascorso del tempo, che questa vicenda cadesse in prescrizione, che nessuno fosse lontanamente riconoscibile.

È una storia di una classe ormai matura, il cui ricordo si perde nella notte dei tempi, ma ora è tempo che anche il mondo sappia.

Insomma, era l'ultima ora. Ma neanche: mancava davvero poco, forse dieci minuti, il momento di far su le cose e ritirare i cavi del pc. E faceva caldo, perché in quelle aule lì fa sempre caldo, ci batte il sole tutta la mattina e verso le due diventano davvero roventi.
Sarà il caldo che surriscalda un po' tutto. La temperatura, ma anche gli animi.

Figuriamoci poi in quelle classi tutte maschili, dove ogni gesto è una manata, ogni scherzo un coppino, ogni lancio di penna una potenziale offesa mortale e ogni cappuccio tirato indietro, ogni pestone sulla scarpa, possono diventare la miccia che fa scoppiare il conflitto.
C'era quel clima rilassato da primavera a Sarajevo nel '14.
Certe volte è un attimo. Sbatti le ciglia ed è già successo. Ti volti a destra perché hai udito uno squillo di tromba e a sinistra è già l'OK Corral.

Il tempo di alzare gli occhi e ce n'è uno a terra.
Segue rapida invocazione di tutte le divinità, cristiane, greche e romane.
«Giocavamo, scherzavamo, è scivolato il banco, si è spostato.»
Ma certo, come no.
Intanto ne ho uno per terra e mi vedo già come Meredith Grey che urla:
«Sospetto trauma cranico. Voglio una TAC encefalo urgente, controllo neurologico e monitoraggio dei parametri vitali. E tenetelo sotto osservazione: voglio sapere subito se perde conoscenza, vomita o presenta alterazioni dello stato di coscienza!»

In tutto ciò, l'Anima Pia si offre di aiutare.
In tutte le situazioni di crisi c'è un'Anima Pia. Un ragazzo in genere assopito durante le ore di spiegazione che, in caso di crisi, si trasforma in un volontario della Protezione Civile.

«Prof, vado a prendere il ghiaccio!» dice, mentre io osservo il corpo di un galata morente che inveisce contro il compagno lamentando dolori atroci.

Dopo pochi istanti la porta fa sblam! e l'Anima Pia entra di corsa recando con sé il necessario per evitare il gonfiore e lenire il dolore, cioè l'insostituibile bustina di ghiaccio secco, l'unico strumento compensativo di cui tutti, prima o poi, abbiamo bisogno.

E sarà per la fretta, sarà perché cambiando l'ordine dei vocaboli il risultato non cambia, sarà che quando sei spaventato e vedi un amico a terra le parole ti escono un po' nell'ordine che vogliono, comunque, invece di dire: «Cazzo! Ho preso il ghiaccio!» lui grida: «Ghiaccio! Ho preso il c***o!»

Quello a terra, comunque, che evidentemente stava solo simulando peggio di Neymar in mondovisione, si è messo a ridere. Così tanto, ma così tanto, che vabbè, a momenti non gli piglia un coccolone sul serio.

Per tutto l'anno bastava dire «ghiaccio» e la classe diventava ingestibile.
Però quando qualcuno mi dice «prof, vado a prendere il ghiaccio», io fatico ancora parecchio a restare seria.

14/09/2026

"Prof, le giuro è urgente!"
Tre mesi senza vederli. Meno, in effetti, perché, tra i corsi di recupero e gli esami, ho visto più loro che i miei asciugamani da mare. Ma comunque, tre mesi senza vederli TUTTI INSIEME.
Metto un piede nel Convento dei Tesori d'Oriente e mi stordisce la consueta miscela di Eau de Testosteron, Parfum de la Do**he Oublié, e Sudatin de le Matin sur l'Autobus. Immaginatevi questo distillato di adolescenza dopo due sole ore di scuola ma in un'aula progressivamente offerta allo sfacciato splendere del sole. Sole negli occhi, l'estate che indugia e loro che si percuotono virilmente al suon di "fra' come va".
Entro con un millimetro di piede, ci vorrebbe il var per stabilire che sono effettivamente entrata, ma subito mi assale uno.
"Cosa fai, qui, torna nella tua classe!" tuono al Fuoriposto.
"È questa la mia classe adesso, prof, lei mi ha bocciato".
"Intanto dubito di averlo fatto da sola. E comunque sì, hai ragione, allora è questa. Ah che brillante idea, e così sei qui ad aggiungerti a questi bro..."
"Prof, andiamo già d'accordissimo, mi sono messo nel banco con TwoMuch".
TwoMuch se lo vedeste lo riconoscerestie. È tutto two much. Troppo alto, troppo luccicoso, troppo tatuato, troppa brillantina, troppa parlantina, troppi amici, troppo tutto, troppo doppio. Two much. E quei due nel banco insieme sono decisamente two much.
"Cercheremo un banco in una zona residenziale più tranquilla o magari nel centro storico..." e inizio a pensarci ma tanto dove li sposto, che sono stipati come sardine e nemmeno si riesce ad aprire una finestra senza decapitarne due.
"Comunque prof, la prego, posso uscire, è urgente!".
Incrocia anche le gambe come me quando starnutisco.
"Ascolta, ti do tre minuti..."
"Eh, no, prof, tre minuti no".
"Come no?"
"Eh, no".
"Mi sembra che tu ce la possa fare, non c'è coda al casello"
"No, prof, lei dice sempre tre minuti. Ma in questa classe deve tenere conto dei fattori nuovi".
"Che fattori nuovi?!"
Cosa succede all'apparato adibito alla minzione intorno ai diciassette anni? Ma*****ia a me che ho fatto lettere.
"Prof, ho cambiato aula. Questa è un botto più lontano dall'altra ".
"È l'aula dopo".
"Sì, ma non verso il bagno, dall'altra parte."
"Ok, sono tre passi in più, non vedo il prob..."
"Eh, ma se passo davanti alla mia vecchia aula ed è aperta? E se mentre ci passo davanti saluto qualcuno?"
"Tu tira dritto e non salutare! Centra l'obiettivo". Metaforicamente e non.
"Ma io sono socievole! Due minuti in più, prof. Cinque minuti in tutto"
"Quattro".
"Vado".

Settanta giorni di scuola alle vacanze di Natale.

02/09/2026

Esco dal collegio docenti con la faccia di chi è stato travolto da un camion che poi ha fatto anche retromarcia per controllare di aver fatto un bel lavoro.
Non tanto per il Collegio, che in fondo è stato soltanto un trailer perché quello serio si fa tra qualche giorno, quanto per la consapevolezza che la macchina si è messa in moto, per il pensiero delle incombenze da portare a termine e per la vaga inquietudine di aver dimenticato qualcosa.
Ah, giusto, il latte.
Prima di tornare a casa vado a fare la spesa. Ma sì, mi dico, già che ci sono prendo un paio di altre cosette. Naturalmente il "già che ci sono" si fa strada man mano mentre vago tra gli scaffali senza carrello, perché tanto dovevo prendere solo il latte e quindi il carrello cosa lo adopero a fare. Ma neanche il cestino. Tengo tutto in braccio, poi in bilico come un giocoliere, i biscotti, un sangiovannirana sempre sia lodato, tre lattine di tonno in offerta, una confezione di salmone, i cerotti che appena passo dalle scarpe aperte a quelle chiuse mi scartavetro i calcagni e altre due o tre inutilità che lì per lì, dopo due ore e mezza di PTOF e PNRR e PFI e PFUI mi sembravano significative.
Non ultima una voluminosa confezione da diciotto rotoli di carta igienica. Chi insegna sa. Inizia la stagione in cui è bene portarne sempre uno in borsa, perché a scuola mancano sempre: vogliono farci passare al digitale ma per certe operazioni non mi trovo altrettanto bene con i pdf.
A un certo punto ficco un paio di cose in borsa, non la borsa borsa, ma uno di quei sacchetti di stoffa, le shopper, le tote bag, come c***o si chiamano adesso 'ste buste che ormai vegetano in ogni mia tasca perché prima o poi vengono a taglio. (Ve**re a taglio, veni a taj, non so se si dice anche da voi per dire "tornare utile" Fine del momento etimologico dialettal culturale).
E niente, arrivo alla cassa come Babbo Natale a cui hanno rubato la slitta e scaravento tutto sul nastro trasportatore, facendo apparire le cose da svariate propaggini. Sorrido alla cassiera sperando che non mi guardi male, ma lei è super professionale e mi chiede se voglio un sacchetto. Ma sì. Stipo tutto quello che ci sta, il resto lo sparpaglio tra la shopper e la borsetta e mi tengo sotto braccio la carta igienica come Perpetua con il cavolo. Esco passando attraverso quei cosi dell'antitaccheggio.
"Mi scusi!" dice a voce alta un ragazzo della sicurezza che stava parlando con il collega. Camicia bianca, pantaloni scuri, stemma in evidenza sul taschino.
"Scusi!" dice ancora e intanto inizia a suonare tutto. Ossignore, avrò mica dimenticato di mettere qualcosa sul nastro e adesso passo pure per ladra? Mi giro con tutta la dignità che può avere una donna, appena uscita da un collegio docenti, senza niente per cena e con diciotto rotoli di carta igienica in mano.
"PROF!".
"Eh?"
Intanto quel coso smette di suonare. La gente si gira. Che incommensurabile figura di guano. Apro la borsa mostrando il contenuto.
"Ma prof, non mi riconosce?". Guardo meglio il ragazzo che pensavo volesse accusarmi di taccheggio. Un ragazzo dall'aria curatissima e ordinata, divisa d'ordinanza, capelli corti. Sorridente.
Secondo banco, fila centrale. T-shirt arancione con uno skateboard disegnato sopra, codino ricciuto, bigliettini appiccicati sulla sedia di quello davanti, bastava spostargli la felpa.
"Sì che ti riconosco! Ma ciao!! Ti abbraccerei pure se non avessi..."
"Fa lo stesso, prof. Cosa fa di bello?"
Di bello? Non lo so. Vado a riunioni, compro carta igienica.
"Sempre lo stesso" gli dico invece. "Lavori qui?" chiedo un po' inutilmente perché il suo collega sta già annuendo.
"Era bravo a scuola?" mi chiede. E io dovrei dirgli che, beh, insomma, bravo forse lo avrei potuto dire in termini manzoniani, che aveva la voglia di studiare di un criceto narcolettico e che però se c'era da far casino di sicuro stava sul podio di quella classe di...oddio quanti anni fa? Cinque, sei? Forse già otto?
Invece dico "certo che era bravo, non si vede?" e lui aggiunge.
"Prof? Sa la novità?"
No che non la so.
"Gliela faccio vedere". E mi mostra lo schermo del cellulare. C'è la foto di un bambino, avrà..."quanto ha?".
"Due mesi! Non dorme mai, un casinista. Ah, mi dia il salmone, che è quello che suona a tutti, ecco fatto. Mi ha fatto piacere vederla eh! Tra quattordici anni glielo mando in prima! E' contenta?".
Non so se mi è venuto da piangere perché i miei alunni diventano grandi e si riproducono, o se perché tra quattordici anni potrei avere il figlio di codino ricciuto in classe.
Almeno ho la carta igienica.
Buon inizio, che giugno ci veda tutti stremati e felici.

(Un anno fa scrivevo questo e ora che lo rileggo mi chiedo se ci sia la carta igienica in offerta, questa settimana).

01/09/2026

Alla fine di agosto sono già tutti lì fuori da scuola. Io non so più chi sia stato rimandato di cosa, alcuni a momenti nemmeno li riconosco, per quanto sono cresciuti. Alcuni sono più abbronzati, alcune più alte, alcuni hanno più barba o meno barba, alcune hanno la montatura nuova degli occhiali, alcuni hanno le meches, alcune hanno la frangia.
Tutte e tutti hanno l'ansia.
Stanno lì, nell'atrio, a tormentare dei fogli arrotolati scritti con una calligrafia che non sempre è la loro, sudano, passeggiano in cerchio, chiudono gli occhi e ripetono concetti, formule matematiche, o formule magiche.
"Prof! Lei c'è!!".
E certo che ci sono, dove devo andare. Ma hanno ragione, sostenere gli esami a fine agosto significa a volte essere valutati da insegnanti ignoti perché in cattedra non ci siamo ancora tutti, mancano certe assegnazioni, certi trasferimenti, certe supplenze, certe stregonerie. E non è bellissimo e nemmeno giusto. Io odio sostituire i colleghi non per il fatto di doverli sostituire, che se non ci sono non è colpa loro, ma perché non mi piace valutare gli sconosciuti agli scrutini.
"Prof, ma c'è anche l'altra prof, che io devo fare lo scritto?" mi chiede il Mesciato Glitterato, in ottima forma fisica, mentale non saprei.
"C'è, tranquilli". L'ho vista in sala insegnanti, la mia collega. È come sempre bellissima, raggiante e ha un pancione che sembra stia per esplodere, nonostante manchi ancora un po' di tempo.
"Prof, ma non pensavamo venisse" aggiunge tra il sorpreso e l'ammirato. In effetti nemmeno io. Decidere di ve**re a scuola, starci per ore, sudando anche l'acqua del battesimo, con un essere umano scalpitante nella pancia e altri esseri umani scalpitanti nei banchi davanti, è un bell'impegno.
"Evidentemente se la sente e poi non ha voluto abbandonarvi a qualche sostituto".
"Prof?"
"Cosa?"
"Ma se partorisce?"
"Ma no, ma non è ancora ora, la scadenza è più in là..." rispondo persino un po' sorridendo.
"No, prof, ma sul serio. Succede. Mio fratello è nato prima. E se deve partorire mentre c'è l'esame?"
"Ma no, ma figurati, e poi non siamo mica nel deserto, c'è l'ospedale vicino..."
"Prof. Ma se succede noi dobbiamo aiutare?"
"In che senso?!" chiedo un filo preoccupata, più che altro per l'aiuto che potrebbero fornire.
"Eh, ma se succede di botto, dobbiamo fare qualcosa, tipo prendere qualcosa...?"
Mentre mi immagino il Mesciato Glitterato versione casa della prateria che si leva i quindici anelli, va a procacciarsi asciugamani, pezzuole di lino e un catino di acqua, lui continua. "Prof, ma se poi nasce durante l'esame, l'esame di riparazione è valido o dobbiamo rifarlo?"
Io francamente a questo non ho saputo rispondere.
Ma tenendo conto che a scuola succede di tutto, immagino che ci sia qualche precedente.
Secondo me è valido.

14/08/2026

Undici e quaranta del mattino, parcheggio del supermercato. Il sole splende implacabile, l'asfalto rovente sembra liquefarsi sotto la luce, si respira aria bollente. C'è quel silenzio affaticato di quando tutti pensano solo a tornare a casa ad abbracciare il ventilatore, il condizionatore, la pala meccanica, il frigorifero.
"Buongiorno, prof!"
Mi volto più che altro attirata dal suono, comprendere le parole va al di là delle mie capacità. E vedo un ragazzo alto, in canottiera da basket e pantaloncini tirati su e tenuti fermi dall'elastico delle mutande. Mi è vagamente familiare, ma ci sono 42 gradi, vedo tutto sfocato e mi sembra familiare anche quel paracarro laggiù.
"Cosa ci fa qui?" mi chiede garrulo come una cinciallegra.
Cosa ci faccio nel parcheggio del supermercato con due borse della spesa in mano? Vediamo un po'. Mi occupo degli approvvigionamenti, procaccio le salmerie, effettuo il reintegro delle derrate alimentari. "Faccio la spesa" esalo.
"Anch'io!!" esulta trionfante alzando un borsone con così poco sforzo che sarei tentata di mollargli anche uno dei miei.
Nel frattempo emergono nella mia mente dettagli della mia vita precedente a questa estate infuocata. C'è stato un tempo in cui sapevo cose e le insegnavo. Colloco mentalmente il gagliardo in canottiera in un'aula grigia, terzo banco, fila centrale.
"Tutto bene?" mi sento in dovere di chiedere mentre il sacchetto mi sta segando le falangi e il sudore mi scorre in luoghi che non pensavo sudassero, tipo le unghie dei piedi. E mentre lo dico ho un flash.
Fa già caldo, è giugno, pomeriggio di scrutini.
Ma io l'ho rimandato!
"Sì, prof, benissimo!" mi dice lui intanto, ed io penso ma guarda che carino, non porta rancore. Mi sento quasi in colpa. Chissà che tortura studiare con questo caldo.
Lo dico a voce alta. "Certo che con queste temperature si fa fatica a fare tutto, giusto al mattino si può studiare..." azzardo.
"Deve studiare prof?" chiede sollecito e partecipe.
Resto un attimo basita. Cioè sì, certo, di studiare non si finisce mai e in effetti io mi sono anche letta delle cose ma quello con il debito non è lui?
"Ma non hai il debito?" sbotto un po' così, perché va bene la diplomazia ma mi si stanno pure cuocendo le zucchine nel sacchetto.
"Ah, sì! Mi pare di sì!" e però sorride, meno male, non vuole farmi fuori nel parcheggio o forse sì, forse il suo piano è di tenermi qui a parlare finché non fondo come un Mon Cherie abbandonato.
Sento che è il momento di squagliarmela. Letteralmente. "Beh, allora ciao, ci vediamo alla fine del mese..."
"Prof!"
Eccolo. Adesso mi volto e mi percuote con una baguette per rappresaglia.
"Sì?"
"Già che è qua volevo chiederle una cosa, che non ho capito...".
Adesso? Ossignore fa che non mi chieda di rispiegargli il Foscolo, l'unica cosa a cui anelo sono i Sepolcri.
"Ma sono rimandato di italiano o di storia?"
Il tragico è che non mi ricordo nemmeno io.
Speriamo rinfreschi.
Il tempo.
E pure lui, che si rinfreschi la memoria.

22/07/2026

Stanno a riva schierati. Un manipolo male assortito. A guidarli una forma di vita tardoadolescenziale che potrebbe benissimo, per età, stare in una delle mie classi. Loro, i suoi fidi, hanno a occhio tra i cinque e i nove anni e sono armati fino ai denti. Palette, secchielli, formine, setacci, alambicchi, pupazzetti galleggianti, rastrelli ungulati. La povera animatrice, costretta dal suo ruolo a indossare una chiassosa maglietta fluorescente, sta ripetendo per la quarantamilionesima volta le regole della gara di castelli di sabbia. Una sola regola, in effetti. Si deve costruire un castello.
Ma di sabbia?
Eh, sì, visto che i mattoni in spiaggia non ci sono.
Ma si può decorare con le conchiglie?
Sì, ma dopo, prima magari conviene fare il castello.
Ma questo granchio è morto? Ma possiamo fare la tomba al granchio?
Due bambine si mettono di impegno a fare delle palline. Sono polpette di sabbia, ne vuoi una?
L'animatrice io un po' la compatisco, un po' la capisco, perché occuparsi di gente distratta che vuole fare tutt'altro in situazioni di estremo disagio io lo so com'è.
Faccio l'insegnante.
Un po' penso che per qualcuno sia un giusto contrappasso estivo. Per nove mesi gente più grande ti dice cose e tu te ne strabatti; quando d'estate tocca a te dire cose a quelli più piccoli, quelli se ne strabattono.
È il karma.
Comunque iniziano a spalettare. Uno con il cappellino di Spongebob fa una buca. "È per il fossato con i coccodrilli". Il bambino a fianco, che mi ricorda un sacco Neville, con le guanciotte tonde e gli occhi piccini, scuote la testa e inizia a costruire una montagnola. Due bambine si alleano con un novenne estremamente concentrato che sfoggia tutti i suoi giochi: un secchiello sagomato a forma di castello, formine elaborate per fare smerlature e bastioni, un ambitissimo secchiellino per fare le torri. Ma*****ia, penso, io 'sta roba mica ce l'avevo. Avevo le formine con le lettere, quella con la stella (una punta non veniva mai) e il secchiello tondo e liscio. Il lavoro del ricco possidente procede celere. Le sue groupie gli portano conchiglie e vanno a prendere la qualunque, finché non si distraggono e si mettono a fare le stalagmiti di sabbia colata. Neville, muto e indomito, persevera nell'edificazione di un panettone scosceso gigante. La temperatura già rovente si infiamma, l'animatrice passa da un gruppo all'altro lodando esageratamente il lavoro del multifornito, che ormai colto da sindrome del palazzinaro sta edificando una via Olgettina di torrette dove alloggiare principesse. Neville lo ignora e inizia a edificare un torracchione sul panettone, a mano, a palettate, senza usare stampi. Vado a fare il bagno chiedendomi con quale abnegazione si possa continuare, con quaranta gradi, a dedicarsi all'edilizia.
Esco dopo mezz'ora giusto in tempo per sincerarmi dell'avanzamento dei lavori. Anzi, della rissa che ne è scaturita. Paonazzo in volto, il mago dell'edilizia sta urlando "sì che è un castello il mio, e molto più figo del tuo!". L'animatrice, con la t-shirt ormai adesa al corpo come certi drappeggi nelle statue del Canova, inascoltata, cerca di calmare gli animi.
Neville sta placido davanti al suo. "Non ho detto che il tuo non è bello, ma non è che i castelli sono quelli delle fiabe, eh? Intanto" e mi pare di sentire in sottofondo l'aria sulla quarta corda "spesso sorgevano sulle alture, in luoghi inaccessibili. Poi c'erano le mura che servivano da difesa, ma non è che le puoi fare così come quelle che hai fatto te, di bellezza, le devi unire con un camminamento per le guardie. E poi non hai fatto le feritoie, scusa. E comunque ci va una torre più grande, il mastio, che ci stava il signore, te hai fatto tutte torrette carine ma guarda" e tac! giù una schicchera con pollice e indice "di qua ti entrano i nemici come niente".
Pianti, lacrime, maaaammaaa mi ha rotto il castello, l'apocalisse.

Non so se funziona come per il Dalai Lama, ma io questo qui, se fossi Angela o Barbero, lo terrei d'occhio.

Comunque l'animatrice oggi ha proposto i gavettoni.

(È un repost, facebook me l'ha proposto tra i ricordi, chissà quanti anni ha adesso Neville, farà le superiori)

19/07/2026

Se il 29 agosto vi capita di essere a Belluno vi avviso che andrà in scena lo spettacolo tratto dal mio libro "Portami il diario". È una lettura teatrale con musiche dal vivo, e sono molto grata a Tiziana Ziviani che ne ha curato l'adattamento. Sul sito trovate tutte le info, vi lascio il link nel primo commento.

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