23/10/2021
Il Pratyahara
È sottrarsi alla dipendenza dai sensi, portare la mente verso il silenzio, l'interiorità, porsi in una condizione neutra, in una situazione di coscienza lucida. Le emozioni sono visitatori temporanei, non dobbiamo permettere che portino eccitazione, amarezza, paura. Quelle distruttive sono caratterizzate da una forte energia, che dobbiamo lasciare che si disperda.
Questa condizione si ottiene quando le facoltà sensoriali non sono più condizionate dai rispettivi organi, si libera il pensiero dall'influenza del mondo esterno, si porta la mente in una condizione di apertura.
Libera l'attività sensoriale emotiva e sentimentale dagli oggetti esteriori portando a un nuovo stato di attenzione interna ed esterna, è l'esperienza dell'autonomia dalla successione inesauribile di forme e stimoli dell'ambiente. Si libera la coscienza dall'autoritarismo della vita quotidiana. Non si è più distratti dai turbinii dell'attività sensoriale.
Dice la Bhagavad Gita che “la conoscenza risiede in colui i cui sensi sono controllati” ed espone l'influsso negativo dei sensi sullo spirito: “I sensi impetuosi trascinano con violenza anche la mente dell'asceta applicato allo sforzo. In un uomo che pensa agli oggetti dei sensi nasce attaccamento per essi; dall'attaccamento nasce il desiderio e dal desiderio sorge l'ira; dall'ira deriva l'offuscamento e dall'offuscamento la memoria turbata” (BG,II,60,62-3).
Quindi per acquisire stabilità della mente, necessaria premessa al percorso spirituale, si deve acquisire un perfetto controllo dei sensi, “quando uno ritrae i sensi dagli oggetti esterni, come la tartaruga le membra, costui allora è di mente stabile” (YS,II,58).
Siamo perennemente catturati dal modo esterno, assoggettati ai suoi stimoli, rivolgendo lo sguardo all'interno, con la padronanza dei sensi dissecchiamo una delle principali fonti di distrazione. È la porta di accesso al mondo interno. Dobbiamo imparare ad osservare le forme in cui si manifesta l'attività sensoriale, prendere coscienza degli stati d'animo, di emozioni e sentimenti, perché dall'osservazione nasce l'autonomia rispetto agli stimoli del mondo esterno. Per accedere alla concentrazione e alla meditazione bisogna aver superato le tensioni esterne, il flusso psicomentale non deve più essere dominato dalle distrazioni, dagli automatismi, dalla memoria.
L'estraniarsi dall'esterno è accompagnato da un'immersione in se stessi. Lo yogi prende possesso di sé, si difende dalle invasioni dall'esterno. Focalizzare l'attenzione è particolarmente importante in un mondo consumistico che crea costantemente nuove necessità, insoddisfazioni permanenti. Non soppressione ma controllo dei sensi, vivere cioè l'esperienza dei sensi regolando a volontà la loro intensità.
Bhoja dice che i sensi non si rivolgono più agli oggetti esterni, ma la mente non perde la sua capacità di avere delle rappresentazioni sensoriali.
“L'abituale agitazione dei sensi viene dominata. Nessuno yogi può raggiungere il fine dello yoga senza controllare i suoi sensi” (Yoga Purana, VI,7,43-4). Lo yogi prende allora fiducia in se stesso e si libera da tutti i mali fisici ed è pronto per l'esperienza dell'identificazione finale. “Che domini i sensi e, concentrando il suo pensiero si abbandoni a me, perché la conoscenza risiede in colui i cui sensi sono controllati” (BG,II,61).
Alcuni metodi, suggeriti dai testi, che portano al ritiro dei sensi sono: la sospensione totale del respiro – fissare lo sguardo tra le sopracciglia o sulla punta del naso – ripetere dodicimila volte la sillaba OM.
Dalla prospettiva Hatha Yoga la Shiva Samhita parla del pratyahara nel III cap., v.57-58: “Quando il praticante riesce a trattenere il respiro per tre ore, allora ha raggiunto il meraviglioso pratyahara, sicuramente e per sempre.
L'eccellente yogi consideri spirito qualunque oggetto percepisca: qualunque cosa i sensi colgano egli resta indifferente”. La tecnica consiste nel fissare l'attenzione su un dato oggetto fino a quando non venga più avvertita alcuna impressione dai sensi. Non ricevendo più dati dal mondo esterno la mente si pone in condizione di cogliere l'essenza della realtà.
Nella Gheranda Samhita al pratyahara sono dedicati 7 versetti nel cap.IV: “Ora esporrò l'ottimo pratyahara, la cui sola conoscenza distrugge il desiderio e altri simili nemici, da qualsiasi oggetto sul quale si diriga, trattieni la mente instabile e volubile e ponila sotto il controllo del sé. Dovunque cada lo sguardo, la inclina la mente: da ciò trattienila e ponila sotto il controllo del sé ...”.
È l'inversione della tendenza naturale, la chiusura a ogni sollecitazione che dall'esterno possa colpire i nostri sensi, l'ambiente esterno non ha più presa. Ci si sottrae a emozioni e pensieri collegati con la realtà concreta, che turbano e spossano.
Il pensiero quando viene in contatto con il mondo esterno, ne è immediatamente catturato. I sensi divengono ricettori passivi di quanto accade fuori costringendo il pensiero a risposte automatiche, a percorsi meccanici. Non si è in grado di gestire l'esterno, ma solo di reagire ad esso, e le reazioni tendono a divenire meccaniche e indotte. Non solo, il mondo esterno riesce a diventare talmente potente da impedire al pensiero di ritirarsi nel mondo interno.
Per entrare in contatto con il mondo interno il modo più immediato è quello di chiudere gli occhi, ma non per questo si cessa di essere rivolti all'esterno, anzi con potenzialità visive limitate si tende a esasperare l'attenzione verso l'esterno. Quando la nostra attenzione si rivolge effettivamente all'interno e riusciamo a superare i sensi, si realizza la condizione di unmani mudra in cui i sensi benché aperti all'esterno non sono in funzione, il mondo interno si apre alla consapevolezza e appare ogni volta più ampio e più ricco.
Quello che dobbiamo fare è scoprire quale luogo formidabile è il nostro mondo interno per tornare in contatto con il mondo esterno senza esserne contaminati.
Propongo questo esercizio che gode di molto favore: seduti in posizione confortevole, rivolgiamo l'attenzione alla nostra massa corporea percependoci. Ora osserviamo il respiro cogliendone la durata, il fluire, l'armonia.
Portiamo l'attenzione all'interno del cranio, all'altezza dello spazio tra le sopracciglia. Sentiamo intensamente il nostro respiro in questo punto.
Ancorandoci a questo punto lo percepiamo come il nostro centro.
Siamo all'interno di noi, e l'esterno è fuori. Ci sentiamo al centro di questo spazio interno luminoso, accogliente. Siamo assisi comodamente al centro di questa che percepiamo come il luogo di comando.
Di fronte a noi, a una certa distanza si aprono le finestre degli occhi, dalle quali potremmo, se lo volessimo, osservare fuori. Restiamo per ora coscienti di essere nella stanza di comando. Poi riservando alla stanza l'attenzione maggiore osserviamo attraverso le finestre degli occhi il mondo fuori.
Siamo consapevoli di star osservando l'esterno dall'interno. Stiamo osservando i due mondi, ma questo modo di percepire è un'osservazione distaccata, non coinvolge emozioni.
Quando sentiamo che l'esercizio si è esaurito, ne usciamo osservando che ci sentiamo pieni di energia e di potenza.
Dovremmo partecipare a entrambe le realtà: quando ci poniamo in contatto con il mondo esterno, dobbiamo sentire che lo stiamo osservando da dentro, quando osserviamo il nostro mondo interno dobbiamo essere coscienti che partecipa alla realtà che ci circonda. Questo consente uno stato di centratura.