02/06/2023
Chi deve fare ancora la doccia?
NON CREIAMO MURI, MA PONTI - temi riguardanti yoga, ayurveda, MTC, astrologia, esoterismo, filosofia occidentale e orientale, poesia.
Insegnante di Yoga e di ginnastica dolce. Formatrice in Scuole di Formazione per insegnanti di Yoga
02/06/2023
Chi deve fare ancora la doccia?
18/05/2023
L'attaccamento focalizza un punto in cui lo stress è molto alto, il distacco è molto più vasto, qui lo stress è nullo. L'attaccamento è alla base del desiderio, il distacco è alla base dell'amore.
(Swami Joythimayananda)
Pratyahara
Mi è stato chiesto come poter spiegare il pratyahara agli allievi, propongo questo:
È sottrarsi alla dipendenza dai sensi, portare la mente verso il silenzio, l'interiorità, porsi in una condizione neutra, in una situazione di coscienza lucida. Le emozioni sono visitatori temporanei, non dobbiamo permettere che portino eccitazione, amarezza, paura. Quelle distruttive sono caratterizzate da una forte energia, che dobbiamo lasciare che si disperda.
Questa condizione si ottiene quando le facoltà sensoriali non sono più condizionate dai rispettivi organi, si libera il pensiero dall'influenza del mondo esterno, si porta la mente in una condizione di apertura.
Libera l'attività sensoriale emotiva e sentimentale dagli oggetti esteriori portando a un nuovo stato di attenzione interna ed esterna, è l'esperienza dell'autonomia dalla successione inesauribile di forme e stimoli dell'ambiente. Si libera la coscienza dall'autoritarismo della vita quotidiana. Non si è più distratti dai turbinii dell'attività sensoriale.
Dice la Bhagavad Gita che “la conoscenza risiede in colui i cui sensi sono controllati” ed espone l'influsso negativo dei sensi sullo spirito: “I sensi impetuosi trascinano con violenza anche la mente dell'asceta applicato allo sforzo. In un uomo che pensa agli oggetti dei sensi nasce attaccamento per essi; dall'attaccamento nasce il desiderio e dal desiderio sorge l'ira; dall'ira deriva l'offuscamento e dall'offuscamento la memoria turbata” (BG,II,60,62-3).
Quindi per acquisire stabilità della mente, necessaria premessa al percorso spirituale, si deve acquisire un perfetto controllo dei sensi, “quando uno ritrae i sensi dagli oggetti esterni, come la tartaruga le membra, costui allora è di mente stabile” (YS,II,58).
Siamo perennemente catturati dal modo esterno, assoggettati ai suoi stimoli, rivolgendo lo sguardo all'interno, con la padronanza dei sensi dissecchiamo una delle principali fonti di distrazione. È la porta di accesso al mondo interno. Dobbiamo imparare ad osservare le forme in cui si manifesta l'attività sensoriale, prendere coscienza degli stati d'animo, di emozioni e sentimenti, perché dall'osservazione nasce l'autonomia rispetto agli stimoli del mondo esterno. Per accedere alla concentrazione e alla meditazione bisogna aver superato le tensioni esterne, il flusso psicomentale non deve più essere dominato dalle distrazioni, dagli automatismi, dalla memoria.
L'estraniarsi dall'esterno è accompagnato da un'immersione in se stessi. Lo yogi prende possesso di sé, si difende dalle invasioni dall'esterno. Focalizzare l'attenzione è particolarmente importante in un mondo consumistico che crea costantemente nuove necessità, insoddisfazioni permanenti. Non soppressione ma controllo dei sensi, vivere cioè l'esperienza dei sensi regolando a volontà la loro intensità.
Bhoja dice che i sensi non si rivolgono più agli oggetti esterni, ma la mente non perde la sua capacità di avere delle rappresentazioni sensoriali.
“L'abituale agitazione dei sensi viene dominata. Nessuno yogi può raggiungere il fine dello yoga senza controllare i suoi sensi” (Yoga Purana, VI,7,43-4). Lo yogi prende allora fiducia in se stesso e si libera da tutti i mali fisici ed è pronto per l'esperienza dell'identificazione finale. “Che domini i sensi e, concentrando il suo pensiero si abbandoni a me, perché la conoscenza risiede in colui i cui sensi sono controllati” (BG,II,61).
Alcuni metodi, suggeriti dai testi, che portano al ritiro dei sensi sono: la sospensione totale del respiro – fissare lo sguardo tra le sopracciglia o sulla punta del naso – ripetere dodicimila volte la sillaba OM.
Dalla prospettiva Hatha Yoga la Shiva Samhita parla del pratyahara nel III cap., v.57-58: “Quando il praticante riesce a trattenere il respiro per tre ore, allora ha raggiunto il meraviglioso pratyahara, sicuramente e per sempre.
L'eccellente yogi consideri spirito qualunque oggetto percepisca: qualunque cosa i sensi colgano egli resta indifferente”. La tecnica consiste nel fissare l'attenzione su un dato oggetto fino a quando non venga più avvertita alcuna impressione dai sensi. Non ricevendo più dati dal mondo esterno la mente si pone in condizione di cogliere l'essenza della realtà.
Nella Gheranda Samhita al pratyahara sono dedicati 7 versetti nel cap.IV: “Ora esporrò l'ottimo pratyahara, la cui sola conoscenza distrugge il desiderio e altri simili nemici, da qualsiasi oggetto sul quale si diriga, trattieni la mente instabile e volubile e ponila sotto il controllo del sé. Dovunque cada lo sguardo, là inclina la mente: da ciò trattienila e ponila sotto il controllo del sé ...”.
È l'inversione della tendenza naturale, la chiusura a ogni sollecitazione che dall'esterno possa colpire i nostri sensi, l'ambiente esterno non ha più presa. Ci si sottrae a emozioni e pensieri collegati con la realtà concreta, che turbano e spossano.
Il pensiero quando viene in contatto con il mondo esterno, ne è immediatamente catturato. I sensi divengono ricettori passivi di quanto accade fuori costringendo il pensiero a risposte automatiche. Non si è in grado di gestire l'esterno, ma solo di reagire ad esso, e le reazioni tendono a divenire meccaniche e indotte. Non solo, il mondo esterno riesce a diventare talmente potente da impedire al pensiero di ritirarsi nel mondo interno.
Per entrare in contatto con il mondo interno il modo più immediato è quello di chiudere gli occhi, ma non per questo si cessa di essere rivolti all'esterno, anzi con potenzialità visive limitate si tende a esasperare l'attenzione verso l'esterno. Quando la nostra attenzione si rivolge effettivamente all'interno e riusciamo a superare i sensi, si realizza la condizione di unmani mudra in cui i sensi benché aperti all'esterno non sono in funzione, il mondo interno si apre alla consapevolezza e appare ogni volta più ampio e più ricco.
Quello che dobbiamo fare è scoprire quale luogo formidabile è il nostro mondo interno per tornare in contatto con il mondo esterno senza esserne contaminati.
Dovremmo saper partecipare a entrambe le realtà: quando ci poniamo in contatto con il mondo esterno, dobbiamo sentire che lo stiamo osservando da dentro, quando osserviamo il nostro mondo interno dobbiamo essere coscienti che partecipa alla realtà che ci circonda. Questo consente uno stato di centratura.
(Dai miei appunti, quindi non saprei citare eventuali fonti)
Rispondo pubblicamente alla richiesta di Sonia: Cosa sono Kalpa e Pralaya?
All'interno di una totalità indifferenziata si forma di volta in volta un nucleo d'ordine che costituisce la manifestazione, e in tal modo ha inizio un Kalpa. Tale parola significa precetto, legge, comando, e indica un ciclo di manifestazione, cui segue un periodo di riassorbimento della manifestazione detto Pralaya, che significa dissolvimento.
Ogni Kalpa è costituito da quattordici Manvantara (periodo di Manu, ciclo) ciascuno dei quali si suddivide in quattro età o Yuga, che prendono il nome dal punteggio risultante dai tiri ai dadi.
Krta o Satya Yuga corrisponde all'età dell'oro, in cui si scorge il divino faccia a faccia, si rispetta il dharma, la legge, non ci sono malattie o altre sofferenze.
Segue il Treta Yuga o età dell'argento, in cui viene meno la perfezione del dharma, non si è più in contatto diretto con il divino ma ci vuole l'intermediazione dei brahmani (la casta sacerdotale) e dei rituali.
Nel Dvapara Yuga, o età del bronzo, prendono piede cattivi costumi, si diffondono le malattie, iniziano i conflitti e le guerre.
Con il Kali Yuga, l'età del ferro, l'età della menzogna, si ha la disgregazione dei valori, l'offuscamento della coscienza che porta alla perdita della spiritualità, si è spezzato il filo che collegava all'Assoluto. Le persone sono sempre più cieche al loro mondo interiore, catturate come sono dal mondo esterno, sempre più preda delle emozioni, delle passioni, delle manipolazioni. Lo yoga e la meditazione possono essere gli strumenti per una via di riscatto.
Noi siamo ora nel Kali Yuga del settimo manvantara. Ogni manvantara si conclude con la distruzione ad opera dell'acqua o del fuoco.
All'inizio di ogni manvantara si manifesta un prototipo umano, detto Manu, che definisce il dharma, la Legge per l'umanità di quel ciclo di manifestazione.
La fase di Pralaya, di dissoluzione della manifestazione, è simboleggiata dal dio Vishnu, che giace addormentato sul serpente dalle sette teste Shesha che significa residuo, o Annata che vuol dire infinito.
15/04/2022
Introduzione sui
Con i bandha siamo al confine tra il materiale e l'immateriale. Sono contrazioni a livello muscolare, e insieme aspetti di attenzione che risvegliano la consapevolezza.
Il termine ha il significato di legare, aggiogare, stringere, chiudere, immobilizzare. Sono contrazioni muscolari in tre parti specifiche del corpo: il perineo, il plesso solare, la gola, legate a particolari sfere emotive ma anche a funzioni fisiologiche specifiche. Sono un mezzo di controllo del prana che usa un'attivazione fisica e ne evita la dispersione.
Sono mula bandha, uddiyana bandha e jalandhara bandha.
Sono gesti simbolici, mudra, che hanno in sé come tipo di gestualità un restringere, un comprimere. Sono sigilli che creano punti di fermezza, di stabilità, e impediscono la dispersione della consapevolezza.
Hanno una profonda azione sull'apparato nervoso, endocrino, respiratorio, digerente, esercitano effetti fisici di massaggio degli organi interni, di eliminazione dei ristagni di sangue, di azione sul sistema nervoso e la funzionalità degli organi, ma hanno anche un effetto psichico sciogliendo nodi psichici e un effetto mentale costituendo punti di attenzione, momenti di profonda consapevolezza.
Sono importanti anche per il sistema linfatico che non è dotato di una p***a come quello circolatorio.
Calmano, energizzano, stabilizzano. Simbolicamente sono un sollevamento dal basso che porta a integrare ciò che sta sopra.
Secondo lo yoga agiscono in corrispondenza di tre livelli particolarmente critici: Brahma granthi o la resistenza al cambiamento, Vishnu granthi o il superamento degli opposti, il non attaccamento emotivo, e Rudra granthi o la capacità di distacco.
Sono aspetti insieme fisici, emozionali, mentali, e spirituali.
Il loro insieme è detto bandha traya o maha bandha. Hanno un effetto molto potente come punti di fermezza nel pranayama.
Bandha traya rafforza i polmoni, espande il petto, incrementa la capacità respiratoria, il cuore viene massaggiato, si riducono gli accumuli di grasso. Crea un atteggiamento di grande fermezza, di presenza, di attenzione.
Sono fondamentali nelle ritenzioni a polmoni pieni e vuoti, per questo sono utilizzati in associazione con il pranayama, oltre che nella pratica di asana.
Portano verso uno stato di concentrazione. Potremmo definirli come una sorta di valvole interne, che quando vengono attivate ridestano le aree sulle quali lavorano e creano un collegamento. Impediscono la dissipazione verso il mondo esterno, ridirezionano.
Non sono delle semplici contrazioni muscolari, non hanno una connotazione negativa di limitare, escludere, reprimere, ma hanno la funzione di riarmonizzare interiormente.
Con l'esperienza diventano un atteggiamento interiore (mudra).
(dai miei appunti)
Il Pratyahara
È sottrarsi alla dipendenza dai sensi, portare la mente verso il silenzio, l'interiorità, porsi in una condizione neutra, in una situazione di coscienza lucida. Le emozioni sono visitatori temporanei, non dobbiamo permettere che portino eccitazione, amarezza, paura. Quelle distruttive sono caratterizzate da una forte energia, che dobbiamo lasciare che si disperda.
Questa condizione si ottiene quando le facoltà sensoriali non sono più condizionate dai rispettivi organi, si libera il pensiero dall'influenza del mondo esterno, si porta la mente in una condizione di apertura.
Libera l'attività sensoriale emotiva e sentimentale dagli oggetti esteriori portando a un nuovo stato di attenzione interna ed esterna, è l'esperienza dell'autonomia dalla successione inesauribile di forme e stimoli dell'ambiente. Si libera la coscienza dall'autoritarismo della vita quotidiana. Non si è più distratti dai turbinii dell'attività sensoriale.
Dice la Bhagavad Gita che “la conoscenza risiede in colui i cui sensi sono controllati” ed espone l'influsso negativo dei sensi sullo spirito: “I sensi impetuosi trascinano con violenza anche la mente dell'asceta applicato allo sforzo. In un uomo che pensa agli oggetti dei sensi nasce attaccamento per essi; dall'attaccamento nasce il desiderio e dal desiderio sorge l'ira; dall'ira deriva l'offuscamento e dall'offuscamento la memoria turbata” (BG,II,60,62-3).
Quindi per acquisire stabilità della mente, necessaria premessa al percorso spirituale, si deve acquisire un perfetto controllo dei sensi, “quando uno ritrae i sensi dagli oggetti esterni, come la tartaruga le membra, costui allora è di mente stabile” (YS,II,58).
Siamo perennemente catturati dal modo esterno, assoggettati ai suoi stimoli, rivolgendo lo sguardo all'interno, con la padronanza dei sensi dissecchiamo una delle principali fonti di distrazione. È la porta di accesso al mondo interno. Dobbiamo imparare ad osservare le forme in cui si manifesta l'attività sensoriale, prendere coscienza degli stati d'animo, di emozioni e sentimenti, perché dall'osservazione nasce l'autonomia rispetto agli stimoli del mondo esterno. Per accedere alla concentrazione e alla meditazione bisogna aver superato le tensioni esterne, il flusso psicomentale non deve più essere dominato dalle distrazioni, dagli automatismi, dalla memoria.
L'estraniarsi dall'esterno è accompagnato da un'immersione in se stessi. Lo yogi prende possesso di sé, si difende dalle invasioni dall'esterno. Focalizzare l'attenzione è particolarmente importante in un mondo consumistico che crea costantemente nuove necessità, insoddisfazioni permanenti. Non soppressione ma controllo dei sensi, vivere cioè l'esperienza dei sensi regolando a volontà la loro intensità.
Bhoja dice che i sensi non si rivolgono più agli oggetti esterni, ma la mente non perde la sua capacità di avere delle rappresentazioni sensoriali.
“L'abituale agitazione dei sensi viene dominata. Nessuno yogi può raggiungere il fine dello yoga senza controllare i suoi sensi” (Yoga Purana, VI,7,43-4). Lo yogi prende allora fiducia in se stesso e si libera da tutti i mali fisici ed è pronto per l'esperienza dell'identificazione finale. “Che domini i sensi e, concentrando il suo pensiero si abbandoni a me, perché la conoscenza risiede in colui i cui sensi sono controllati” (BG,II,61).
Alcuni metodi, suggeriti dai testi, che portano al ritiro dei sensi sono: la sospensione totale del respiro – fissare lo sguardo tra le sopracciglia o sulla punta del naso – ripetere dodicimila volte la sillaba OM.
Dalla prospettiva Hatha Yoga la Shiva Samhita parla del pratyahara nel III cap., v.57-58: “Quando il praticante riesce a trattenere il respiro per tre ore, allora ha raggiunto il meraviglioso pratyahara, sicuramente e per sempre.
L'eccellente yogi consideri spirito qualunque oggetto percepisca: qualunque cosa i sensi colgano egli resta indifferente”. La tecnica consiste nel fissare l'attenzione su un dato oggetto fino a quando non venga più avvertita alcuna impressione dai sensi. Non ricevendo più dati dal mondo esterno la mente si pone in condizione di cogliere l'essenza della realtà.
Nella Gheranda Samhita al pratyahara sono dedicati 7 versetti nel cap.IV: “Ora esporrò l'ottimo pratyahara, la cui sola conoscenza distrugge il desiderio e altri simili nemici, da qualsiasi oggetto sul quale si diriga, trattieni la mente instabile e volubile e ponila sotto il controllo del sé. Dovunque cada lo sguardo, la inclina la mente: da ciò trattienila e ponila sotto il controllo del sé ...”.
È l'inversione della tendenza naturale, la chiusura a ogni sollecitazione che dall'esterno possa colpire i nostri sensi, l'ambiente esterno non ha più presa. Ci si sottrae a emozioni e pensieri collegati con la realtà concreta, che turbano e spossano.
Il pensiero quando viene in contatto con il mondo esterno, ne è immediatamente catturato. I sensi divengono ricettori passivi di quanto accade fuori costringendo il pensiero a risposte automatiche, a percorsi meccanici. Non si è in grado di gestire l'esterno, ma solo di reagire ad esso, e le reazioni tendono a divenire meccaniche e indotte. Non solo, il mondo esterno riesce a diventare talmente potente da impedire al pensiero di ritirarsi nel mondo interno.
Per entrare in contatto con il mondo interno il modo più immediato è quello di chiudere gli occhi, ma non per questo si cessa di essere rivolti all'esterno, anzi con potenzialità visive limitate si tende a esasperare l'attenzione verso l'esterno. Quando la nostra attenzione si rivolge effettivamente all'interno e riusciamo a superare i sensi, si realizza la condizione di unmani mudra in cui i sensi benché aperti all'esterno non sono in funzione, il mondo interno si apre alla consapevolezza e appare ogni volta più ampio e più ricco.
Quello che dobbiamo fare è scoprire quale luogo formidabile è il nostro mondo interno per tornare in contatto con il mondo esterno senza esserne contaminati.
Propongo questo esercizio che gode di molto favore: seduti in posizione confortevole, rivolgiamo l'attenzione alla nostra massa corporea percependoci. Ora osserviamo il respiro cogliendone la durata, il fluire, l'armonia.
Portiamo l'attenzione all'interno del cranio, all'altezza dello spazio tra le sopracciglia. Sentiamo intensamente il nostro respiro in questo punto.
Ancorandoci a questo punto lo percepiamo come il nostro centro.
Siamo all'interno di noi, e l'esterno è fuori. Ci sentiamo al centro di questo spazio interno luminoso, accogliente. Siamo assisi comodamente al centro di questa che percepiamo come il luogo di comando.
Di fronte a noi, a una certa distanza si aprono le finestre degli occhi, dalle quali potremmo, se lo volessimo, osservare fuori. Restiamo per ora coscienti di essere nella stanza di comando. Poi riservando alla stanza l'attenzione maggiore osserviamo attraverso le finestre degli occhi il mondo fuori.
Siamo consapevoli di star osservando l'esterno dall'interno. Stiamo osservando i due mondi, ma questo modo di percepire è un'osservazione distaccata, non coinvolge emozioni.
Quando sentiamo che l'esercizio si è esaurito, ne usciamo osservando che ci sentiamo pieni di energia e di potenza.
Dovremmo partecipare a entrambe le realtà: quando ci poniamo in contatto con il mondo esterno, dobbiamo sentire che lo stiamo osservando da dentro, quando osserviamo il nostro mondo interno dobbiamo essere coscienti che partecipa alla realtà che ci circonda. Questo consente uno stato di centratura.
Dentro e fuori
Spendiamo gran parte della nostra vita a perseguire cose effimere esterne perdendo di vista il nostro mondo interno che ha potenzialità ben più forti di ciò che ci può dare l'esterno. Entrare in contatto con il microcosmo interno significa rapportarsi con le potenze della vita. Mondo esterno e mondo interno appartengono entrambi alle possibilità dell'uomo comune, il fatto è che la nostra società ci ha condotto progressivamente verso il mondo esterno, ci ha fatto adottare molte cose spersonalizzanti, ci ha portato a dare risposte automatiche, e così si finisce con l'andare nel mondo interno solo quando si dorme. Catturati dall'esterno, sviliamo il mondo interno, che perde di potenza, mentre il mondo esterno dovrebbe essere semplicemente utilizzato.
Andiamo dentro quando progettiamo un'attività creativa, quando siamo coinvolti da una passione, quando proviamo dolore. Ma il mondo esterno ci affascina con mille specchietti, un'infinità di stimoli, ci risucchia, ci depaupera, il mondo interno ci dà, ci accresce, nel primo divento un burattino, nell'altro posso essere io a decidere. Dovrei essere in grado di gestire entrambi i mondi perché c'è una costante necessaria interazione, quindi devo relazionarmi con il fuori, ma non esserne condizionato, guardo fuori ma decidendo l'azione da dentro, non subendo passivamente lo stimolo esterno.
Troppo spesso guardiamo dentro con i filtri forniti dalla nostra cultura, lasciamo che tutto avvenga in automatico.
Dobbiamo ritrovare la capacità di conciliare entrambi i mondi, decidendo da dentro quando e quanto rapportarci con il mondo esterno, con consapevolezza ed equilibrio.
Nello yoga si parla simbolicamente di stare nel seggio del comando, all'interno del capo, decidendo consapevolmente quando affacciarsi alle finestre dei sensi.
Patañjali, chi era costui?
Dati e leggende
Di Patañjali conosciamo molto poco. Del poco che sappiamo, quasi tutto si confonde con la leggenda. Alcuni autori suggeriscono che sia vissuto nel quarto secolo avanti Cristo, mentre altri insistono per il secondo secolo d.C. Dal momento che gli Yoga Sutra si presentano in forma di lucidi aforismi, la data più probabile cade tra il quarto e il secondo secolo avanti Cristo, perché è in tale epoca che lo stile degli aforismi ebbe la sua massima diffusione e raggiunse il suo più alto livello stilistico. L’opera di Patañjali è largamente riconosciuta come l’esempio più raffinato nella tecnica dei sutra, e pertanto la data più probabile si colloca intorno a 250 a.C.
Secondo una leggenda era il figlio di Angiras, uno dei dieci figli di Brahma e di Sati.
Secondo un’altra leggenda Vishnu stava seduto sul suo serpente, Adiśeśa, quando rimase tanto incantato dalla danza di Shiva che il suo corpo iniziò a vibrare ed a martellare pesantemente su Adiśeśa. Questi, saputo della danza, volle impararla e danzare per la gioia di Vishnu, il quale, molto colpito, gli predisse che Shiva l’avrebbe benedetto e fatto incarnare in modo da inondare l’umanità di benedizioni e da soddisfare il suo desiderio di danzare. Nel frattempo una donna di nome Gonika, devota allo yoga, stava pregando per avere un figlio attraverso cui portare avanti la conoscenza e la comprensione raggiunti attraverso la pratica yoga. Si prostrò di fronte al Sole con la sola offerta che potè trovare – una coppa d’acqua – e lo implorò di benedirla con un figlio. Poi si pose a meditare di fronte al Sole, preparandosi a porgere la sua semplice offerta. Vedendola Adiśeśa comprese di aver trovato la madre che stava cercando, e Gonika che stava per offrire la sua coppa d’acqua al Sole, vide tra le sue mani un serpentello che un attimo dopo assunse forma umana. Era il nostro Patañjali.
Anche il luogo della nascita di Patañjali non è ben chiaro, né si sa esattamente dove visse.
Pare sia stato in grado di comunicare perfettamente dal momento della nascita ed anche il vigore dell’intelletto e la capacità di discorrere furono quelli tipici dei saggi, dei rishi e dei veggenti. Patañjali aveva il dono di conoscere passato, presente e futuro.
Pata vuol dire caduto, añjali vuol dire offerente quindi 'Patañjali' può essere tradotto come 'la grazia che discende dal Cielo'.
Quanto alle sue opere, qualcuno sostiene che egli abbia scritto un trattato di medicina ayurvedica. A volte viene erroneamente identificato con il grammatico Patañjali che visse intorno al 140 a.C. e scrisse il magistrale Mahabhashya o Grande Commentario sulla grammatica di Panini. Questo Patañjali ridefinì le regole della grammatica sanscrita, allargò enormemente il suo vocabolario, rese il Sanscrito uno strumento artistico, sottile e raffinato, in grado di esprimere qualunque pensiero umano.
Al nostro Patañjali sono attribuiti gli Yoga Sutra, ma non sappiamo se ne è l'ideatore o piuttosto un coordinatore di scritti precedenti. Ci sono comunque delle perplessità sul quarto pada, l'ultimo dei quattro capitoli di cui è composta l'opera, molto più dogmatico e breve rispetto agli altri. Stile e contenuti si diversificano dai precedenti. Inoltre il terzo pada termina con la parola iti che possiamo intendere come “ciò che si doveva dimostrare”, sottolineando il compimento dell'opera.
Alcune Upanishad (Katha Up.) indicano l'esistenza di varie forme di yoga note da tempo. La Nirodha Samhita parla dell'essenza dello yoga e all'inizio del primo pada leggiamo il famoso versetto “Yoga citta vritti nirodha”, vale a dire Yoga è la soppressione delle fluttuazioni della mente. Quindi Patañjali è un compilatore che predispone un manuale di riferimento per fare chiarezza.
Lo yoga da lui definito è stato chiamato in vari modi come ashtanga yoga, dhyana yoga, e più recentemente Raja Yoga.
Costituisce il filone dello yoga meditativo, contrapposto allo Hatha Yoga.
Gli Yoga Sutra sono la prima forma storica di yoga, una raccolta di frasi lapidarie dato che dovevano essere mandate a memoria, non sono comunque lo yoga, ma uno yoga, deliberatamente limitato alle tecniche di meditazione e samadhi (identificazione con il Tutto).
Sintetizzando gli obiettivi che il testo propugna sono l'eliminazione della sofferenza, la disidentificazione dal proprio piccolo io, il superamento della nescienza della propria vera natura, il sottrarsi alla ruota delle rinaacite per non ritrovare la sofferenza nelle vite future.
La visione è pessimistica, l'essenza della vita è sofferenza, tutte le esperienze ancorché piacevoli generano sofferenza, quindi bisogna ritirarsi dal mondo e raggiungere uno stato di isolamento.
Patanjali si attiene agli aspetti mentali dello yoga, cioè al controllo delle fluttuazioni della mente. Un'importante fonte di distrazione è il corpo fisico, quindi vanno eliminate tutte le sollecitazioni che provengono dal corpo che va installato in una posizione, il Loto, che permette di restare rigorosamente immobili a lungo. Si mortificano il corpo, le energie vitali per aspirare all'aldilà.
Al contrario, l'Hatha Yoga si basa sul principio che si possono indurre variazioni della coscienza mettendo in azione alcune forze sottili nel corpo fisico, che va reso corpo di diamante per diventare atto ad accogliere lo spirito.
(Tratto dagli appunti raccolti negli anni, spesso senza prendere nota della fonte)