12/08/2026
Nell'ambito del progetto Erasmus+ KA220 ReStart, prosegue l'attività di ricerca e di disseminazione su "IA e opportunità di lavoro per disoccupati e discenti adulti".
Lo staff della Polaris ha attuato una ricerca sullo s𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐢𝐧 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐫𝐢𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐞 𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐬𝐮𝐥𝐥'𝐈𝐀 𝐜.𝐝. 𝐈𝐀 𝐥𝐢𝐭𝐞𝐫𝐚𝐜𝐲 𝐭𝐫𝐚 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐝𝐮𝐥𝐭𝐢 𝐢𝐧 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞; di seguito il riassunto di tale ricerca.
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"Misurare le competenze di intelligenza artificiale degli adulti in cerca di occupazione è oggi più difficile di quanto sembri. In Italia non esiste ancora un indicatore nazionale consolidato di “AI literacy” riferito specificamente ai disoccupati: il quadro va ricostruito mettendo insieme dati su competenze digitali, uso dell’IA, capacità cognitive e partecipazione alla formazione. Il risultato è netto: la diffusione dell’IA accelera nel sistema produttivo, ma una parte rilevante delle persone che cercano lavoro parte da una base digitale ancora fragile.
Il dato più diretto arriva dal Rapporto annuale Istat 2026. 𝐍𝐞𝐥 𝟐𝟎𝟐𝟓 𝐬𝐨𝐥𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝟒𝟕,𝟓% 𝐝𝐞𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐭𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐞𝐝𝐞𝐯𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐝𝐢𝐠𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐛𝐚𝐬𝐞 𝐢𝐧 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐞 𝐜𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐢 𝐝𝐨𝐦𝐢𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐃𝐢𝐠𝐢𝐭𝐚𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐜𝐞 𝐅𝐫𝐚𝐦𝐞𝐰𝐨𝐫𝐤 — 𝐚𝐥𝐟𝐚𝐛𝐞𝐭𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚, 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐢, 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦 𝐬𝐨𝐥𝐯𝐢𝐧𝐠. 𝐋𝐚 𝐪𝐮𝐨𝐭𝐚 𝐞̀ 𝐢𝐧𝐟𝐞𝐫𝐢𝐨𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚 𝐔𝐄𝟐𝟕, 𝐩𝐚𝐫𝐢 𝐚𝐥 𝟓𝟒,𝟒%, 𝐞 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐚 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚 𝐞 𝐒𝐩𝐚𝐠𝐧𝐚. 𝐓𝐫𝐚 𝐠𝐥𝐢 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐭𝐢 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐢 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐞𝐧𝐭𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐬𝐚𝐥𝐞 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐜𝐞 𝐚𝐥 𝟔𝟓,𝟓%.
Il divario non riguarda quindi soltanto l’accesso a strumenti avanzati come l’IA: per oltre metà delle persone senza lavoro è ancora incompleta la dotazione digitale necessaria per usarli in modo autonomo e consapevole.
La distanza emerge anche nell’uso concreto dell’intelligenza artificiale generativa. Nel 2025 solo il 19,9% degli italiani tra 16 e 74 anni ha utilizzato strumenti di IA, contro il 32,7% della media UE27: l’Italia risulta penultima nell’Unione.
L’uso cresce fortemente con il livello d’istruzione, dal 3,6% tra chi possiede al massimo la licenza media al 32% tra chi ha un titolo terziario, ed è leggermente più diffuso tra gli occupati, al 21,9%. Istat non pubblica nello stesso rapporto una quota equivalente per i soli disoccupati, ma il legame tra istruzione, condizione occupazionale e uso dell’IA suggerisce che il segmento più fragile del mercato del lavoro rischia di essere anche quello meno esposto alle opportunità di apprendimento informale offerte da questi strumenti."
Il problema è più ampio della familiarità con ChatGPT o Copilot. L’indagine OCSE-PIAAC 2023 mostra che il 46% degli adulti italiani tra 16 e 65 anni si colloca al livello 1 o inferiore nel problem solving adattivo, contro il 29% medio OCSE; solo l’1% raggiunge il livello più alto, contro il 5% OCSE. Inoltre il 26% degli adulti italiani è ai due livelli più bassi contemporaneamente nelle tre aree di literacy, numeracy e problem solving. Sono competenze “fondazionali” decisive anche per l’IA: formulare una richiesta efficace, valutare una risposta, riconoscere errori o “allucinazioni”, confrontare fonti e integrare un output in una decisione di lavoro richiede capacità di comprensione e verifica, non soltanto accesso tecnologico.
Nel frattempo, la domanda del mercato si muove rapidamente. Secondo il Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, nel 2025 le imprese richiedono competenze digitali legate a Internet e alla comunicazione multimediale al 61,2% dei profili in ingresso; competenze matematico-informatiche al 48,8% e capacità di gestire soluzioni innovative al 36%. Parallelamente, Istat rileva che nel 2025 il 16,4% delle imprese con almeno dieci addetti utilizza almeno una tecnologia di IA, il doppio rispetto all’8,2% del 2024 e più del triplo rispetto al 2023. Tra le imprese che avevano valutato l’adozione senza realizzarla, quasi il 60% indica proprio la mancanza di competenze adeguate come ostacolo.
Sul versante delle politiche attive, il Programma GOL – Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori ha prodotto una risposta quantitativamente rilevante. Al 30 giugno 2026 erano state prese in carico oltre 4,3 milioni di persone e 1.056.403 avevano completato percorsi formativi; 721.661 risultavano formate sulle competenze digitali, più del doppio del target iniziale di 300 mila. Dal 2025 è inoltre attivo EDO – Educazione Digitale per l’Occupazione, percorso gratuito rivolto a disoccupati e persone in transizione, con 56 moduli, 16 ore di formazione e attestazione finale.
Il punto critico, tuttavia, è qualitativo. “Competenze digitali” e “competenze di IA” non sono sinonimi.
𝐏𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐥’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐧𝐝𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐭𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐢𝐯𝐞𝐥𝐥𝐢: 𝐛𝐚𝐬𝐢 𝐝𝐢𝐠𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐞; 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐮𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐮𝐫𝐫𝐢𝐜𝐮𝐥𝐮𝐦, 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐩𝐚𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐨𝐪𝐮𝐢; 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐝𝐢 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚, 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐚𝐜𝐲 𝐞 𝐮𝐬𝐨 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞; 𝐚𝐩𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞. 𝐎𝐠𝐠𝐢 𝐥’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐬𝐭𝐚 𝐚𝐦𝐩𝐥𝐢𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐥𝐢𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨, 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐦𝐢𝐬𝐮𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐭𝐫𝐞 𝐭𝐫𝐚 𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢𝐬𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐭𝐞.
Lo stato dell’arte è dunque quello di una transizione incompleta. Le politiche pubbliche hanno raggiunto una scala significativa e l’adozione dell’IA nelle imprese cresce rapidamente, ma quel 47,5% di disoccupati con competenze digitali almeno di base segnala che il bacino potenziale di esclusione resta ampio.
𝐋𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐨𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐬𝐬𝐢𝐦𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 “𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐮𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐈𝐀”, 𝐦𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐨𝐫𝐬𝐢 𝐛𝐫𝐞𝐯𝐢, 𝐜𝐞𝐫𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢 𝐞 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐭𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐨𝐢 𝐬𝐞 𝐭𝐚𝐥𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐮𝐜𝐚𝐧𝐨 𝐞𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐫𝐢 𝐨𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨.
Senza questo passaggio, l’IA rischia di aumentare il vantaggio di chi possiede già istruzione, esperienza e competenze digitali, invece di diventare uno strumento di inclusione e ricollocazione."