05/06/2026
Cosa perdiamo quando l’AI legge, scrive e compone al posto nostro
Secondo Max Pulver, “l’uomo che scrive, disegna inconsapevolmente la sua natura interiore”. È il grafologo tedesco a riprendere e a integrare la teoria di Sant’Agostino dell’ordo amoris, introducendola a una prova rivelatrice: per Pulver l’edificio di amore-odio, costruito nel bambino prima che egli possa accedere alla sua stessa coscienza, si manifesterebbe inequivocabilmente nell’espressione della sua grafia elementare. In virtù di tale equilibrio di affetti pre-infantili, due gemelli omozigoti nati e allevati nella stessa famiglia, cresciuti nel medesimo ambiente, con informazioni genetiche assolutamente affini, una volta giunti a scrivere per la prima volta una lettera in corsivo la segnerebbero inevitabilmente con tratti difformi. Ed è il caposcuola della disciplina grafologica italiana, Padre Giacomo Moretti, a definire la grafologia una scienza sperimentale che indaga, attraverso il tracciato grafico, “l’unità psicosomatica dello scrivente”.
Il progresso tecnologico sostituisce gesti e competenze un tempo centrali, dalla scrittura manuale alla musica. L’IA diventa così una comodità ambigua: facilita la produzione di contenuti, ma può ridurre esercizio, memoria, attenzione e capacità creativa individuale