28/03/2026
L'Urlo nel Silenzio: il Gesto Violento è un Naufragio dell'Educazione - di Luciano Guazzi
L’immagine di un ragazzo che entra a scuola con un coltello e colpisce la propria insegnante è una ferita aperta che squarcia il velo d’ipocrisia con cui noi adulti rivestiamo la nostra quotidianità.
È un evento che ci impone un arresto e una riflessione profonda, che deve superare le reazioni immediate.
Prima di ogni altra analisi, è doveroso esprimere una vicinanza assoluta e incondizionata al dolore dell’insegnante colpita, alla sua famiglia e a tutta la comunità scolastica (i colleghi, il personale, i compagni e le compagne e le loro famiglie) che si trova proiettata in questo baratro di sofferenza.
Questa tragedia è un dolore collettivo e complesso che ci interroga tutti tuttavia, fermarsi alla comprensibile indignazione non basta.
Come educatori, genitori, professionisti, il nostro compito non è quello di trasformarci in giudici o poliziotti, posizioni che non ci competono e che rischiano di chiudere, il nostro dovere è di analizzare la complessità della situazione, leggere la realtà attraverso i bisogni espressi e, soprattutto, quelli inespressi.
Non stiamo parlando di cercare motivazioni o giustificazioni per difendere l'azione, ma comprendere le radici della sofferenza che l'ha generata. Il pericolo è che semplificando fenomeni complessi li rendiamo ancora più oscuri e ingovernabili.
Chi sono oggi i nostri ragazzi?
Abbiamo permesso che la biologia e la psiche dei nostri ragazzi venissero "hackerate": la sovraesposizione precoce è un vero e proprio ostacolo allo sviluppo cerebrale e fisico: la stimolazione luminosa e la velocità del mezzo digitale interferiscono con la maturazione della corteccia prefrontale (l'area del cervello deputata al controllo degli impulsi e al giudizio critico) e alterano i ritmi del sonno e della dopamina, i pilastri del benessere biologico.
A questo danno strutturale si aggiunge il peso dei contenuti: li abbiamo lasciati soli davanti a flussi di immagini e scambi che non prevedono il corpo, il respiro o lo sguardo dell'altro, esponendoli fin da piccoli a livelli di violenza e modelli inadeguati come quelli della pornografia.
Siamo animali sociali: impariamo a stare al mondo grazie alle emozioni, che fungono da bussola per calibrare il nostro comportamento verso gli altri ma quando questo sistema viene bypassato da uno schermo, si produce un effetto paradossale: i ragazzi diventano anestetizzati verso la realtà fisica e il dolore altrui, ma restano ipersensibili e indifesi davanti alle proprie pulsioni interne, che finiscono per travolgerli senza alcun filtro di autoregolazione.
Questa anestesia è pericolosissima.
Quando smetti di sentire le tue emozioni, smetti di percepire anche quelle degli altri, il dolore altrui diventa un concetto astratto, un'immagine pixelata che non fa male.
Tuttavia, le emozioni non spariscono: restano sotto la superficie, si accumulano in un sottoscala buio dove non vengono né nominate né gestite, finché non diventano così travolgenti da scoppiare.
Il gesto violento e freddo a cui abbiamo assistito non è allora mancanza di emozione, ma l'esplosione di un'emozione che non ha più una casa, che non sa più dove stare e che, non essendo stata regolata dal contatto umano e dall'analisi dell'ambiente, si trasforma in un agito distruttivo verso l'altro e verso se stessi.
In questa esplosione, tutti sono vittime di una sofferenza profonda e radicata, la vittima dell'aggressione, certo, ma anche il carnefice, intrappolato nella sua stessa incapacità di sentire e di comunicare. C'è una sofferenza immensa nella solitudine che precede e segue un tale gesto.
Dietro a questo scenario c’è sempre l’assenza (o la presenza sbagliata!!) di noi adulti.
Preferiamo far finta di non vedere le "urla di dolore" silenziose, le ore di sofferenza e il senso di esclusione di molti nostri bambini, bambine, ragazzi e ragazze ma come genitori o come insegnanti continuiamo a concentrarci sulla forma.
Vogliamo che siano educati, che prendano buoni voti, che ottengano la certificazione o il diploma.
Pretendiamo che si uniformino a standard di comportamento decisi da noi, senza chiederci “chi sei davvero?”.
La scuola, troppo presto e troppo spesso, è un luogo di valutazione, di “prestazione” anziché di evoluzione, dimenticando che per avere un apprendimento funzionale è necessario, prima di tutto, coltivare l’autostima, l’empatia e la capacità di regolare il proprio mondo interiore.
Oggi non è più il tempo di girarsi dall'altra parte o di cercare capri espiatori.
Essere adulti oggi significa assumersi la responsabilità di analizzare e intervenire in questa complessità: significa smettere di chiedere "perché l'hai fatto?" quando il danno è compiuto e iniziare ad ascoltare e farsi domande mentre la rabbia e la sofferenza stanno ancora crescendo.
Dobbiamo tornare a essere esempi di autoregolazione, offrendo un ascolto che non sia un passivo udire, ma un dialogo empatico che permetta ai ragazzi di sentirsi "sentiti".
Solo attraverso una relazione umana autentica, basata sul sentire reciproco e sulla condivisione responsabile dei limiti, possiamo aiutare questi giovani a riappropriarsi della loro biologia, a smettere di essere macchine anestetizzate e a tornare a essere persone capaci di relazionarsi in modo sano e rispettoso.
La felicità a scuola, e nella vita, passa da questo coraggioso esame di coscienza e dall'impegno a costruire ponti, non muri di giudizio.
Non esiste prestazione che valga quanto l'integrità emotiva e la capacità di connessione di un ragazzo.
L'obiettivo finale è passare dal "fare quello che l'adulto chiede" al "sentire ciò che è giusto per sé e per l'altro", all'interno di una cornice di reciproca responsabilità, coerenza e vicinanza emotiva.
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