C O N D I R S I - Cene a tema per il gusto di parlarsi a tavola

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C O N D I R S I - Cene a tema per il gusto di parlarsi a tavola. C O N D I R S I è, allora, uno spazio di cura per i legami sociali.

Una sera al mese generazioni diverse si ritrovano nel momento conviviale della cena per scambiarsi – nell’offrire e nel ricevere – cibo e parole. Cibo e parole si combinano stimolando, a partire dall’esperienza, riflessioni su temi sensibili che, nel nostro tempo, richiedono una nuova capacità di ascolto e una nuova comprensione, da costruire insieme, per capire come va il mondo e come starci bene

DISUGUAGLIANZE ED EMANCIPAZIONE: REDISTRIBUZIONE O DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA? 24/06/2026

Perché si accettano le disuguaglianze sociali? – con Luca Storti, 8
CENTOSEDICESIMO APPUNTAMENTO di C O N D I R S I, 8
Giovedì 4 Giugno 2026

DISUGUAGLIANZE ED EMANCIPAZIONE: REDISTRIBUZIONE O DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA?

Cosa è cambiato in tempi recenti nella percezione delle disuguaglianze? Alla loro estensione non corrisponde, come in passato, una domanda collettiva, delle classi subordinate, di trasformazione sociale; al contrario, si assiste a una tendenza verso la loro giustificazione. Riflesso di una tale cambiamento è la trasformazione della cultura progressista – difficile da qualificare ancora “di sinistra” –, che ha gradualmente spostato l'attenzione dalla condizione di subordinazione – quella del lavoro salariato – della classe lavoratrice, nel tempo sempre più frammentata, alle rivendicazioni di gruppi specifici, di minoranze identitarie – “i penultimi” e “gli ultimi” –, genericamente ricomprese nella lotta all’oppressione.

Al crescente difficoltà di riconoscere dove risieda realmente il potere – un potere economico sempre più concentrato e meno visibile –, presso le élite finanziare e industriali del capitalismo permane una forte consapevolezza dei propri interessi comuni. E tuttavia, lo sfruttamento non è scomparso, ma assume forme molto differenziate. Le esperienze individuali risultano frammentate e difficilmente riconducibili a una condizione collettiva condivisa. Manca quella "risonanza" che in passato permetteva di trasformare situazioni individuali in coscienza politica comune, conl’effetto di indebolire la centralità del conflitto distributivo.

Da qui, per Luca Storti, diviene cruciale la distinzione non solo economica, ma politica, tra redistribuzione e distribuzione della ricchezza: la redistribuzione interviene sugli effetti delle disuguaglianze attraverso tasse, trasferimenti e politiche compensative; la distribuzione riguarda invece i rapporti sociali e i meccanismi attraverso cui ricchezza, reddito e potere vengono originariamente ripartiti.

Oggi, molte proposte, considerate progressiste, agiscono prevalentemente sul primo livello, lasciando sostanzialmente intatto il secondo, cioè perseguono politiche che, non a caso, possono avere il consenso anche di alcuni super-ricchi illuminati. La questione dell'emancipazione collettiva non può essere disgiunta dalla capacità di riportare al centro il tema della distribuzione della ricchezza e dei rapporti di potere che la determinano. Senza la ricostruzione di un "noi" capace di riconoscere interessi comuni strutturali, la politica rischia di limitarsi alla gestione redistributiva delle disuguaglianze, senza incidere sulle strutture che continuano a produrle.

(8, continua)

– con Andrea Argena, Arianna Perruquet, Davide Gennari, Elena Nannelli, Erik Castello, Francesca Tisi, Luca Storti, Matteo Frau, Samuele Tiberia, Stefano Stella, Yannick Ab e Renato Tomba

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VISIBILITÀ E INVISIBILITÀ DELLA RICCHEZZA: STRATEGIE DI POTERE DEI SUPER-RICCHI 23/06/2026

Perché si accettano le disuguaglianze sociali? – con Luca Storti, 7
CENTOSEDICESIMO APPUNTAMENTO di C O N D I R S I, 7
Giovedì 4 Giugno 2026

VISIBILITÀ E INVISIBILITÀ DELLA RICCHEZZA: STRATEGIE DI POTERE DEI SUPER-RICCHI

Quali strategie utilizzano i super-ricchi nell’organizzare la propria invisibilità, per sottrarsi al confronto sociale e così preservare privilegi e potere nella società? Per Luca Storti, una dimensione della invisibilità della loro ricchezza «riguarda la strumentazione che è offerta dalla società offshore e da una popolazione di professionisti» specializzati che schermano patrimoni e proprietà; l’altra è la costruzione a livello spaziale di zone residenziali e località riservate ed esclusive, che «di fatto sono forme di privatizzazione, anche in parte di terreni pubblici». E quindi «ci sono delle comunità di ricchi che hanno colonizzato territori, espellendo i vecchi abitanti attraverso le leve economiche, cioè rendendo del tutto insostenibile la vita a chi ci viveva prima di loro, o costruendo delle enclave da super-ricchi».

La ricchezza si organizza territorialmente senza ricorrere a forme esplicite di coercizione. La strategia della segregazione spaziale – sia in contesti urbani, dove i super ricchi lavorano, sia in contesti extra-urbani, che costituiscono la parentesi temporale dalla vita ordinaria – contribuisce così a stabilizzare i privilegi esistenti. E ne garantisce di nuovi, come la possibilità di occupare contesti divenuti più appetibili sotto la pressione di fenomeni più recenti come l’addensamento urbano e il cambiamento climatico. L’invisibilità è una condizione di “immunità” – legale, reputazionale e politica – che si adatta alle nuove circostanze. E, in tempi più recenti, il pattern spaziale, una novità che si va affermando tra i super ricchi, è: vivere tra le città internazionali – Londra, New York, Tokyo, Shanghai, in parte in Italia (Milano) –, «una vita fatta di spostamenti seriali, itineranti tra queste città e tra periodi estesi vissuti fuori città».

Sono forme di mobilità spaziale che si traducono di fatto in una riduzione del contatto con il resto della società. Questa distanza produce un effetto importante: rende più difficile confrontare concretamente condizioni di vita molto differenti e attenua la percezione delle disparità sociali, e quindi anche le possibilità di conflitto sociale. Ne emerge il ritratto di una ricchezza che non cerca soltanto di accumularsi, ma anche di controllare la propria esposizione pubblica, alternando visibilità simbolica e invisibilità concreta come strumenti di conservazione del potere.

(7, continua)

– con Andrea Argena, Arianna Perruquet, Davide Gennari, Elena Nannelli, Erik Castello, Francesca Tisi, Luca Storti, Matteo Frau, Samuele Tiberia, Stefano Stella, Yannick Ab e Renato Tomba

VISIBILITÀ E INVISIBILITÀ DELLA RICCHEZZA: STRATEGIE DI POTERE DEI SUPER-RICCHI VISIBILITÀ E INVISIBILITÀ DELLA RICCHEZZA: STRATEGIE DI POTERE DEI ...

22/06/2026

Perché si accettano le disuguaglianze sociali? – con Luca Storti
CENTOSEDICESIMO APPUNTAMENTO di C O N D I R S I
Giovedì 4 Giugno 2026

MOMENTO CONVIVIALE 2

Tredicesimo anniversario. Non è finito? È solo l’introduzione

Francesca Tisi: – Ma chi è che fa gli anni, scusatemi?
Arianna Perruquet: – Condirsi!
Francesca Tisi: – Aaah, aaah!
Renato Tomba: – Tredicesimo anniversario!
Francesca Tisi: – Non avevo capito. È giusto, no, no, no! Mi son solo sbagliata.
Arianna Perruquet: – Eeh! Chi è il più giovane?
[…]
Andrea Argena: – La domanda fondamentale che c’è a ogni puntata di Dragon Ball, Noi dove eravamo arrivati, esattamente?
[Stefano Stella accenna alla sigla di Dragon Ball]
Andrea Argena: – Esatto, esatto! Nel discorso generale...
Matteo Frau: – Eh, poi ricombinandolo…
Yannick Abelonis: – Quarto punto.
Stefano Stella: – Abbiamo chiuso i quattro punti.
Luca Storti: – Ah, anche lì non è finito? [Risate, voci confuse] Ah sì, io avevo immaginato come concluso. Però, se volete...
Francesca Tisi: – No, questa era l’introduzione.
Erik Castello: – Adesso arriva il bello.

– con Andrea Argena, Arianna Perruquet, Davide Gennari, Elena Nannelli, Erik Castello, Francesca Tisi, Luca Storti, Matteo Frau, Samuele Tiberia, Stefano Stella, Yannick Ab e Renato Tomba

21/06/2026

Perché si accettano le disuguaglianze sociali? – con Luca Storti
CENTOSEDICESIMO APPUNTAMENTO di C O N D I R S I
Giovedì 4 Giugno 2026

MOMENTO CONVIVIALE 1

Quale modello di mercato? Di Maradona e della Cina

Erik Castello: – La domanda è, cosa si intende per mercato e perché nessuno si immagina, allora la domanda provocatoria è: un'altra forma di mercato?
Luca Storti: – In realtà all'interno di questa logica-narrazione, il riferimento al mercato è molto generale, astratto. È il mercato. Un contesto in cui tendenzialmente non ci sono vincoli esterni di potere, che condizionano quello che le persone comprano.
Erik Castello: – Ma non esiste questo mercato.
Luca Storti: – Allora facciamo in modo di avvicinarlo il più possibile.
Erik Castello: – Per me è già questa affermazione, tutto quello che si costruisce dalla parola mercato in poi è precostruito, ma sulla base di una cosa data per naturale quando naturale non è.
Luca Storti: – Sì, si può anche intendere che alcuni presupposti siano assunti come naturali o come quasi biologici. Il modo però più, come dire, semplice che utilizzano per divincolarsi da questa obiezione è… sicuramente non esiste neanche il giocatore di calcio perfetto, non lo era neanche Maradona, ma più ti avvicini meglio è.

– con Andrea Argena, Arianna Perruquet, Davide Gennari, Elena Nannelli, Erik Castello, Francesca Tisi, Luca Storti, Matteo Frau, Samuele Tiberia, Stefano Stella, Yannick Ab e Renato Tomba

DELL’APPARTENERE CONTRO: LA LOGICA DI GRUPPO DELL’ACCETTAZIONE. LE QUATTRO STRATEGIE DI SENSO... 20/06/2026

Perché si accettano le disuguaglianze sociali? – con Luca Storti, 6
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Giovedì 4 Giugno 2026

DELL’APPARTENERE CONTRO: LA LOGICA DI GRUPPO DELL’ACCETTAZIONE.
LE QUATTRO STRATEGIE DI SENSO DELLA SOCIETÀ DISEGUALE

L'ultima delle quattro logica dell’accettazione: la logica di gruppo. È un criterio identitario di appartenenza, prodotto da «tendenze iperindividualiste» che, in relazione alla «crisi dei fattori identificativi giocati da collettività come le classi sociali», sono in grado di promuovere «l'identificazione di alcuni gruppi sociali su cui si dovrebbero concentrare i costi degli scarti della società e della disuguaglianza sociale»: le disuguaglianze vengono accettate perché colpiscono gruppi percepiti come esterni, mentre rafforzano l'uguaglianza e la coesione all'interno del gruppo di appartenenza.

Anche in alcuni tra i paesi ritenuti tra i più egualitari, cioè di paesi del nord d'Europa, le dinamiche sociali e giuridiche (per esempio, l’accesso al welfare) non sono più orientate in base a principi universali, ma si sviluppano in base a un sistema di “appartenenze oppositive” (logica di Dupont): la distinzione tra un "noi" e un "loro", tra “interno” ed “esterno”, diviene un potente criterio di accettazione dell'ordine sociale esistente e, in prospettiva, futuro.

A chiusura dell’esposizione delle quattro logiche, Luca Storti ne illustra il significato come «strumenti abbastanza generici per leggere le strategie di senso, attraverso cui le persone accettano le disuguaglianze sociali». Non forniscono una spiegazione esaustiva delle disuguaglianze, ma sono strumenti interpretativi che possono orientare la ricerca: le quattro logiche non agiscono isolatamente, ma si combinano e si intrecciano in modi differenti a seconda dei contesti storici e sociali. E, quindi, «sono quattro criteri per orientarsi nel tentativo di trovare una risposta, ancora molto parziale, alla domanda perché le disuguaglianze sociali, per dirla come uno slogan, fanno meno scandalo di quello che potremmo aspettarci soltanto se le osservassimo per la loro estensione.»

Inoltre, la cosa interessante, da approfondire, emersa nel corso della conversazione, è «cercare di agganciare queste logiche a delle linee di riflessione più ampie», vedere come queste stesse logiche, al di là di «come vengono elaborate e rielaborate dagli attori, «sono in qualche modo anche iscritte in un contesto socio-economico in cui le troviamo all'opera».

A riprova di questa esigenza di ricerca, «un tema trasversale a quello delle logiche» è quello della percezione soggettiva della posizione sociale: molti individui valutano in modo distorto la propria collocazione nella struttura delle disuguaglianze. Questa "percezione errata" è alla base di «uno degli enigmi da un punto di vista politico, non soltanto da un punto di vista della ricerca, da sciogliere»: il fatto cioè che si fa più fatica a intercettare paradossalmente il consenso verso misure di cambiamento radicale della pressione fiscale e delle imposte di tipo patrimoniale, proprio da parte di quegli strati sociali che in realtà sarebbero i più esposti ai benefici di quelle politiche.

(6, continua)

– con Andrea Argena, Arianna Perruquet, Davide Gennari, Elena Nannelli, Erik Castello, Francesca Tisi, Luca Storti, Matteo Frau, Samuele Tiberia, Stefano Stella, Yannick Ab e Renato Tomba

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DEL CONFORMARSI ALL’ESISTENTE: LA LOGICA CULTURALE DELL’ACCETTAZIONE 18/06/2026

Perché si accettano le disuguaglianze sociali? – con Luca Storti, 5
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Giovedì 4 Giugno 2026

DEL CONFORMARSI ALL’ESISTENTE: LA LOGICA CULTURALE DELL’ACCETTAZIONE

Come è possibile accettare di vivere dentro un mondo in cui la promessa di uguaglianza si rovescia nella gestione di un regime di scarsità – la cui metafora è il regime carcerario – delle risorse disponibili (di tempo, denaro o di pane), e l’abbondanza è riservata a pochi? Per Luca Storti, una parte della risposta risiede nella “logica culturale e cognitiva”, un criterio di senso per cui «diamo un posto alle disuguaglianze perché sono coerenti con la costruzione del mondo in cui noi ci troviamo collocati, che è l'esistenza del carcere, è l'esistenza di un modo empirico di dividerci il pane, in modo tale che, in qualche modo, chiunque mangi, ma non perda tempo a pensare, a concepire se c'è vita fuori dal carcere».

Una sorta di “conformismo cognitivo” – la trappola pirandelliana del “Così è (se vi pare)” –, per cui la realtà è ciò che si è disposti a credere come tale, che qui si declina nella credenza di una “naturalizzazione” dell’ordine esistente. La sua forza non deriva soltanto dal potere economico, ma dalla sua capacità di occupare l'immaginazione e di rendere impensabile un’alternativa. Una spiegazione possibile di questa presa cognitiva rinvia al concetto di “egemonia culturale” di Gramsci, alle teorie della “giustificazione di sistema” o, ancora, alla teoria della “dissonanza cognitiva” di Bandura. È un problema che va oltre, e interroga la sociologia stessa.

Qual è il compito della disciplina sociologica? Cosa significa essere intellettuale pubblico, se nel descrivere l'esistente la descrizione finisce per rafforzarne la naturalità? È davvero possibile per lo scienziato sociale evitare “il problema di cambiare la società”? Domanda aperta, dalla piega drammatica. Infatti, la logica culturale dell'accettazione non si limita a conformarsi all’esistente, e alle sue disuguaglianze, ma è anche confermativa della gerarchia di valore che l'esistente attribuisce alle vite umane che lo abitano. In una società dominata dall’economia capitalistica, il valore degli individui tende a essere misurato dalla loro inclusione o meno nel suo processo di valorizzazione. Il povero, l'escluso o il marginale non appaiono soltanto privi di risorse, ma esplicitamente privi di importanza.

In questa prospettiva, il "modello Gaza" – il genocidio in atto in Palestina ad opera dello Stato di Israele – fornisce una tragica lezione: la normalizzazione di situazioni nelle quali intere popolazioni possono essere considerate sacrificabili, senza che l'ordine simbolico dominante venga realmente messo in discussione. La domanda decisiva diventa allora non solo perché accettiamo le disuguaglianze, ma perché accettiamo i criteri culturali che stabiliscono quali vite contano di più e quali di meno.

(5, continua)

– con Andrea Argena, Arianna Perruquet, Davide Gennari, Elena Nannelli, Erik Castello, Francesca Tisi, Luca Storti, Matteo Frau, Samuele Tiberia, Stefano Stella, Yannick Ab e Renato Tomba

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DEL PREMIARE IL MERITO: LA LOGICA MORALE DELL’ACCETTAZIONE 16/06/2026

Perché si accettano le disuguaglianze sociali? – con Luca Storti, 4
CENTOSEDICESIMO APPUNTAMENTO di C O N D I R S I, 4
Giovedì 4 Giugno 2026

DEL PREMIARE IL MERITO: LA LOGICA MORALE DELL’ACCETTAZIONE

Nella logica morale dell'accettazione le disuguaglianze sociali sono considerate in base a criteri che «non si configurano in un contesto spazio-temporale specifico, ma hanno una portata generale o generica». Si tratta quindi di stabilire se le disuguaglianze siano conformi a un criterio stabilito come giusto e universale.

Un criterio astratto, oggi dato per scontato, è l’idea del merito individuale: «la meritocrazia, cioè la costruzione teorizzata del riconoscimento del merito, diventa uno strumento potentissimo non solo di accettazione, ma anche di legittimazione delle disuguaglianze sociali». Se reddito, ricchezza e successo sono interpretati come il risultato della differenza di competenze e capacità, di impegno e talento, allora un mondo diseguale appare come il naturale esito di un sistema che premia il riconoscimento del valore individuale. «È una logica che si autoalimenta: paradossalmente, più le disuguaglianze aumentano, più è efficace il meccanismo di premio del merito e delle capacità o specularmente del demerito e della mancanza di capacità.»

La questione, però, riguarda i criteri con cui una società decide che cosa merita di essere premiato. Nelle società contemporanee tendono a essere valorizzate soprattutto le qualità che producono risultati misurabili e valore economico, mentre altre virtù – come la cura, la compassione, il senso della comunità o l’onore – tendono a occupare una posizione marginale.

Spostare l’attenzione sull’origine storico-sociale dei criteri di valore – di ciò che conta, quale talento – vuol dire anche, per Luca Storti, interrogare l’attuale narrazione per cui «la forma che più approssima il bene collettivo è la soddisfazione massima dell'utilità individuale», e il bene comune è inteso solo «come “somma di soddisfacimento” a livello individuale, come se non ci fosse un effetto aggregato, cioè qualcosa che va oltre la somma degli individui.»

Mettere in discussione questa premessa utilitarista dell’individualismo moderno – il successo personale come criterio supremo di valore – significa interrogarsi quale sia il senso dell’intreccio che tiene insieme individuo e società: che, se esiste qualcosa che va oltre gli individui, allora occorre riflettere sulle disuguaglianze nei termini dell’idea di giustizia che orienta una società.

(4, continua)

– con Andrea Argena, Arianna Perruquet, Davide Gennari, Elena Nannelli, Erik Castello, Francesca Tisi, Luca Storti, Matteo Frau, Samuele Tiberia, Stefano Stella, Yannick Ab e Renato Tomba

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DELL’ALLARGARE LA TORTA: LA LOGICA ECONOMICA O DI MERCATO DELL’ACCETTAZIONE 13/06/2026

Perché si accettano le disuguaglianze sociali? – con Luca Storti, 3
CENTOSEDICESIMO APPUNTAMENTO di C O N D I R S I, 3
Giovedì 4 Giugno 2026

DELL’ALLARGARE LA TORTA: LA LOGICA ECONOMICA O DI MERCATO DELL’ACCETTAZIONE

La logica economica dell’accettazione, fondata sul mercato, è pragmatica: le disuguaglianze non sono di per sé un esito, ma un effetto collaterale inevitabile dello scambio economico. Nessuna apologia del sistema di mercato, anzi, «il mercato è il modo peggiore di allocare le risorse, tolte di tutti gli altri, per parafrasare la frase di Churchill sulla democrazia». È soltanto l’affermazione disincantata della prevalenza dello scambio di mercato nella riproduzione della società: “È il capitalismo, bellezza!”; e forse anche un po’ cinica, per cui, in assenza di alternativa, è inutile inseguire utopie egualitarie.

In linea di massima, la logica economia non promette una società eguale. Promette qualcosa di diverso: una società più ricca. Secondo questa visione, il compito principale dell'economia è "allargare la torta", cioè aumentare la ricchezza complessiva disponibile. In discussione, semmai, è l'idea che l'intervento pubblico possa correggere efficacemente le disuguaglianze sociale, la cui riproduzione nel corso del tempo è assunta come una condizione indipendente. Una teorizzazione, questa, che «in fondo è un modo per approssimare l'idea di disuguaglianze naturali».

Al contrario, per Luca Storti, se si assume che in realtà le due dimensioni – di ricchezza e povertà – non siano così indipendenti l'una dall'altra», la prospettiva cambia. L'accumulazione di grandi ricchezze e la presenza di forti disuguaglianze sono osservabili come esito di uno stesso processo, non riducibile a condizioni individuali d’esistenza, ma riconducibile alla forma stessa della società.

Per Luca Storti, la cosa risulta più evidente se si riflette sulla distinzione tra povertà e disuguaglianza. Nel dibattito pubblico, infatti, la povertà è generalmente definita attraverso soglie economiche, e il tema della riduzione della povertà suscita una certa attenzione mediatica e incentiva l’adozione di specifiche politiche di intervento pubblico; la disuguaglianza, invece, riguarda la messa in discussione della forma complessiva della società, la distanza tra classi sociali e la distribuzione delle risorse e del potere. Il tema della disuguaglianza obbliga a ”ragionare” sul fatto che, «se i ricchi sono così ricchi, è perché ci sono i poveri», ovvero sul fatto che la condizione di classe è funzionale al “meccanismo” di produzione della ricchezza, e alla sua ripartizione diseguale.

(3, continua)

– con Andrea Argena, Arianna Perruquet, Davide Gennari, Elena Nannelli, Erik Castello, Francesca Tisi, Luca Storti, Matteo Frau, Samuele Tiberia, Stefano Stella, Yannick Ab e Renato Tomba

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DALL’ORDINE SOCIALE DISEGUALE ALLE LOGICHE DI ACCETTAZIONE 11/06/2026

Perché si accettano le disuguaglianze sociali? – con Luca Storti, 2
CENTOSEDICESIMO APPUNTAMENTO di C O N D I R S I, 2
Giovedì 4 Giugno 2026

DALL’ORDINE SOCIALE DISEGUALE ALLE LOGICHE DI ACCETTAZIONE

Se l’accettazione dello status quo di una società diseguale dipendesse solo dall'interesse economico, il problema sociologico della disuguaglianza sarebbe poco interessante. Ad aprire una prospettiva più problematica, è una ricerca di Francesco Duina, condotta su un fenomeno presente in contesti di forte povertà degli Stati Uniti: in gruppi sociali, segnati da condizioni materiali gravi e da un godimento limitato del welfare, si riscontrano forme di intenso patriottismo e di adesione al mito dell'eccezionalismo americano.

In termini più generali, l’evidenza paradossale di questa situazione è la questione stessa della disuguaglianza: la sua accettazione riguarda individui e gruppi sociali che non traggono vantaggi significativi dall'ordine sociale esistente. Comprendere le ragioni di questa adesione, o almeno di questa accettazione, diventa così una delle questioni centrali per capire il funzionamento delle società contemporanee. Negli studi del problema delle disuguaglianze, secondo Luca Storti, sono rintracciabili quattro grandi «logiche dell'accettazione»: economica o di mercato, culturale, morale e di gruppo.

Ma prima ancora di farne strumento di analisi, è necessario chiarire un punto centrale: «accettazione non vuol dire approvazione», perché si può ritenere una situazione ingiusta e, allo stesso tempo, considerarla una realtà di fatto difficile da modificare. «All'interno dell'accettazione ci possono essere poi forme più o meno proattive, più o meno intense di adesione allo status quo», lungo uno spettro che può andare dall’approvazione al fanatismo.

Inoltre, l'accettazione delle disuguaglianze non cresce necessariamente in modo lineare con l'aumentare del reddito o della ricchezza. Per Luca Storti, «c'è probabilmente una sorta di effetto soglia»: ai livelli più estremi di povertà prevalgono spesso rabbia e ostilità verso lo status quo; superata però una certa soglia, l'accettazione tende a stabilizzarsi e a coinvolgere anche gruppi che ricavano benefici limitati dall'assetto esistente; ai livelli più alti è possibile trovare posizioni “illuminate” favorevoli a introdurre qualche effetto correttivo alla disuguaglianza.

È proprio questa non linearità dell’accettazione a rendere necessario l’esplorazione delle logiche culturali, morali e identitarie di gruppo, che contribuiscono in definitiva alla persistente stabilità dell'ordine sociale.

(2, continua)

– con Andrea Argena, Arianna Perruquet, Davide Gennari, Elena Nannelli, Erik Castello, Francesca Tisi, Luca Storti, Matteo Frau, Samuele Tiberia, Stefano Stella, Yannick Ab e Renato Tomba

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L’«EFFETTO MATTEO» E COSA FANNO I GRANDI E I SUPER RICCHI PER FARSI ACCETTARE 10/06/2026

Perché si accettano le disuguaglianze sociali? – con Luca Storti, 1
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Giovedì 4 Giugno 2026

L’«EFFETTO MATTEO» E COSA FANNO I GRANDI E I SUPER RICCHI PER FARSI ACCETTARE

Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza;
ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.
(Matteo, 25, 29)

Ampliare lo sguardo sul mondo significa oggi osservare l'aumento delle disuguaglianze a livello globale: una ristretta élite della popolazione mondiale concentra una parte crescente della ricchezza prodotta. La ricchezza, inoltre, possiede quella caratteristica che la sociologia definisce "effetto Matteo": «tende in qualche modo a riprodursi molto più di quanto faccia il reddito», per cui «la ricchezza è anche una risorsa distribuita in modo ancora più diseguale che non il reddito. La ricchezza genera ricchezza.»

Di fronte a questa crescita delle disuguaglianze, ci si aspetterebbe una maggiore opposizione sociale. Eppure accade il contrario. Indicatori come la partecipazione sindacale, la conflittualità sociale, gli scioperi o la centralità politica della redistribuzione mostrano un progressivo indebolimento della resistenza collettiva. La domanda centrale diventa allora: quali meccanismi culturali e simbolici rendono la disuguaglianza socialmente accettabile?

Per Luca Storti occorre spostare l'attenzione sui grandi ricchi e sulla retorica attraverso cui i grandi ricchi costruiscono infatti la propria legittimazione sociale. Un ruolo importante è svolto dalla filantropia, che trasforma il super ricco nella figura del benefattore. Attraverso fondazioni e iniziative pubbliche, la ricchezza non appare più soltanto come privilegio privato, ma come risorsa messa al servizio della collettività.

A questa strategia si affianca una più recente forma di legittimazione: l'autonarrazione biografica. I grandi imprenditori e miliardari contemporanei raccontano sé stessi attraverso uno schema ricorrente: individui comuni, spesso marginali o incompresi, che grazie al talento, alla perseveranza e alla capacità di superare le difficoltà hanno conquistato il successo. Di queste narrazioni la ribellione giovanile, il fallimento e il riscatto sociale sono ingredienti quasi obbligatori.

Questa mitologia riprende e amplifica il mito dell'American Dream: chiunque può farcela se si impegna abbastanza – che «così non lo è mai stato, è sempre stato più un incubo che un sogno, però sicuramente in anni recenti è molto più incubo di quanto non fosse in passato», perché oggi si ripropone in una società non solo molto diseguale, ma sempre più segnata da immobilismo sociale.

Il punto cruciale è proprio questo: la retorica meritocratica individualizza il successo e il fallimento. La società come struttura collettiva diventa invisibile. Restano soltanto individui più o meno capaci, più o meno resilienti. In questo modo la disuguaglianza non viene percepita come un problema politico o sociale, ma come l'esito naturale di percorsi individuali. Ed è proprio questa narrazione a costituire uno dei più potenti strumenti di accettazione dello status quo.

(1, continua)

– con Andrea Argena, Arianna Perruquet, Davide Gennari, Elena Nannelli, Erik Castello, Francesca Tisi, Luca Storti, Matteo Frau, Samuele Tiberia, Stefano Stella, Yannick Ab e Renato Tomba

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