28/03/2026
A domani…✨🌷✨
”Offrire ai bambini la possibilità di vivere il mondo naturale e prendersene cura fin dalla tenera età non solo coltiva tutte le forme di intelligenza, ma instilla anche un profondo senso di meraviglia, responsabilità e connessione con il pianeta che li accompagnerà per tutta la vita…”
da Coltivare l’infanzia di Vigoni-Nardi
28/03/2026
Domani ti aspettiamo…
NON PRENDETEVI IMPEGNI PER DOMENICA 29/3✨
vi aspettiamo numerosi per inaugurare questo spazio di comunità… in continuità con i progetti del ns nido e scuola d’infanzia che prevedono anche la cura del verde attraverso la semina e la coltivazione di piccoli fiori e ortaggi ✨
21/03/2026
NON PRENDETEVI IMPEGNI PER DOMENICA 29/3✨
vi aspettiamo numerosi per inaugurare questo spazio di comunità… in continuità con i progetti del ns nido e scuola d’infanzia che prevedono anche la cura del verde attraverso la semina e la coltivazione di piccoli fiori e ortaggi ✨
17/03/2026
Condividiamo il progetto “ Ortoingiro(tti)”
Vi aspettiamo numerosi… ✨
20/02/2026
Girotondo porterà la sua esperienza✨
19/02/2026
Condividiamo…
Sono nativi digitali, non puoi impedirgli di stare allo smartphone!
Uno dei grandi idoli dell’epoca moderna è che il cellulare vada messo in mano ai piccoli il prima possibile.
Nativi digitali è un termine inventato dal marketing, non è una rivelazione scientifica: i bambini soprattutto sotto i 3 anni devono giocare con l’acqua, la sabbia, fare i travasi, non stare incollati al tablet.
Anche il mito del bambino touch è inesistente: il cervello dei piccoli è lo stesso dei bambini che vivevano all’epoca di Maria Montessori, un cervello di tipo sensoriale, non hanno una tastiera in testa. Anche la comunità scientifica lo conferma: i primi 3 anni di vita devono essere completamente sensoriali.
La mano è l’organo che è più in connessione con le aree cerebrali che contribuiscono allo sviluppo.
17/02/2026
“MI ILLUMINO DI MENO” 2026
03/02/2026
Tempo di scelte… condividere il percorso educativo per i propri figli✨
03/02/2026
«Sono arrivata a Caivano nel 2007, in un istituto comprensivo del primo ciclo. Lì volevo esserci, perché è in quel segmento che i ragazzi sono più fragili e io volevo renderli forti da piccoli.
Poi, quando ciò che facevo iniziava a creare scompiglio, mi dissero “forse è meglio che vada altrove”. In quel momento incontrai un mio studente che mi disse: “Se te ne vai, io verrò da te”. Quelle parole mi diedero la forza di andare avanti.
Così, nel 2013, arrivai al “Morano”. Anche qui il problema principale era la dispersione scolastica.
Lavoravo da mesi per rendere la scuola bella, pulita, accogliente. Tutti dicevano che era sporca, che non si poteva fare nulla.
Un giorno, vedendo che la scuola era silenziosa e i ragazzi non venivano, sono scesa in strada. Volevo solo sfogare la rabbia, ma poi alzando gli occhi ho visto una signora che stendeva i panni, mi ha riconosciuta, mi ha salutata e mi ha fatto salire a casa. In quel momento ho sentito un’accoglienza che non avevo mai percepito dalle istituzioni.
Da quel giorno ho capito che dovevo arrivare prima dei ragazzi, prima delle lettere, prima delle assenze. Perché a furia di pensare alle pratiche burocratiche, rischiamo di perdere un ragazzo che nel frattempo ha già deciso di andare altrove».
Eugenia Carfora.
Ci sono storie che non hanno bisogno di essere romanzate.
Quella di Eugenia Carfora è una di queste.
La fiction Rai con Luisa Ranieri ce l’ha ricordato: dietro ogni aula difficile c’è qualcuno che sceglie di restare. Ma la realtà di Carfora va oltre qualsiasi sceneggiatura. È fatta di porte aperte all’alba, di strade percorse per intercettare i ragazzi prima che si perdano, di una scuola che si rialza perché qualcuno ci crede davvero.
“Se te ne vai, io verrò da te” non è solo la frase di uno studente. È la misura di quanto può valere una presenza. È il motivo per cui una dirigente decide di scendere in strada, di farsi accogliere da chi stende i panni, di mettere la comunità prima delle pratiche.
La fiction mostra il coraggio.
La realtà mostra la resistenza quotidiana.
Eugenia Carfora non interpreta un ruolo: lo vive. E ci ricorda che una scuola viva può diventare il primo vero luogo di riscatto.
Un esempio da custodire come direzione.