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Hai mai provato a tenere il cappello in testa mentre la bora spazza Trieste? A inizio Novecento la scena era così comica...
23/08/2026

Hai mai provato a tenere il cappello in testa mentre la bora spazza Trieste? A inizio Novecento la scena era così comica e così quotidiana che qualcuno la trasformò in una cartolina illustrata: non una fotografia, ma un disegno satirico, parte di una serie dedicata proprio alla bora.

La vignetta è tutta lì, davanti al Monumento Rossetti: passanti piegati in due, signore che si aggrappano alle gonne, cappelli che volano come uccelli impazziti, fogli sparsi sul selciato. E sul nastro in alto la scritta beffarda "Una riunione fallita". Perché a Trieste la bora non è solo vento: è un personaggio, quasi un'istituzione. Quando soffia da nord-est scendendo dal Carso, riesce a svuotare le piazze in pochi minuti, a rovesciare bancarelle, a mandare all'aria qualsiasi appuntamento all'aperto.

Il Monumento a Domenico Rossetti, dedicato allo storico e patriota triestino, resta al centro della scena come testimone impassibile della tragicommedia. Intorno, il verde del Giardino Pubblico fa da cornice a una città che viveva il suo momento d'oro asburgico, tra caffè letterari, traffici marittimi e una borghesia cosmopolita.

Ma la bora non guarda in faccia nessuno: né nobili né popolani, né riunioni importanti né passeggiate serene. E i triestini, invece di lamentarsi, hanno imparato a riderci sopra, al punto da spedirsi per posta la propria disfatta. Sulla cartolina resta ancora la data scritta a mano: 3 gennaio 1907. 🌬️

Qual è il vostro ricordo più forte di una giornata di bora a Trieste? Raccontatecelo nei commenti.

C'era un tempo, a Trieste, in cui la legge vietava alle donne di chiacchierare. Non in casa, si intende, ma dietro il ba...
22/08/2026

C'era un tempo, a Trieste, in cui la legge vietava alle donne di chiacchierare. Non in casa, si intende, ma dietro il banco del mercato di Ponterosso.

Le chiamavano venderigole, le venditrici ambulanti di frutta e verdura che dal primo Ottocento animavano la piazza nata dall'interramento delle antiche saline volute da Maria Teresa. Sotto i baldacchini di tela, accanto alla fontana del Giovanin, accoglievano i foresti appena sbarcati dalle navi con richiami squillanti, sorrisi e quella parlantina fulminante che le rese celebri in tutta la città. "Matone e sincere", le descrivevano i cronisti dell'epoca: regine indiscusse delle ciacole triestine.

Eppure il loro antichissimo statuto, quello della fraglia, l'unica corporazione di mestiere sopravvissuta a Trieste quando bottai, carradori e calafatari erano già scomparsi, conteneva un divieto sorprendente: proibiva espressamente "le chiacchiere" tra le venditrici, con tanto di sanzioni per chi trasgrediva. Un paradosso quasi comico, se si pensa che la venderigola era, per definizione popolare, la voce stessa del mercato.

Perché quel divieto? Cosa temevano davvero gli statuti di una corporazione tutta al femminile, in una piazza dove passava mezza Trieste? 🌿

La storia completa, con la fraglia, la bora, le canzoni dialettali e il mercato coperto donato da Sara Davis, ti aspetta nell'approfondimento. Link nel primo commento.

Guardate bene sulla banchina lastricata: quelle cataste di legname accatastate accanto ai passanti raccontano più di mil...
20/08/2026

Guardate bene sulla banchina lastricata: quelle cataste di legname accatastate accanto ai passanti raccontano più di mille parole sul porto di Trieste di fine Ottocento.

Siamo intorno al 1890, e il Canal Grande è ancora un cuore pulsante del commercio marittimo cittadino. Il legname, arrivato via mare dai boschi dell'Istria e della Dalmazia, veniva scaricato qui prima di risalire verso i magazzini del Borgo Teresiano o di essere ricaricato su altri velieri diretti nei porti del Mediterraneo. Alle spalle, la cupola di Sant'Antonio Nuovo veglia sulla scena come un faro neoclassico, chiudendo la prospettiva voluta dagli urbanisti teresiani un secolo prima. Le vele parzialmente spiegate degli imponenti bastimenti ormeggiati lungo le rive testimoniano un'attività che non si fermava mai, fatta di scaricatori, sensali e mercanti abituati a sentir parlare mezza dozzina di lingue diverse in una sola mattinata.

Quelle cataste ci dicono una cosa semplice ma potente: Trieste viveva di ciò che il mare portava, e ogni asse di legno era una piccola tessera dell'economia imperiale asburgica, un anello nella catena che legava il porto al resto del Mediterraneo.

Ora tocca a voi: guardate ancora la foto e cercate altri dettagli nascosti sulla banchina. Un carro, una figura curva sul lavoro, un'insegna, un cappello. Scriveteceli nei commenti 👇

Oggi Piazza Oberdan è uno snodo di tram, autobus e passanti diretti al centro. Alzando gli occhi, tra le facciate ottoce...
19/08/2026

Oggi Piazza Oberdan è uno snodo di tram, autobus e passanti diretti al centro. Alzando gli occhi, tra le facciate ottocentesche, non si nota più nulla di quel groviglio di fili che per decenni ha attraversato i tetti della città.

Nel 1895 la scena era diversa. Due tecnici in equilibrio sulle tegole cercano di rimettere in sicurezza un traliccio telefonico piegato dalla bora. Gli isolatori in ceramica pendono storti, i fili si aggrovigliano, i comignoli fanno da spettatori muti a un lavoro pericoloso e quotidiano. La piazza si chiamava ancora Caserma e il telefono era una novità che il vento di Trieste trattava senza alcun riguardo.

Cosa è rimasto uguale? La bora, che ancora oggi mette alla prova cavi, antenne, tetti e nervi. Cosa è cambiato? Quasi tutto il resto: i fili corrono nascosti, i tecnici salgono con imbragature e caschi, e nessuno chiama più quel luogo Piazza Caserma.

E voi, che ricordo avete di una bora che ha piegato qualcosa in città? Un'antenna, un cartello, un ombrellone strappato via dal balcone? Raccontatecelo nei commenti, le storie di bora non finiscono mai. 🌬️

📷 Foto: M. Zanotto

Siamo in 3000.3000 persone che amano questa città e non vogliono che il suo passato resti chiuso in un cassetto.Ogni fot...
19/08/2026

Siamo in 3000.

3000 persone che amano questa città e non vogliono che il suo passato resti chiuso in un cassetto.

Ogni foto che pubblichiamo diventa vostra: nei commenti ci raccontate ricordi, nomi, dettagli che nessun archivio conserva. È così che la storia di Trieste continua a vivere, non nei libri ma nelle vostre parole.

Grazie per esserci. Per ogni like, ogni condivisione, ogni "me lo ricordo anch'io".

Se anche voi tenete a questa memoria, condividete la pagina con chi ama Trieste quanto voi. 🖤

Sai quale sovrano regnò per quasi 68 anni e vide Trieste diventare uno dei porti più importanti del Mediterraneo?Qualche...
18/08/2026

Sai quale sovrano regnò per quasi 68 anni e vide Trieste diventare uno dei porti più importanti del Mediterraneo?

Qualche indizio: nacque a Vienna il 18 agosto 1830, salì al trono a soli 18 anni in piena tempesta rivoluzionaria, e nel 1857 inaugurò di persona la ferrovia che collegò la capitale imperiale all'Adriatico. La sua figura è ancora oggi impressa nella toponomastica cittadina: quella che chiamiamo Corso Italia, un tempo portava il suo nome.

La risposta è Francesco Giuseppe I d'Asburgo-Lorena, di cui oggi ricorre l'anniversario della nascita. Sotto il suo lungo regno Trieste visse una crescita straordinaria: porto franco confermato, investimenti in infrastrutture, nascita di compagnie di navigazione e assicurazioni di respiro internazionale. Non mancarono le tensioni con le élite italofone, ma la città rimase sostanzialmente fedele alla Corona fino al 1916.

Palazzi, moli, ferrovie: buona parte del volto asburgico di Trieste porta ancora la sua firma.

👉 Qual è secondo voi l'edificio o il luogo triestino che più racconta l'epoca di Francesco Giuseppe? Rispondete nei commenti e taggate un amico appassionato di storia cittadina.

Sapete da dove nasce il modo di dire triestino "andar al bagno"? Non da una spiaggia, ma da una piattaforma di legno anc...
17/08/2026

Sapete da dove nasce il modo di dire triestino "andar al bagno"? Non da una spiaggia, ma da una piattaforma di legno ancorata al largo, raggiungibile solo in vaporetto. 🌊

Per tutto l'Ottocento, a Trieste "andare al mare" volle dire una cosa precisa: salire su un bagno galleggiante, ormeggiato a poche decine di metri dalla riva, e immergersi al riparo da pesanti teli di stoffa. Un salotto sull'acqua, elegante e sorvegliato, nato quando le rive cittadine erano ancora affollate di moli, magazzini e piroscafi.

Tutto comincia con un divieto. Nel 1809 le autorità asburgiche proibiscono di nuotare nudi nel Canal Grande: chi disobbedisce rischia l'arresto, i più giovani addirittura le "vergate". Fare il bagno resta un piacere sospetto, da nascondere. Finché il 24 maggio 1823, davanti all'attuale piazza Venezia, apre il Soglio di Nettuno: il primo stabilimento balneare galleggiante della città. Lo aveva voluto il ricco commerciante Domenico D'Angeli, intuendo qualcosa che di lì a poco sarebbe diventato moda europea.

Perché nel frattempo la borghesia scopriva il tempo libero, e i medici scoprivano il mare come farmacia. A Trieste il dottor Augusto Guastalla predicava le virtù dell'acqua salata contro reumatismi e scrofola, rigorosamente fredda, mai calda.

Poi, una notte del 1911, un fortunale cambiò tutto.

Il racconto completo (con il Bagno Maria, la talassoterapia e la fine degli "alberghi sull'acqua") è al link nel primo commento. 👇

Voi vi ricordate storie di famiglia legate ai bagni sull'Adriatico triestino?

Oggi la chiamiamo tutti Piazza Unità d'Italia, il salotto buono di Trieste affacciato sul mare, che ogni triestino conos...
16/08/2026

Oggi la chiamiamo tutti Piazza Unità d'Italia, il salotto buono di Trieste affacciato sul mare, che ogni triestino conosce a memoria. 🌊

In questo scatto del 1895 si chiamava ancora Piazza Grande. Tra carri merci fermi in attesa e una barchetta ormeggiata ai gradini del molo si intuisce il viavai quotidiano di un porto in piena attività. Sulla destra riconosciamo la torre del Palazzo del Municipio, inaugurato nel 1875, mentre sullo sfondo si intravedono i giardini che un tempo impreziosivano la piazza e oggi non ci sono più. La scritta d'epoca recita "Trieste - Triest", come si usava nella città bilingue dell'Impero.

La piazza è aperta sul mare da sempre, è il suo tratto distintivo. Allora però quel mare era lavoro: carri, casse, imbarcazioni da scaricare. Oggi la trovi lastricata e pedonale, ma il colpo d'occhio sul golfo è lo stesso che ammiravano i triestini di allora.

Quante volte l'avete attraversata senza pensare a come appariva più di un secolo fa? Raccontateci nei commenti il vostro ricordo più bello di Piazza Unità. 👇

Guarda quella torretta con i profili moreschi che spunta tra gli alberi di San Vito. Sembra fuori posto a Trieste, e inv...
15/08/2026

Guarda quella torretta con i profili moreschi che spunta tra gli alberi di San Vito. Sembra fuori posto a Trieste, e invece racconta uno dei capitoli più intimi della città asburgica.

Siamo a Villa Lazarovich, costruita nel 1820 per Cesare Abramo de Cassis Faraone come casa di campagna a un piano. Con il tempo la dimora si arricchì, fino ad accogliere nel febbraio 1852 un inquilino illustre: l'arciduca Massimiliano d'Asburgo, futuro imperatore del Messico, che vi si stabilì in affitto negli anni in cui sognava e progettava il Castello di Miramare.

Massimiliano portò con sé la sua passione più autentica, la botanica. Nel giardino della villa coltivava piante esotiche raccolte durante i viaggi per mare, e apriva quello spazio verde ai triestini due volte alla settimana. Un gesto piccolo, ma rivelatore: un principe che sceglieva di condividere il proprio orto botanico con la città in cui viveva.

Quella torretta, oggi, è la memoria silenziosa di un arciduca che qui immaginava altri orizzonti prima di partire per il suo destino messicano.

E voi, passando davanti a Villa Lazarovich, avete mai notato altri dettagli architettonici che tradiscono il gusto eclettico dell'Ottocento triestino? Raccontateceli nei commenti 🌿

Nel 1797 un mercante greco di nome Demetrio Carciotti chiamò a Trieste un giovane architetto nato sulle rive del lago di...
14/08/2026

Nel 1797 un mercante greco di nome Demetrio Carciotti chiamò a Trieste un giovane architetto nato sulle rive del lago di Costanza. Voleva un palazzo che raccontasse al mondo la sua fortuna. Quel giovane si chiamava Matteo Pertsch, aveva studiato a Brera sotto Albertolli, e stava per cambiare per sempre il volto della città.

Il risultato lo vediamo ancora oggi affacciato sulle Rive: un intero isolato urbano coronato da una cupola, un avancorpo esastilo di colonne ioniche, statue allegoriche scolpite da Antonio Bosa lungo la balaustra. Nulla di simile si era mai visto in città. Le vecchie mura medievali erano state abbattute, le antiche saline prosciugate, e sul terreno bonificato del Borgo Teresiano stava nascendo una Trieste completamente nuova, disegnata secondo i principi razionali dell'Illuminismo.

I committenti non erano principi né aristocratici. Erano mercanti, armatori, banchieri, assicuratori: i Carciotti, i Gopcevich, i Morpurgo, le famiglie dietro le Generali e la RAS. Chiamarono architetti da mezza Europa, dal Canton Ticino all'Accademia di Brera, e in meno di un secolo trasformarono un borgo peschereccio di quattromila anime nella capitale marittima che ancora oggi passeggiamo.

Ma Pertsch fu solo il primo. Dopo di lui arrivarono Pietro Nobile, la dinastia Berlam, Enrico Nordio, e ognuno lasciò una firma che oggi riconosciamo camminando per il centro senza quasi accorgercene. ✨

Il racconto completo dei protagonisti che hanno disegnato la Trieste che amiamo, con i loro palazzi e le loro storie, lo trovate al link nel primo commento. 👇

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