Yoga Qigong Taoista - il Drago d'Oro

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15/03/2024

IL MANTRA CINESE “VEN-A-HUN” PER LA GUARIGIONE "IN UN MINUTO”.

Le tre sillabe di questo antico mantra sono dei suoni energicamente forti che stimolano le vibrazioni delle cellule di tutto il corpo.
- “VEN” stimola le vibrazioni delle cellule della testa;
- “A” stimola le vibrazioni delle cellule del torace;
- “HUN” stimola le vibrazioni della pancia.
Insieme, le tre sillabe stimolano le vibrazioni degli organi interni.

Può sorgere il dubbio: come è possibile guarire in 1 minuti? Anche ad un guaritore serve del tempo... Tuttavia il mantra può togliete l’eccesso dell’energia e i blocchi spirituali, perché attinge al potere dell’Anima sul Corpo (sulla materia).

Si può stare in piedi, essere seduti o sdraiati. L’importante è che le piante dei piedi siano ben appoggiate per terra. Se siete sdraiati, dovete cantare il mantra mentalmente.
Abbassate leggermente il mento, e alzate in su, senza toccare il palato, la punta della lingua. Chiudete gli occhi e rilassatevi. Stringete un po’ i muscoli dell’ano.
Alzate la mano destra, con il palmo in su, alcuni cm sopra l’ombelico. Se avete il glaucoma, la pressione alta, i tumori della testa, il palmo di questa mano va girato in giù. La mano sinistra (con il palmo in su) va messa alcuni cm sotto l’ombelico. Questa posizione delle mani va bene per le posizioni da seduti (preferibilmente nella posa del loto o sulla sedia dallo schienale dritto), o in piedi.

Salutate VEN-A-Hun (anima, mente e corpo) e chiedete di guarirvi.

“Cari anima, mente e corpo Ven-A-Hun, vi amo e vi apprezzo. Per favore, guarite (nome dell’organo malato o parte del corpo). Per me questo è la felicità e l’onore. Grazie."

Inspirate profondamente e cantate le sillabe espirando profondamente.
Quando espirate e cantate VEN, visualizzate la luce russe accesa dentro la testa.
Quando cantate A, visualizzate una brillante luce bianca nel petto.
Quando cantate HUM visualizzate una bella luce azzurra nella pancia. Espirate ancora e ripetete il mantra. Fate così per 1 minuto.

In sintesi:

VEN - testa - luce rossa
A - petto - luce bianca
HUN - pancia - luce azzurra.

Potete chiedere la guarigione anche per un altro.
Per esempio, dicendo: “Care anima, mente e corpo VEN-A-HUN, vi amo ed apprezzo. Per favore, guarite la schiena di mio padre. Per me questo è la felicità e l’onore. Grazie.” Cantate il mantra per 1 minuto.

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20/04/2023

LA RICERCA DELLA FORZA INNATA

«Nel metodo di ricerca della forza, la lentezza batte la velocità, bisogna essere tranquilli anziché impazienti, e la cosa più importante di tutte è non usare la forza bruta.
Quando vi esercitate, dovete lasciare che ogni giuntura del corpo sia guidata dalla natura, e non abbiate alcun punto fiacco.
Le ossa devono essere flessibili, i muscoli e i tendini devono allungarsi, la carne non deve avere ostacoli e il sangue deve fluire liberamente come la sorgente che porta l'acqua a un pozzo.
Soltanto in questo modo si può imparare il segreto di tutto il corpo e della forza che pervade tutto, e la forza innata non defluirà».
(Wang Xianzhai)

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09/01/2023

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CEDERE NON VUOL DIRE “ARRENDERSI”

C'è ancora qualcuno che non capisce la sottile ma sostanziale differenza che esiste fra il cedere e l'arrendersi.
La resa – nel senso di “darsi per vinto” o “sottomettersi” – non è mai stata una possibilità compendiata nell'etica del Bushido e, in generale, in quella delle arti marziali tradizionali.

Il "cedere" è invece parte integrante della "filosofia" di molte discipline – dal Judo, all'Aikido, fino al Taijiquan – e comporta una precisa attitudine mentale e una spiccata sensibilità percettiva che si trasformano nella capacità di prendere le "giuste misure" nei confronti dell’avversario, evitandone il contrasto diretto e vanificandone così gli sforzi; ben sapendo che l’opporsi stolidamente e il “resistere ad ogni costo” paga alquanto di rado (se non mai), specialmente contro un oppositore più prestante.

Da un punto di vista squisitamente marziale, resistere, insistere, contrastare sono azioni che ottundono la percezione della forza dell’avversario, precludendo la possibilità di armonizzarsi con il suo impeto. Attraverso il cedere, invece, la forza di un assalitore viene accolta, guidata e, infine, ”usata" contro di esso

Il principio della cedevolezza non investe però soltanto l’ambito marziale, ma qualunque confronto interpersonale, specialmente quando esso si presenta particolarmente... “ruvido”.
Il confrontarsi “a muso duro” con gli altri, il contrastare smaccatamente chi la pensa diversamente da noi, il voler imporre le nostre ragioni ritenendole più valide o più “legittime” di quelle degli altri, costituiscono le diverse sfumature del “contrasto”.
Ma è proprio l’incapacità di esercitare un’intelligente cedevolezza che conduce le persone all’inimicizia, gli amici all’indifferenza, i familiari al disamore, i popoli alla guerra.
Cedere non significa quindi “arrendersi”, non implica il “chinare il capo”, il “subire passivamente” senza agire.
Perché, come ha scritto il filosofo taoista Lieh Tzu:
«La persona forte sa quando usare la forza e quando cedere, e la fortuna e il disastro dipendono dal fatto che tu sappia come e quando cedere».

17/09/2022
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15/06/2022

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SAPER FARE… SAPER INSEGNARE

L'insegnamento è un'arte che ha attraversato tutta la storia della civiltà umana. Insegnare è anche una scienza in continua evoluzione, così come lo sono la filosofia, la fisica o la biologia.
Questo lo sa bene chi insegna a scuola, dove la formazione continua nell'apprendimento di nuove strategie didattiche costituisce a volte un impegno gravoso, quando non un vero e proprio "tormento". Ciò vale anche per chi a scuola insegna "Educazione Fisica".

Eppure fra gli insegnanti di arti marziali è più o meno diffusa l'idea che la “questione didattica” non esista. C'è chi è convinto che basta “saper fare” per “saper insegnare”; e questo "saper fare" è più che sufficiente per far comprendere la propria disciplina a ogni allievo, anche a quello più "refrattario". Purtroppo non è così e i fatti lo dimostrano.

Il saper insegnare non si fonda soltanto sulla competenza tecnica ma richiede “altre” conoscenze, non basta essere bravi in quello che si fa.
L'insegnamento di un'arte marziale, così come avviene per qualunque disciplina (anche scolastica), necessita di apertura mentale, studio continuo, sensibilità, pazienza, chiarezza espositiva ed “empatia”. Oltre tutto, un maestro non insegna solo “motricità marziale”, il suo compito è più ampio e profondo.
Un buon insegnante deve infatti saper stimolare la crescita dell’allievo, non solo in termini di sviluppo motorio, ma anche in termini di sottile percezione corporea; il maestro deve anche essere un esempio virtuoso: paziente, comprensivo ma anche “autorevole” all'occorrenza.

L’insegnamento delle discipline marziali implica certamente abilità tecniche specifiche, ma un bravo insegnante deve anche affinare la sua intelligenza intra-personale (cioè la capacità di interpretare il proprio stato mentale ed emotivo, riuscendo così, quando serve, anche a fare autocritica, a mettere in discussione se stesso e i propri metodi).
Un bravo insegnante possiede anche una spiccata intelligenza inter-personale, che gli permette di comprendere quali sono i reali bisogni di ogni allievo, al fine di poterli soddisfare, permettendogli così di progredire in quello che fa.

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01/06/2022

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DIFESA "EQUILIBRATA"

Davanti a una situazione conflittuale che degenera nel confronto fisico, si può reagire con spropositata durezza o commisurare la reazione auto-difensiva tenendo conto del pericolo reale. La risposta a una “offesa fisica" non deve mai essere sproporzionata, anche in questi delicati e spiacevoli frangenti essa deve essere sempre "minima" o, quanto meno, “equilibrata”.
Questo genere di “risposta” viene coltivata in molte arti marziali attraverso esercizi che prevedono l’interazione armoniosa e continua con un avversario. Non ci riferiamo a schemi difensivi o al combattimento simulato, quanto a quelle pratiche marziali conosciute con il nome generico di «Energy drills».

Questi esercizi incidono su molti fattori: ad esempio, la capacità di ascolto dell’avversario (l’entità e la direzione della forza che impiega, la stabilità o la precarietà del suo equilibrio, la cadenza delle sue azioni….); mentre, nel contempo, permettono al praticante di incrementare la stabilità e il proprio equilibrio, il controllo del proprio centro, la regolazione del respiro, la capacità di modulare la potenza dei colpi, la percezione del ritmo e dell’alternanza delle fasi di attacco e difesa….
Fanno parte di queste pratiche tradizionali: il Tui Shou (“mani che spingono”) del Taiji Quan e dell'Yi Quan; il Chi Sao (“mani appiccicose") del Wing Chun; l’Hubud Lubud ("legare e slegare") tipico del Kali, ecc.

In ognuna di queste metodiche si ricerca l’interazione sinergica tra il proprio movimento e quello del compagno di allenamento.
Si impara a reagire alle sollecitazioni evitando la fiacchezza (cioè l’essere “troppo mosci”) ma rinunciando anche alla rigidità (opponendo “forza a forza”). L’obiettivo è quello di armonizzarsi con l’avversario, di “irretire” le sue energie (il suo "eccesso di forza") per trarne il massimo vantaggio col minimo sforzo.

Nell’interazione armoniosa e nella “risposta equilibrata” si apprende, pertanto, come gestire al meglio il proprio corpo e il proprio movimento in relazione a ciò che fa l’avversario. Ci si abitua quindi a rilassare il corpo e la mente, ad affrontare con equilibrio e lucidità un’eventuale situazione conflittuale, cercando di prevalere con la "sensibilità" più che con il vigore, evitando il “contrasto” e l’uso incongruo della forza.

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19/05/2022

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UNA VIA NUOVA E SCONOSCIUTA

Sono parecchi i praticanti di arti marziali “esterne” che dopo molti anni di pratica rivolgono lo sguardo verso le arti marziali interne, alla ricerca di... nuovi orizzonti. Chi scrive è stato fra questi.

Coloro che iniziano a praticare Taiji o Yi Quan dopo aver maturato esperienze significative in discipline del tutto differenti ritengono che, in ogni caso, saranno avvantaggiati rispetto a chi comincia proprio da zero. In effetti, l’esperienza motoria e marziale già acquisita può essere preziosa, ma a volte essa può costituire un ostacolo insormontabile.
Le dinamiche del corpo degli stili interni non sono “apparentabili” con quelle degli stili esterni, seguono biomeccaniche differenti e utilizzano il corpo, così come la mente e l’intenzione, in un modo che è sconosciuto a coloro che non le hanno mai praticate.

Una volta un maestro di Karate molto noto, infastidito dal fatto che alcuni dei suoi allievi più anziani avevano espresso l'idea di provare la pratica del Taijiquan, ebbe a dire che "era una cosa stupida", in quanto bastava eseguire i Kata lentamente... per fare Taiji.

Ovviamente, non si può essere d’accordo con questa opinione, fondata sul presupposto che l’unica caratteristica del Taijiquan è la lentezza.
Chi parte da simili convinzioni iniziando a intraprendere la nuova strada, sicuramente la abbandonerà molto presto. Dopo poco tempo è più che probabile che si sentirà oppresso da un senso di inadeguatezza e svilupperà un insostenibile sentimento di frustrazione. Il punto è che, come recita un celebre motto dello Zen: “occorre svuotare la tazza, prima di riempirla di nuovo”.

L’apprendimento di un’arte marziale interna muove innanzi tutto dalla “riscoperta” del proprio corpo e del suo indissolubile legame con la mente; la pratica è segnata da una “maniacale” ricerca dell’assetto posturale, del rilassamento muscolare, del controllo articolare, dalla scoperta di un "nuovo" tipo di forza: è un lungo processo di "trasformazione psicofisica" nel quale una rapida memorizzazione del movimento esteriore conta assai poco.
La pratica dl Taiji (e ancor di più quella dell’Yi Quan) non è volta all’apprendimento di forme, gesti o tecniche, quanto al perseguimento di una nuova auto-consapevolezza, di una diversa "coscienza del corpo e del movimento”, che richiede pazienza, perseveranza e, soprattutto, umiltà.

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Nella foto: Hirokazu Kanazawa (1931-2019), uno dei più grandi maestri della Storia del Karate, mentre esegue una forma di Taiji.

Posizioni di yoga taoista insegnante Roberto Fato
20/04/2022

Posizioni di yoga taoista insegnante Roberto Fato

https://www.facebook.com/689914051030959/posts/5179110065444646/?app=fbl
09/04/2022

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LA "FORZA" DELLA MENTE

Quando ci si allena, arriva un momento in cui affiora la stanchezza fisica. Segni inequivocabili la precorrono: l’aumento della temperatura, l’accelerazione della frequenza cardiaca e respiratoria, l’affaticamento muscolare e così via.
Questi segni vanno monitorati, soprattutto se lo scopo principale della nostra pratica risiede nel benessere.

Quali sono, però, i segni che indicano la stanchezza mentale? Sono forse meno evidenti di quelli fisici?
In effetti, se ci facciamo attenzione, ci accorgiamo che a volte ci abbandoniamo alla distrazione, notiamo un calo di concentrazione o, addirittura, uno stato di “assenza”; la mente non è più focalizzata su ciò che facciamo e si ritrova a “vagare”... da qualche parte; non è più "qui" e non lo è "adesso".

A questo punto la nostra pratica viene sostenuta solo dagli automatismi; per un istante (o per molto più tempo) ci si ritrova quasi in uno stato di sonnambulismo, mentre l’intima relazione che legava mente è corpo si è spezzata.

Nelle arti marziali – purtroppo o per fortuna – l’impegno della mente deve essere continuo e sostenuto ma non deve mai diventare “fatica”. La mente – con impegno ma senza sforzo – deve essere messa in grado di presiedere e regolare il nostro vissuto "quietamente". In questo modo può incidere con efficacia sulla precisione di ogni gesto, intervenendo finemente anche sulla modificazione del più piccolo angolo articolare, sulla modulazione della più lieve tensione muscolare, sulla regolarità e profondità del respiro…

La "forza" della mente va adeguatamente coltivata attraverso diversi mezzi:
- l'attidudine al rilassamento;
- l’attivazione dell'attenzione continua;
- l’incremento dell'intenzione volontaria;
- l'affinamento della consapevolezza corporea.

La mente, ben allenata e costantemente rinvigorita, nel tempo farà via via meno fatica nel governare ciò che cade sotto il suo dominio. A un certo punto riuscirà a superare la focalizzazione sul “particolare” per abbracciare il controllo del “totale”; non si fermerà su una singola parte del corpo, sull'accuratezza di un singolo movimento, ma diventerà capace di cogliere “tutto”, dentro e fuori, unitariamente e istantaneamente.
A questo punto, ciò che prima era governato da una “mente superficiale” tenderà a cadere sotto il dominio di un livello di coscienza più profondo; c’è chi lo chiama “mente profonda” altri, molto più semplicemente definiscono questo stato: “NON MENTE”.

Indirizzo

Trieste
34100

Orario di apertura

Mercoledì 20:00 - 21:30
Giovedì 20:00 - 21:30
Venerdì 20:00 - 21:30
Domenica 09:30 - 14:30

Telefono

+393776931203

Sito Web

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