24/06/2026
Il funerale del Liceo Musicale è già iniziato. E dall’organo arriva pure l’accompagnamento stonato
Il funerale dei Licei Musicali, forse, non è ancora stato celebrato ufficialmente. Ma il feretro è già in navata, i presenti sono seduti, e all’organo qualcuno sta dimostrando, con rara coerenza, perché siamo arrivati fin qui.
La vicenda della seconda prova dell’Esame di Stato 2026 per il Liceo Musicale non è soltanto un incidente tecnico. Non è soltanto una partitura sbagliata, non è soltanto una svista, non è soltanto l’ennesimo errore infilato dentro una macchina burocratica che pretende rigore dagli studenti e poi consegna loro materiali discutibili.
È qualcosa di molto più grave.
Secondo quanto segnalato da studenti, docenti e musicisti, la partitura di L’Ondine di Cécile Chaminade fornita durante la seconda prova presenterebbe numerosi errori rispetto all’originale: alterazioni, accordi, ottave, battute divergenti, passaggi riscritti male, parti della mano sinistra trasposte, numeri di note non corrispondenti. Non il classico refuso che può scappare anche al più attento revisore, ma una sequenza di imprecisioni tali da mettere in discussione la serietà stessa del materiale consegnato a migliaia di candidati.
E qui il punto non è fare la caccia all’errore con la matita rossa, come se fossimo tutti piccoli burocrati del pentagramma. Il punto è che in musica una nota non è un soprammobile. Una nota sbagliata può cambiare una funzione armonica, può alterare una condotta delle parti, può modificare la lettura formale di un passaggio, può portare uno studente a ragionare correttamente su un materiale che, però, è già sbagliato in partenza.
È come chiedere a uno studente di matematica di risolvere un problema con i dati alterati e poi giudicarlo sulla coerenza del risultato. Solo che, quando si parla di musica, evidentemente qualcuno pensa ancora che “tanto sono note”, come se una partitura fosse una tovaglia a quadretti con sopra dei pallini neri messi lì per decorazione.
Il fatto più inquietante, se confermato, è che la partitura utilizzata sembrerebbe provenire da una trascrizione reperibile online, non da un’edizione critica, non da una fonte verificata, non da un materiale controllato con il rigore minimo che dovrebbe accompagnare una prova nazionale. E se davvero il materiale pubblicato successivamente fosse stato sostituito con una versione corretta, allora il problema diventerebbe ancora più serio: perché gli studenti hanno lavorato sulla partitura consegnata in aula, non su quella eventualmente ripulita dopo, a danno già avvenuto.
Questa storia, però, non nasce oggi.
La partitura sbagliata è solo l’ultima fotografia, perfino troppo nitida, di un disinteresse antico verso i Licei Musicali e, più in generale, verso la formazione musicale in Italia. Una fotografia venuta male, naturalmente. Coerente con il tema.
I Licei Musicali sono stati presentati come una conquista culturale, ma nella loro impostazione hanno portato dentro fin dall’inizio una contraddizione enorme: promettere una formazione musicale seria senza costruire davvero un sistema serio attorno alla musica. Troppo spesso sono stati pensati come contenitori ibridi, sospesi tra liceo, conservatorio, laboratorio artistico e parcheggio scolastico, senza una vera identità riconosciuta fino in fondo.
Il risultato è sotto gli occhi di chiunque lavori davvero nella musica e non si limiti a citarla nei convegni con l’espressione ispirata da brochure ministeriale.
Gli esami di certificazione spesso non hanno il peso che dovrebbero avere nei percorsi successivi. Il collegamento con l’Alta Formazione Musicale resta confuso, discontinuo, talvolta puramente formale. La figura del musicista viene celebrata nei discorsi ufficiali e poi trattata, nei fatti, come un accessorio decorativo dell’offerta formativa. Si parla di competenze, interdisciplinarità, creatività, espressione, ma quando arriva il momento di dimostrare rispetto concreto per la disciplina, ecco che compare una partitura piena di errori in una prova nazionale.
Una metafora perfetta. Purtroppo.
Ma c’è un altro aspetto, forse ancora più scomodo, che bisognerebbe avere il coraggio di dire.
Questa impostazione debole, ambigua e poco selettiva del Liceo Musicale finisce per favorire una certa idea di scuola: una scuola musicale senza vera prospettiva musicale. Una scuola nella quale una parte degli studenti non entra per avviarsi seriamente a un percorso professionale, nel senso scolastico e formativo del termine, cioè prepararsi con disciplina, competenza e continuità a un futuro negli studi musicali superiori o comunque in un ambito artistico strutturato.
No.
Una parte vi entra semplicemente perché così evita di pagare la retta della scuola privata del paese, prende lezioni di strumento gratis o quasi, frequenta un liceo come un altro e poi, alla fine, si iscrive magari a tutt’altra università, senza che il percorso musicale abbia lasciato una vera traccia formativa.
Naturalmente non c’è nulla di male se uno studente cambia strada. Succede, ed è normale. Il problema nasce quando questa diventa l’impostazione di fatto, quando il Liceo Musicale viene percepito non come una scuola di indirizzo impegnativa, ma come un liceo generico con un po’ di musica attorno. Una specie di buffet formativo: si prende quello che conviene, si evita quello che costa fatica, e poi arrivederci.
È qui che il meccanismo diventa tossico.
Perché una scuola musicale davvero seria chiede studio, selezione, costanza, fatica quotidiana, lettura, tecnica, ascolto, teoria, pratica d’insieme, disciplina. Chiede studenti motivati e docenti messi nelle condizioni di pretendere. Ma una scuola musicale ridotta a contenitore indistinto fa comodo a molti: agli studenti che vogliono passare senza troppa fatica, alle famiglie che risparmiano sulla formazione privata, e anche a quelle dirigenze che hanno tutto l’interesse a tenere alti i numeri degli iscritti.
Qui non si tratta di fare processi sommari. Si tratta di osservare un meccanismo.
Nel sistema scolastico italiano il numero degli alunni non è un dato neutro. Incide sul dimensionamento, sull’autonomia scolastica, sulla possibilità di conservare una dirigenza autonoma, sulle reggenze, sugli accorpamenti, sulla sopravvivenza organizzativa di un istituto. E allora è evidente che, in molti contesti, attirare iscritti diventa una questione vitale. Non sempre per ragioni culturali. Talvolta per ragioni molto più amministrative, molto più pratiche, molto più terrene.
Ed è qui che il Liceo Musicale rischia di trasformarsi in merce scolastica.
Non più un indirizzo serio per formare musicisti, o almeno studenti musicalmente competenti, ma uno strumento per fare numero. Una vetrina. Un’etichetta. Un modo per dire: “Venite qui, c’è anche il musicale”. Poi, sottovoce, attraverso quel passaparola che nelle scuole vale più di mille circolari, può passare l’idea più devastante: che il Liceo Musicale sia una scuola dove si può stare relativamente tranquilli, dove si può frequentare senza applicarsi troppo, dove alla fine si porta a casa un diploma come un altro, magari evitando il rigore di altri percorsi.
E se questa percezione si diffonde, il danno è doppio.
Da una parte si tradiscono gli studenti seri, quelli che studiano davvero, quelli che arrivano al Liceo Musicale perché vogliono costruire un percorso, quelli che passano ore sullo strumento e sanno benissimo che la musica non perdona l’approssimazione. Dall’altra si consegna ai detrattori del settore l’argomento perfetto: “Vedete? I Licei Musicali non servono, sono deboli, costano, non portano da nessuna parte”.
Prima si crea un sistema fragile, poi si usa la sua fragilità come prova della sua inutilità. Un capolavoro di logica amministrativa. Roba da applausi, possibilmente fuori tempo.
In questo senso, lo scarso interesse ministeriale non è un accidente. È parte del problema. Perché se davvero si fosse voluto costruire un Liceo Musicale forte, lo si sarebbe fatto con un rapporto chiaro con i Conservatori, con certificazioni dotate di reale valore, con prove nazionali impeccabili, con criteri seri di accesso e prosecuzione, con organici adeguati, con programmi coerenti, con una visione culturale precisa.
Invece si è preferito lasciare tutto in una zona grigia.
Una zona in cui la musica è abbastanza presente da fare immagine, ma non abbastanza riconosciuta da diventare struttura. Abbastanza utile per attrarre iscritti, ma non abbastanza rispettata da pretendere standard elevati. Abbastanza comoda per riempire classi, ma non abbastanza importante da meritare una partitura corretta all’Esame di Stato.
Il messaggio che arriva agli studenti è devastante: voi dovete studiare, essere precisi, analizzare, riconoscere strutture, armonie, forme, linguaggi, stili; noi, però, possiamo consegnarvi un materiale non all’altezza. Voi dovete dimostrare competenza; chi prepara la prova, evidentemente, può permettersi leggerezza. Voi dovete essere rigorosi; il sistema può essere approssimativo.
È una lezione pedagogica formidabile, se l’obiettivo è insegnare il cinismo.
E poi ci stupiamo se i Licei Musicali sembrano sempre più destinati a un progressivo svuotamento. In realtà il rischio di chiusura, o comunque di ridimensionamento sostanziale, è scritto dentro la loro storia fin dall’inizio. Non necessariamente attraverso un atto ufficiale, non con il cartello “si chiude per fallimento culturale” appeso alla porta, ma attraverso un processo molto più subdolo: renderli fragili, marginali, poco riconosciuti, male integrati, burocraticamente pesanti e culturalmente sottovalutati.
Una scuola non la si distrugge solo chiudendola. La si può distruggere anche lasciandola esistere male.
La si può distruggere togliendole identità. La si può distruggere non riconoscendo davvero il valore delle certificazioni. La si può distruggere creando percorsi che non dialogano seriamente con il Conservatorio. La si può distruggere affidando decisioni cruciali a chi non conosce la specificità della formazione musicale. La si può distruggere trasformandola in un bacino di utenza, in una strategia di sopravvivenza numerica, in una specie di mercato delle vacche scolastico dove l’importante non è formare, ma iscrivere.
E adesso, come se non bastasse, si torna a parlare di modelli scolastici “all’americana”, di scuole sempre più indistinte, sempre più generaliste, sempre più liquide, dove la differenza tra un percorso e l’altro rischia di diventare un fastidio amministrativo da semplificare. Naturalmente tutto verrà presentato con parole bellissime: innovazione, flessibilità, orientamento, competenze trasversali. Il lessico perfetto per accompagnare un funerale senza far vedere la bara.
Il problema è che il Liceo Musicale non può essere trattato come un liceo qualsiasi con qualche ora di strumento aggiunta per abbellire il quadro. La musica richiede tempo, continuità, metodo, studio individuale, ascolto, corpo, memoria, tecnica, cultura, disciplina. Richiede docenti competenti, programmi coerenti, rapporti chiari con i Conservatori, criteri seri di valutazione, materiali corretti. Persino partiture giuste, pensa che pretesa rivoluzionaria.
Se una prova nazionale di indirizzo arriva agli studenti con un materiale discutibile, il problema non è soltanto l’errore di quest’anno. Il problema è la mentalità che rende possibile quell’errore. Una mentalità per cui la musica resta sempre un po’ laterale, sempre un po’ secondaria, sempre un po’ sacrificabile.
E allora sì, questa vicenda deve essere chiarita. Il Ministero dovrebbe spiegare quale fonte sia stata utilizzata, chi abbia verificato la partitura, come sia stato possibile distribuire un materiale con tali difformità e se sia vero che la versione consultabile successivamente non coincida con quella consegnata agli studenti durante l’esame.
Ma soprattutto dovrebbe fare una cosa più rara: prendere sul serio i Licei Musicali.
Non con le frasi da comunicato stampa. Non con l’ennesima celebrazione della “centralità della cultura musicale”. Non con il solito inchino retorico davanti alla bellezza dell’arte, mentre nel retrobottega si lascia tutto in mano all’improvvisazione.
Prenderli sul serio significa riconoscere che la musica non è un passatempo ornamentale. È una disciplina. È pensiero. È tecnica. È linguaggio. È storia. È rigore. È fatica quotidiana. È una forma altissima di intelligenza, non il sottofondo emotivo delle inaugurazioni.
Questa partitura sbagliata non è un dettaglio. È un sintomo.
E i sintomi, quando si ripetono, indicano una malattia.
Il problema è che qualcuno continua a chiamarla offerta formativa.