24/09/2026
La narrazione che i media ci restituiscono sui “maranza”, e che è diventata luogo comune condiviso da molti, è quella che li vede catalogati come delinquenti, ragazzi e ragazze che non hanno voglia di fare nulla, che scelgono la via più semplice. È una lettura superficiale, la più semplice, quella che non vuole indagare, comprendere, chiedersi perché, se abbiamo responsabilità e quali sono, cosa possiamo fare.
Nel nostro lavoro quotidiano incontriamo persone. Giovani con una storia, una famiglia o la sua assenza, una scuola lasciata a metà, un quartiere, desideri che spesso non riescono a dire ad alta voce.
Quando il racconto pubblico li riduce a un’etichetta come "maranza", si perde proprio questo: la possibilità di chiedersi cosa stia succedendo nelle loro vite.
Chi si avvicina alla trasgressione o al reato spesso non lo fa perché ha scelto la strada facile. Lo fa perché non vede alternative credibili. I percorsi di studio, formazione e lavoro sembrano lunghi, incerti, pensati per altre persone. E la promessa di guadagni rapidi arriva quando nessun'altra promessa sembra mantenibile.
La paura più grande che raccogliamo non è quella di sbagliare. È quella di un futuro senza speranza.
Per questo il nostro lavoro parte dalla relazione. Significa esserci con continuità, conoscere le loro storie, costruire una vicinanza possibile. È solo dentro una relazione di fiducia che un'altra strada diventa prima visibile, poi percorribile.