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Le basi educative di genitori o adulti Felicemente imperfetti ma genitori o educatori presenti a se stessi e al proprio ...
09/08/2026

Le basi educative di genitori o adulti Felicemente imperfetti ma genitori o educatori presenti a se stessi e al proprio ruolo 🙏✨❤️‍🔥

🌿 L’INCOERENZA DEGLI ADULTI

«Non urlare!»
detto urlando.

«Metti via il telefono.»
mentre continuiamo a tenere sotto controllo il nostro.

«Aspetta il tuo turno!»
mentre noi adulti passiamo avanti, parliamo sopra gli altri, interrompiamo.

«Ascoltami quando ti parlo.»
ma quando parla lui o lei continuiamo a fare altro.

«Non interrompere.»
mentre interrompiamo per dirigere, correggere, addomesticare.

«Devi chiedere scusa.»
ma quando siamo noi a ferire, perdere la pazienza o avere una reazione sproporzionata, facciamo molta più fatica a riconoscere ciò che l’altro ha vissuto a causa del nostro comportamento e validarlo.

«Le regole vanno rispettate.»
ma quando una regola limita noi adulti troviamo facilmente una ragione, una circostanza, un’eccezione che giustifichi il nostro comportamento.

C’è qualcosa di profondamente scomodo nell’incoerenza degli adulti dentro la relazione educativa.

Non nell’incoerenza in sé. Sarebbe irrealistico immaginare adulti sempre perfettamente coerenti, regolati, presenti e capaci di incarnare in ogni momento ciò che chiedono.

Siamo esseri umani.
Possiamo essere stanchi, avere fretta, perdere la pazienza, contraddirci, cambiare idea. Possiamo persino accorgerci, qualche minuto dopo, di avere fatto esattamente ciò che avevamo appena chiesto a un bambino o a una bambina di non fare.

Il problema non è l’imperfezione dell’adulto.
Il problema comincia quando la nostra incoerenza diventa un privilegio e la loro diventa una colpa.

Quando ciò che nell’adulto viene spiegato attraverso le circostanze, nel bambino viene letto come disobbedienza, provocazione, sfida, maleducazione, mancanza di rispetto o incapacità di stare alle regole.

🔎Io ho urlato perché ero esasperato. E magari ti chiedo anche scusa, ma qualche volta quella richiesta di scuse serve soprattutto a me: ad alleggerire il mio senso di colpa, a ricevere il tuo perdono, a sentirmi nuovamente un “bravo adulto”. Riparare, invece, significa riuscire anche a spostare lo sguardo da me a te: che cosa ha provocato in te ciò che ho fatto? Ti ho spaventato? Ferito? Mortificato? Ti sei sentito impotente davanti alla mia rabbia? La riparazione non è soltanto riconoscere che ho sbagliato. È riconoscere che la mia azione ha avuto un impatto sull’altro.
⚠️Tu, invece, hai urlato perché «sei maleducato».

🔎Io non ti ho ascoltato perché avevo tante cose da fare e liste di doveri da spuntare.
⚠️Tu non mi hai ascoltato perché «non ascolti mai».

🔎Io ho lasciato le mie cose in giro perché ero di fretta.
⚠️Tu devi immediatamente mettere in ordine perché «ci sono delle regole».

🔎Io posso interromperti perché devo dirti una cosa molto importante.
⚠️Tu non puoi interrompere me perché «quando parlano gli adulti si aspetta».

Per noi adulti esistono quasi sempre un contesto, una motivazione, una stanchezza, un bisogno. Per il bambino, troppo spesso, rimane soltanto il comportamento e la persona da correggere.

Ed è qui che la questione della coerenza incontra inevitabilmente quella del potere.

Adulto e bambino non occupano la stessa posizione nella relazione. E questo è necessario. L’adulto possiede maggiori competenze, esperienza, capacità di previsione, responsabilità e possibilità decisionali. È l’adulto che protegge, organizza il contesto, pone confini, assume decisioni che un bambino, proprio perché bambino, non può ancora assumere.

Ma asimmetria non significa arbitrio.
Anzi. Proprio perché l’adulto possiede maggiore potere nella relazione, dovrebbe possedere anche una maggiore responsabilità rispetto al modo in cui quel potere viene esercitato.

Avere una responsabilità educativa maggiore non significa poter chiedere all’altro ciò da cui noi stessi ci consideriamo automaticamente esonerati soltanto perché siamo adulti. E soprattutto non significa poter pretendere obbedienza senza essere disponibili a interrogare la legittimità, la coerenza e il senso di ciò che stiamo chiedendo.

Perché lui o lei deve obbligatoriamente fare ciò che io, nella medesima situazione, mi concedo la libertà di non fare?

Non perché adulti e bambini debbano avere le stesse regole.
Un adulto può attraversare la strada autonomamente e un bambino piccolo no. Può utilizzare strumenti, spazi e possibilità che richiedono competenze non ancora presenti nell’infanzia. Può assumersi responsabilità e decisioni differenti.
La questione non è quindi pretendere una falsa uguaglianza tra adulto e bambino.

La questione è interrogare la coerenza del principio che sostiene la regola.

Se chiedo rispetto, come esercito io il rispetto quando sono arrabbiato?

Se chiedo ascolto, quanto sono disposto ad ascoltare quando ciò che il bambino dice rallenta i miei tempi?

Se chiedo di aspettare, quanto riesco ad aspettare i suoi tentativi senza sostituirmi?

Se gli chiedo di non urlare, che cosa faccio della mia voce quando sono esasperato, mi sento impotente o sento il bisogno di difendermi?

Se gli chiedo di riconoscere un errore, che cosa accade quando sono io ad avere sbagliato?

Se pretendo che ripari dopo aver ferito qualcuno, sono capace di tornare da lui o da lei e dire: «Prima ti ho urlato. Mi dispiace. Ti ho spaventato»?

Perché i bambini e le bambine apprendono anche dalla posizione che occupiamo nella relazione.
Osservano che cosa facciamo del nostro potere quando siamo contrariati. Osservano se le regole servono a organizzare rispettosamente la convivenza oppure semplicemente a ottenere obbedienza e controllo. Osservano se il rispetto è reciproco o se procede in una sola direzione. Osservano se l’adulto può sbagliare e riconoscerlo oppure se essere adulto – e ancora di più essere genitore – sembra attribuire automaticamente il diritto di avere ragione.
Osservano, in altre parole, se il potere comporta maggiore responsabilità o concede maggiori privilegi.

Non possiamo pretendere che il valore di una regola venga interiorizzato se ciò che il bambino sperimenta è che quella regola vale soprattutto per chi possiede meno potere.

Possiamo ottenere obbedienza attraverso la paura, la minaccia, il ricatto, il premio, la punizione o semplicemente attraverso la sproporzione di potere che esiste tra adulto e bambino.
Ma ottenere un comportamento non significa aver costruito un apprendimento.
E soprattutto non significa aver costruito responsabilità.

La responsabilità nasce lentamente anche dall’esperienza di relazioni nelle quali i limiti hanno un senso ed una coerenza, le parole possiedono una certa affidabilità e chi esercita l’autorità è disposto per primo a rispondere delle proprie azioni.

Per questo l’autorevolezza adulta non coincide con l’infallibilità.
Un adulto autorevole può sbagliare. Può contraddirsi. Può perdere la pazienza. Può rendersi conto di avere posto una richiesta poco sensata. Può cambiare idea. Può persino riconoscere che una regola stabilita da lui non ha più senso e modificarla.
Ciò che fa la differenza è la possibilità di accorgersi, assumersi la responsabilità, riparare e riconoscere l’impatto che il proprio comportamento ha avuto sull’altro.

Perché dire «mi dispiace» non dovrebbe servire a cancellare rapidamente ciò che è accaduto, né a chiedere implicitamente al bambino di rassicurarci attraverso il suo perdono.
Riparare significa poter restare abbastanza vicini a ciò che è successo da riconoscere: «Sono stato io a fare questo. Tu hai vissuto qualcosa a causa della mia azione. Posso ascoltarlo, riconoscerlo e assumermene la responsabilità.»

Forse la coerenza educativa non consiste allora nel non contraddirsi mai.
Consiste nel non utilizzare il proprio essere adulti per sottrarsi a ciò che chiediamo ai bambini.

Perché essere la persona con più potere nella relazione non dovrebbe concederci più libertà dall’assumerci responsabilità.
Dovrebbe chiedercene di più.

La differenza di potere non rende l’adulto meno responsabile delle proprie azioni. Lo rende più responsabile.

Atelier della Pedagogista

08/08/2026

L' importanza dell' educare al sentire

16/07/2026
https://www.facebook.com/share/1CmLCk1aXo/Piccoli progetti di vita crescono 🤗✨❤️‍🔥
15/07/2026

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Debora Casafina | Nutrimento ed Ascolto consapevole
Sono un Life coach relazionale e famigliare
🍴Nutriti in modo consapevole
🦋Ristabilisci equilibrio nella tua vita attraverso un sano rapporto col cibo e una cucina creativa.

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E' iniziata una nuova avventura personale e professionale. C'è anche una pagina facebook e un canale YouTube dedicato ...più nutrimento consapevole e social di così 🤣 non si può ✨👣✨🤣 Tanto lavoro e passione, cura e nuove sfide dietro a pochi minuti di video... all' inizio ci va un po' di pazienza e qualche errore ma capisci che sei sulla strada giusta quando smetti di "sbuffare" 🫠🫪😱 e inizi a divertirti un mondo anche sbagliando ..sono lavori in corso fuori e dentro di me che affronto così 👷👣✨💥❤️‍🔥 . Grazie a chi mi sostiene e mi segue per crescere insieme ✨🙏 Vedi meno

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Creare connessioni sicure e spazi in cui essere se stessi contribuisce  a creare presenza, libertà e responsabilità 🙏✨❤️...
22/05/2026

Creare connessioni sicure e spazi in cui essere se stessi contribuisce a creare presenza, libertà e responsabilità 🙏✨❤️‍🔥

🌱🌿 SENTIRE - SENTIRSI

“Quando cresci sentendo sempre dall’autorità primordiale, dai tuoi genitori, che sei benvenuto e apprezzato per quello che sei, questa sicurezza e questa pace ti accompagneranno per tutta la vita. Gli adulti si comportano diversamente soltanto quando soffrono per come sono stati trattati loro stessi da bambini.”
Jean Liedloff, antropologa e psicologa

🫀Esiste un bisogno profondissimo che accompagna ogni essere umano fin dalla nascita: sentirsi accolto così com’è.

Non performare per essere amato.
Non adattarsi continuamente alle richieste dell’altro per mantenere il legame.
Non diventare “più bravo”, “più tranquillo”, “meno emotivo”, “meno sensibile”, “meno arrabbiato” … per sentirsi degno di affetto e amore.

🌱Quando un bambino/a cresce dentro relazioni con adulti che accolgono senza giudizio e condizioni il suo sentire, accade che lentamente impara a fidarsi di sé. Di ciò che sente e vive.

Impara che il corpo può essere ascoltato.
Che il respiro può velocizzarsi, interrompersi ma poi riequilibrarsi.
Che le emozioni non sono pericolose e così tabù da negare.
Che fame, paura, stanchezza, gioia, rabbia, disagio, entusiasmo… hanno un significato.
Che i segnali interni, reali e veri, meritano attenzione.

🌿Questo è profondamente collegato allo sviluppo dell’interocezione - uno degli otto sensi: la capacità di percepire e riconoscere ciò che accade dentro di sé.
L’interocezione è quel senso corporeo interno che permette al bambino/a di sentire:
🌱fame o sazietà
🌱 tensione e rilassamento
🌱 sensazioni connesse al controllo sfinterico
🌱 sicurezza e pericolo
🌱 dolore o fastidio
🌱 il bisogno ed il suo confine (“No”, “Basta”)

🪷 È il ponte invisibile tra corpo, emozioni, identità e autoregolazione.
Quando un adulto accoglie il pianto senza deriderlo, la rabbia senza umiliare, la paura senza minimizzare, il dolore senza sminuirlo, il bisogno di vicinanza senza colpevolizzare… il bambino/a interiorizza ciò:
“Quello che senti ha valore.”
“I tuoi stati interni sono degni di ascolto.”
“Puoi essere te stesso/a per essere amato/a.”

⚠️Al contrario, quando il bambino/a cresce in ambienti in cui il suo sentire viene continuamente corretto, negato, ridicolizzato, sminuito o controllato, può iniziare gradualmente a dissociarsi dai propri segnali interni.

🌿“Non piangere.”
🌿“Dai che non è niente.”
🌿“Che esagerato/a che sei.”
🌿“Sei troppo … .”
🌿“Smettila di fare capricci.”
🌿“Sei un/una piagnucolone/a!”
🌿“Non hai motivo di essere triste/arrabbiato/spaventata. Basta! ”
Frasi comuni che hanno insegnato a noi adulti - e nel tempo, possono insegnare al bambino/a - a dubitare del nostro/proprio corpo, delle nostre/proprie emozioni e dei nostri/propri bisogni profondi.

E quando il sentire non viene accolto, spesso il corpo impara a tacere. Si congela. Resta inerme. Si spegne.
Oppure inizia a gridare attraverso tensioni, disregolazione, somatizzazioni, difficoltà nei confini corporei e relazionali.

🌳 Una pedagogia consapevole non si limita a “gestire comportamenti”, a trovare soluzioni al problema, ma si prende cura dell’Oltre, del mondo interno del bambino/a.

Perché educare non significa insegnare ai bambini e alle bambine a non sentire se stessi e tacere, per essere affettivamente accolti. Ma significa aiutarli a restare connessi a sé stessi dentro una connessione sicura.

Atelier della Pedagogista

Nutrire l' arte dell' ascolto ✨🙏❤️‍🔥
22/05/2026

Nutrire l' arte dell' ascolto ✨🙏❤️‍🔥

🌿 ASCOLTAMI. DAVVERO.

C’è un bisogno che attraversa tutta la vita. Non appartiene solo alle bambine e ai bambini. Non smette nell’adolescenza. Non si dissolve diventando adulti. Non si spegne con la vecchiaia.

È il bisogno profondo di essere ascoltati.
Ascoltati non con le orecchie. Ma con il cuore.

Quell’ascolto che ci permette di raccontarci senza paura. Senza imbarazzo. Senza vergogna.
Che ci permette di lasciare uscire parole, emozioni, pensieri, parti fragili di noi… perché sentiamo che dall’altra parte c’è qualcuno che saprà custodirli con rispetto. E ne farà tesoro.

Qualcuno che non userà quei racconti contro di noi.
Che non li minimizzerà.
Che non li correggerà.
Che non ci farà sentire eccessivi, deboli, sbagliati o “troppo”.

Perché sentirsi ascoltati non significa sentirsi dare ragione. Significa sentirsi importanti. Senza condizioni.

🌱 Forse è per questo che tutti noi continuiamo per tutta la vita a cercare alcune persone speciali.
Anime che diventano casa.
Persone davanti alle quali il corpo si rilassa un poco. Il respiro si fa equilibrato. La postura si apre.
Persone con cui possiamo abbassare le difese.

E molto spesso - nel luogo più profondo di noi - desideriamo che quelle persone siano proprio i nostri genitori. O i familiari adulti che si prendono cura di noi.
Desideriamo che siano proprio loro le figure capaci di dire, anche senza parole: “Puoi raccontarmi ciò che senti. Non ho paura del tuo mondo interiore.”

Quanto di ciò che chiamiamo conflitto, opposizione, litigio, competizione, ripicca, controllo, manipolazione… nasce in realtà da un bisogno disperato di essere ascoltati?

Quante volte dietro ad un comportamento adulto e familiare c’è una domanda silenziosa, una richiesta vitale: “Mi vedi?”, “Mi senti?”, “Posso esistere così come sono?”?

Perché sentirsi davvero ascoltati non significa avere sempre la risposta giusta. Forse significa diventare luoghi sicuri in cui l’altro possa sentirsi abbastanza accolto, ”con le mani a nido”, da potersi raccontare.
Perché essere ascoltati profondamente ci fa sentire vivi.

✨ Essere ascoltati è una delle forme più profonde dell’essere amati.

Atelier della Pedagogista

Indirizzo

Luserna San Giovanni
Torre Pellice
10062

Telefono

+393457007149

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