16/08/2026
🌱 QUANDO LA VIOLENZA SI CHIAMA EDUCAZIONE
Se un adulto desse uno schiaffo a un altro adulto perché non gli obbedisce, difficilmente lo chiameremmo educazione.
Se lo insultasse per correggerne un comportamento, parleremmo di umiliazione.
Se rompesse intenzionalmente un oggetto a cui tiene per “fargli capire la lezione”, probabilmente riconosceremmo un gesto aggressivo.
Se gli dicesse: “Finché non fai quello che voglio, non ti rivolgo la parola”, riconosceremmo l’uso della relazione come strumento di potere.
Persino quando assistiamo a comportamenti aggressivi nei confronti di un animale, siamo capaci di chiamarli per ciò che sono: violenza.
Eppure, quando alcune delle stesse logiche di sopraffazione entrano nella relazione educativa, iniziamo a cercare altre parole.
“È solo uno scappellotto. Gliel’ho dato piano. Cosa vuoi che sia!”
“Una sculacciata non ha mai fatto male a nessuno.”
“Ogni tanto bisogna ricordargli chi comanda.”
“Eh no. Adesso sta un po’ da solo, così capisce.”
“Deve vergognarsi di quello che ha fatto.”
“Gli tolgo tutto, così impara.”
“Se non alzo la voce non mi ascolta. È proprio stron…”
La violenza educativa diventa particolarmente difficile da riconoscere proprio quando un sistema culturale ha imparato a chiamarla normalità.
⚠️ E non riguarda soltanto il corpo.
La violenza può essere fisica: schiaffi, sculacciate, strattoni, scappellotti, gesti che utilizzano il dolore o la paura del dolore per ottenere un comportamento.
Può essere verbale: urlare, insultare, minacciare, ridicolizzare, svalutare, umiliare.
Può passare attraverso la vergogna e l’umiliazione: non aiutare il bambino a riconoscere ciò che ha fatto, ma portarlo a percepire qualcosa di sbagliato in ciò che è.
“Sei cattivo. Vergognati.”
Un messaggio che rischia di colpire l’identità del bambino.
La violenza può assumere anche una forma relazionale.
Allontanare, ignorare, minacciare di andare via, ritirare la parola o l’affetto o lo sguardo possono diventare strumenti potentissimi proprio perché toccano uno dei bisogni fondamentali dell’infanzia: sentirsi al sicuro dentro una relazione significativa.
“Se fai così non ti voglio più bene.”
“Me ne vado e ti lascio qui.”
“Non ti parlo finché non chiedi scusa.”
Non c’è uno schiaffo. Non c’è un segno sulla pelle. Eppure anche qui può esserci una ferita relazionale: la relazione con me dipende da come ti comporti.
Anche danneggiare o minacciare di buttare ciò che appartiene al bambino può diventare esercizio di potere: posso colpire ciò che per te ha valore perché io sono più forte di te.
🌱 PERCHÉ QUESTE PRATICHE “FUNZIONANO”?
Sì, a volte “funzionano”. Ma dipende da cosa intendiamo per funzionare.
Un bambino spaventato può smettere.
Un bambino umiliato può tacere.
Un bambino minacciato può obbedire.
Un bambino lasciato solo può imparare a non manifestare più ciò che provoca quella risposta adulta.
Ma questo significa che ha imparato?
La cessazione di un comportamento non ci dice che sia avvenuto un apprendimento educativo. Ci dice soltanto che quel comportamento, in quel momento, è cessato.
Un bambino può obbedire perché ha compreso progressivamente il significato di un limite. Oppure può obbedire perché teme ciò che accadrà se non lo farà.
Da fuori, il risultato può perfino sembrare identico.
Dentro, sono due esperienze completamente differenti.
Nel primo caso stiamo accompagnando progressivamente lo sviluppo della regolazione, della consapevolezza, della responsabilità e della capacità di stare nel limite.
Nel secondo stiamo utilizzando una regolazione esterna fondata sulla paura, sul dolore, sull’umiliazione o sulla minaccia della perdita della relazione.
E quindi: ci siamo chiesti a lungo se queste pratiche funzionassero. Molto meno spesso ci siamo chiesti: funzionano per ottenere cosa, e a quale prezzo? A quale prezzo emotivo?
Molti adulti portano dentro di sé proprio questi modelli educativi conosciuti nella loro età infantile e adolescenziale.
“L’ho ricevuto anch’io.”
“Ai miei tempi era normale.”
“Mio padre faceva così e sono cresciuto lo stesso.”
“Se le ho prese e mi hanno trattato così ogni tanto me lo meritavo proprio. Ero monello da piccol*”.
Sono frasi che raccontano quanto profondamente alcune pratiche siano state trasmesse e normalizzate attraverso le generazioni.
Oggi, possiamo fermarci. Osservarci.
Riconoscere che cosa accade dentro di noi quando il comportamento di un bambino ci esaspera, ci mette in difficoltà, ci fa sentire impotenti o sfida l’idea di autorità con cui siamo cresciuti.
Perché educare un bambino significa inevitabilmente incontrare anche il modo in cui noi siamo stati educati.
Riconoscere tutto questo non significa pretendere adulti che non si arrabbino, zen, non alzino mai la voce o non perdano mai la regolazione. Un adulto può sbagliare, eccedere, ferire. La differenza sta anche nella possibilità di riconoscerlo, assumersene la responsabilità e riparare validando le emozioni provocate nell’altro.
Altro è trasformare paura, dolore, umiliazione o ritiro della relazione in strumenti educativi intenzionali: “Lo faccio perché deve imparare”.
Ed è proprio qui che può interrompersi la catena trasmissiva della violenza educativa.
Perché possiamo avere bisogno di fermare un bambino. Non abbiamo bisogno di ferirlo perché comprenda.
Possiamo esercitare autorevolezza. Non abbiamo bisogno di utilizzare la sua vulnerabilità per ottenere obbedienza.
Possiamo mettere limiti. Senza mettere in discussione la dignità e la sicurezza della relazione.
Smettiamo di tramandare, senza interrogarle, frasi come “ha sempre funzionato” e “hanno sempre fatto così”. Iniziamo piuttosto a domandarci: che cosa quelle pratiche hanno realmente insegnato? Attraverso quale esperienza? E a quale prezzo?
Alcune risposte possiamo incontrarle anche osservando noi stessi: ciò che ci attiva, ciò che ci irrigidisce, ciò che ancora oggi ci fa paura, ciò che tendiamo automaticamente a ripetere o, al contrario, a rifiutare.
Atelier della Pedagogista