La Luna e L'onda

La Luna e L'onda CENTRO MATERNITA' E ASILO NIDO LA LUNA E L'ONDA

Il progetto "La luna e l'onda" nasce dal desiderio di alcune mamme dell'Associazione Nascere in casa Umbria Onlus, che da anni si prendono cura di altre mamme nella delicata esperienza della gravidanza e della nascita, di accogliere e occuparsi anche dei loro bambini. Dopo dieci anni di attività a stretto contatto con madri e padri, e con i loro e i nostri bambini, in cui ci siamo concentrate sull

e tematiche della gravidanza, del parto, dell'allattamento al seno e del puerperio, abbiamo sentito l'esigenza di dare vita ad una nuova realtà che ci consenta di seguire, con la stessa sensibilità, attenzione e consapevolezza che hanno caratterizzato il nostro approccio alla nascita e all'accoglienza di ogni nuova vita, la crescita dei bambini, e la nostra crescita personale come madri e padri. Nasce da qui un progetto sperimentale, una CASA DELLE MAMME E DEI BAMBINI, che per la prima volta vuole associare l'assistenza, il sostegno, l'informazione alla mamma durante l'esperienza della nascita di un figlio, all'educazione dei bambini che poi progressivamente si staccheranno dalle madri e avranno bisogno di un luogo familiare dove proseguire il loro percorso di crescita, attraverso un approccio pedagogico attento alle delicate esperienze della prima infanzia. Una "scuola naturale" che è, al tempo stesso, spazio pomeridiano di incontro, confronto e formazione per tutti coloro che si occupano di infanzia e di educazione. Un luogo di aggregazione e socializzazione per grandi e piccini dove portare avanti la nostra attività a servizio delle madri ed attivare nuovi percorsi educativi.

24/08/2026

E adesso sembra quasi che il problema siano i genitori che hanno deciso di educare senza picchiare.

Come se togliere la paura, le umiliazioni e le mortificazioni significasse non educare più. 😤

Come se senza uno schiaffo non si potesse mettere un limite.
Senza urlare non si potesse correggere.
Senza far sentire un bambino sbagliato non si potesse insegnargli qualcosa.

E invece no.

Si può dire di no.
Si possono dare regole.
Si può intervenire.
Si può essere fermi.
Si può correggere, rimproverare, contenere.

Si può educare senza fare male‼️‼️

E forse ciò che dà davvero fastidio non è che alcuni genitori siano “troppo permissivi”.

È che stanno dimostrando che la violenza non è indispensabile per crescere un figlio.

Che un bambino può imparare anche senza avere paura dell’adulto.
Che l’autorità può esistere senza intimidazione.
Che il rispetto non deve essere ottenuto attraverso il dolore.

Questa non è una moda.

È la scelta, tutt’altro che facile❤️🖤, di interrompere una tradizione educativa che per generazioni ha confuso disciplina e paura, obbedienza e rispetto, autorità e violenza.

E forse sì, può dare fastidio.
Soprattutto a chi è Emotivamente Cieco.

Perché quando qualcuno educa senza picchiare, non sta semplicemente scegliendo un metodo diverso.

Sta mettendo in discussione quello che per molto tempo abbiamo considerato normale, tutti‼️



23/08/2026
21/08/2026
21/08/2026

Per i canoni dei «grandi», un bambino non dovrebbe dire bugie, arrabbiarsi, urlare, correre, litigare con i fratellini, ma dovrebbe sempre ascoltare, essere paziente, obbediente, silenzioso, addormentarsi a comando, e così via.

Quando questo non accade, scatta subito la ricerca di disturbi neuropsichiatrici che non hanno ragione d’essere perché si tratta di comportamenti che caratterizzano la necessaria freschezza dell’infanzia.

Un vantaggio evolutivo che la natura mette a disposizione: quella elasticità che permette di imparare facilmente e di trasformare le difficoltà in risorse.

Temi che ho ampiamente affrontato nei miei articoli che ci ricordano come sia necessaria la massima benevolenza verso i bambini e le bambine… se vogliamo avere un futuro.

16/08/2026

🌱 QUANDO LA VIOLENZA SI CHIAMA EDUCAZIONE

Se un adulto desse uno schiaffo a un altro adulto perché non gli obbedisce, difficilmente lo chiameremmo educazione.
Se lo insultasse per correggerne un comportamento, parleremmo di umiliazione.
Se rompesse intenzionalmente un oggetto a cui tiene per “fargli capire la lezione”, probabilmente riconosceremmo un gesto aggressivo.
Se gli dicesse: “Finché non fai quello che voglio, non ti rivolgo la parola”, riconosceremmo l’uso della relazione come strumento di potere.

Persino quando assistiamo a comportamenti aggressivi nei confronti di un animale, siamo capaci di chiamarli per ciò che sono: violenza.

Eppure, quando alcune delle stesse logiche di sopraffazione entrano nella relazione educativa, iniziamo a cercare altre parole.
“È solo uno scappellotto. Gliel’ho dato piano. Cosa vuoi che sia!”
“Una sculacciata non ha mai fatto male a nessuno.”
“Ogni tanto bisogna ricordargli chi comanda.”
“Eh no. Adesso sta un po’ da solo, così capisce.”
“Deve vergognarsi di quello che ha fatto.”
“Gli tolgo tutto, così impara.”
“Se non alzo la voce non mi ascolta. È proprio stron…”

La violenza educativa diventa particolarmente difficile da riconoscere proprio quando un sistema culturale ha imparato a chiamarla normalità.
⚠️ E non riguarda soltanto il corpo.

La violenza può essere fisica: schiaffi, sculacciate, strattoni, scappellotti, gesti che utilizzano il dolore o la paura del dolore per ottenere un comportamento.
Può essere verbale: urlare, insultare, minacciare, ridicolizzare, svalutare, umiliare.
Può passare attraverso la vergogna e l’umiliazione: non aiutare il bambino a riconoscere ciò che ha fatto, ma portarlo a percepire qualcosa di sbagliato in ciò che è.

“Sei cattivo. Vergognati.”
Un messaggio che rischia di colpire l’identità del bambino.

La violenza può assumere anche una forma relazionale.
Allontanare, ignorare, minacciare di andare via, ritirare la parola o l’affetto o lo sguardo possono diventare strumenti potentissimi proprio perché toccano uno dei bisogni fondamentali dell’infanzia: sentirsi al sicuro dentro una relazione significativa.
“Se fai così non ti voglio più bene.”
“Me ne vado e ti lascio qui.”
“Non ti parlo finché non chiedi scusa.”
Non c’è uno schiaffo. Non c’è un segno sulla pelle. Eppure anche qui può esserci una ferita relazionale: la relazione con me dipende da come ti comporti.

Anche danneggiare o minacciare di buttare ciò che appartiene al bambino può diventare esercizio di potere: posso colpire ciò che per te ha valore perché io sono più forte di te.

🌱 PERCHÉ QUESTE PRATICHE “FUNZIONANO”?
Sì, a volte “funzionano”. Ma dipende da cosa intendiamo per funzionare.
Un bambino spaventato può smettere.
Un bambino umiliato può tacere.
Un bambino minacciato può obbedire.
Un bambino lasciato solo può imparare a non manifestare più ciò che provoca quella risposta adulta.
Ma questo significa che ha imparato?
La cessazione di un comportamento non ci dice che sia avvenuto un apprendimento educativo. Ci dice soltanto che quel comportamento, in quel momento, è cessato.
Un bambino può obbedire perché ha compreso progressivamente il significato di un limite. Oppure può obbedire perché teme ciò che accadrà se non lo farà.

Da fuori, il risultato può perfino sembrare identico.
Dentro, sono due esperienze completamente differenti.

Nel primo caso stiamo accompagnando progressivamente lo sviluppo della regolazione, della consapevolezza, della responsabilità e della capacità di stare nel limite.

Nel secondo stiamo utilizzando una regolazione esterna fondata sulla paura, sul dolore, sull’umiliazione o sulla minaccia della perdita della relazione.
E quindi: ci siamo chiesti a lungo se queste pratiche funzionassero. Molto meno spesso ci siamo chiesti: funzionano per ottenere cosa, e a quale prezzo? A quale prezzo emotivo?

Molti adulti portano dentro di sé proprio questi modelli educativi conosciuti nella loro età infantile e adolescenziale.
“L’ho ricevuto anch’io.”
“Ai miei tempi era normale.”
“Mio padre faceva così e sono cresciuto lo stesso.”
“Se le ho prese e mi hanno trattato così ogni tanto me lo meritavo proprio. Ero monello da piccol*”.

Sono frasi che raccontano quanto profondamente alcune pratiche siano state trasmesse e normalizzate attraverso le generazioni.

Oggi, possiamo fermarci. Osservarci.
Riconoscere che cosa accade dentro di noi quando il comportamento di un bambino ci esaspera, ci mette in difficoltà, ci fa sentire impotenti o sfida l’idea di autorità con cui siamo cresciuti.
Perché educare un bambino significa inevitabilmente incontrare anche il modo in cui noi siamo stati educati.

Riconoscere tutto questo non significa pretendere adulti che non si arrabbino, zen, non alzino mai la voce o non perdano mai la regolazione. Un adulto può sbagliare, eccedere, ferire. La differenza sta anche nella possibilità di riconoscerlo, assumersene la responsabilità e riparare validando le emozioni provocate nell’altro.
Altro è trasformare paura, dolore, umiliazione o ritiro della relazione in strumenti educativi intenzionali: “Lo faccio perché deve imparare”.

Ed è proprio qui che può interrompersi la catena trasmissiva della violenza educativa.
Perché possiamo avere bisogno di fermare un bambino. Non abbiamo bisogno di ferirlo perché comprenda.
Possiamo esercitare autorevolezza. Non abbiamo bisogno di utilizzare la sua vulnerabilità per ottenere obbedienza.
Possiamo mettere limiti. Senza mettere in discussione la dignità e la sicurezza della relazione.

Smettiamo di tramandare, senza interrogarle, frasi come “ha sempre funzionato” e “hanno sempre fatto così”. Iniziamo piuttosto a domandarci: che cosa quelle pratiche hanno realmente insegnato? Attraverso quale esperienza? E a quale prezzo?
Alcune risposte possiamo incontrarle anche osservando noi stessi: ciò che ci attiva, ciò che ci irrigidisce, ciò che ancora oggi ci fa paura, ciò che tendiamo automaticamente a ripetere o, al contrario, a rifiutare.

Atelier della Pedagogista

19/07/2026

🌿«La vera autorità non ha bisogno delle botte o degli schiaffi per mostrarsi forte e per aiutare il bambino. È il contrario. Si danno botte e schiaffi se ci si sente deboli e impotenti. In questo caso, non si mostra al bambino l’autorità, ma il potere e l’ignoranza.»
Alice Miller, psicoterapeuta

Questa riflessione ci invita a distinguere con chiarezza due concetti che troppo spesso vengono confusi: potere e autorevolezza.

L’autorevolezza non è alzare la voce per avere la meglio sull’altro.
Non è indurire il tono della voce per ottenere obbedienza.
Non è rendere lo sguardo duro e tagliente per suscitare paura e sottomissione.
Non è utilizzare la violenza, in qualunque forma, con l’idea di educare.
Non è rinunciare ai limiti. Al contrario, i limiti sono una componente essenziale della relazione educativa quando vengono proposti con coerenza, chiarezza e responsabilità.
Non è controllare la vitalità di bambini e bambine attraverso la paura: ricatti, minacce, silenzi punitivi, premi e punizioni, umiliazioni o aggressività.
Non è far sentire «chi comanda».
Non è rimettere bambini e bambine «al loro posto».
Non è addomesticare la vitalità di un bambino o bambina.

L’autorevolezza è offrire una presenza sufficientemente salda da contenere senza schiacciare.
È saper dire dei no che proteggono, senza ferire la dignità dell’altro.
È assumersi la responsabilità della relazione, soprattutto quando il comportamento del bambino mette alla prova il nostro equilibrio.
È riconoscere i propri errori e riparare la relazione.

Perché educare non significa esercitare potere su qualcuno. Significa accompagnare una persona mentre costruisce se stessa.

Atelier della Pedagogista
Dott.ssa Lucia Vichi

17/07/2026

🌿 “TORNARE PICCOLI” PER CRESCERE
Perché le regressioni evolutive fanno parte dello sviluppo.

Ogni anno, tra l’estate e l’inizio di settembre, molte famiglie iniziano a prepararsi per un nuovo capitolo.
C’è chi entrerà al Nido.
Chi inizierà la Scuola dell’Infanzia.
Chi varcherà per la prima volta la porta della Scuola Primaria.

Noi adulti viviamo questi passaggi con entusiasmo, curiosità e, talvolta, con un pizzico di nostalgia. Una parte di noi, infatti, vorrebbe trattenere ancora un po’ quel tempo in cui i bambini e le bambine erano piccoli.

I bambini e le bambine, invece, li vivono in modo molto diverso. Perché le strutture cognitive che consentono di rappresentarsi mentalmente una situazione futura e sconosciuta sono ancora in pieno sviluppo. Per un bambino è molto difficile costruire un’immagine di ciò che non ha ancora vissuto. “Andare alla scuola dell’infanzia” o “iniziare la scuola primaria” sono parole che non corrispondono ancora a un’esperienza concreta.

Sanno soltanto che tutti intorno a loro parlano di qualcosa che cambierà profondamente la loro vita.
Colgono il tono emotivo degli adulti, percepiscono aspettative, preparativi, cambiamenti. Avvertono che sta per accadere qualcosa di importante, senza poter sapere davvero che cosa li aspetta.

Quando il sistema nervoso percepisce un cambiamento importante senza poterlo prevedere, fa ciò per cui è biologicamente predisposto: aumenta il livello di vigilanza, ricerca sicurezza e diventa più sensibile agli stimoli dell’ambiente.

È qui che, molto spesso, iniziano a comparire quelle che noi adulti chiamiamo regressioni.
Un bambino che aveva lasciato serenamente il pannolino può ricominciare ad avere qualche perdita.
Una bambina che dormiva tutta la notte può iniziare a svegliarsi cercando la presenza dei genitori.
Può riapparire il bisogno del ciuccio.
Può aumentare la fatica nella separazione.
Le emozioni sembrano esplodere con maggiore facilità.
Le opposizioni diventano più frequenti.
L’alimentazione cambia.
L’addormentamento si fa più difficile.

Tutto questo, comprensibilmente, preoccupa molte famiglie, che finiscono per domandarsi se il proprio bambino stia vivendo una difficoltà o se qualcosa non stia andando come dovrebbe.

Ma ciò che osserviamo non è necessariamente un arresto dello sviluppo. Molto spesso è un adattamento.

Ogni grande cambiamento comporta infatti una temporanea riorganizzazione del sistema emotivo.

Anche noi adulti lo sperimentiamo.
Prima di un trasloco.
Di un nuovo lavoro.
Di un intervento chirurgico.
Della nascita di un figlio.

Dormiamo peggio.
Siamo più irritabili.
Abbiamo meno concentrazione.
Cerchiamo le persone che ci fanno sentire al sicuro.

Nei bambini questo accade allo stesso modo, con una differenza importante: le strutture cerebrali coinvolte nella regolazione delle emozioni, nella pianificazione e nell’anticipazione del futuro sono ancora in piena maturazione.

Per questo il corpo diventa il primo linguaggio attraverso cui il bambino comunica la fatica di adattarsi al cambiamento.
Nei primi anni di vita il corpo parla molto prima delle parole. Quando il sistema nervoso fatica a dare un significato a ciò che sta vivendo, sono spesso il sonno, l’alimentazione, il controllo sfinterico, la regolazione emotiva e i comportamenti quotidiani a raccontare quella fatica. Il corpo non sta “sbagliando”: sta comunicando.

Spesso è in questo periodo che però accade qualcosa che rischia di aumentare ulteriormente il carico emotivo. Con le migliori intenzioni, e spesso senza rendercene conto, iniziamo a dire: “Adesso sei grande.”; “Alla scuola primaria dovrai stare seduto.”; “Lì non si gioca più come adesso.”; “Sei diventato grande: dobbiamo togliere il pannolino.”; “È arrivato il momento di lasciare il ciuccio.”; “Dovrai imparare a fare compiti, stare seduto, ascoltare la maestra …. .”

Così, quello che per noi è semplicemente un cambiamento, per il bambino rischia di trasformarsi in una lunga sequenza di rinunce. Di cose che sente di dover lasciare andare tutte insieme.

Perdere il pannolino.
Perdere il ciuccio.
Perdere riti e rituali.
Perdere le educatrici o docenti scuola dell’infanzia.
Perdere ambienti conosciuti.
Perdere quelle relazioni che oramai sono rituali.
Persino perdere l’immagine di sé come “piccolo”.

Dal punto di vista evolutivo, tutto questo può essere vissuto come una serie di piccoli lutti. Non lutti nel senso della perdita definitiva, ma come separazioni da abitudini, persone, oggetti e immagini di sé che fino a quel momento avevano rappresentato sicurezza.
Ogni separazione richiede tempo.
Ogni cambiamento richiede un nuovo equilibrio.

Quando invece concentriamo molte richieste evolutive nello stesso periodo, il sistema nervoso può percepire che le richieste dell’ambiente superano le risorse di cui il bambino dispone in quel momento.
È allora che il bambino/a cerca sicurezza tornando, temporaneamente, a strategie che in passato lo hanno aiutato a sentirsi protetto.
Non sta manipolando.
Non sta facendo i capricci.
Non sta “regredendo” perché è immaturo.

La regressione diventa così un tentativo di ritrovare protezione e ristabilire un equilibrio interno mentre il bambino affronta una nuova fase della propria crescita.
E la domanda più silenziosa che un bambino ed una bambina nutrono dentro di sé in questo momento è: “Se divento grande… continuerete ad amarmi anche quando avrò paura?”
Paradossalmente, è proprio quando un bambino/a può permettersi di tornare temporaneamente a chiedere più vicinanza che riesce, poco alla volta, a ritrovare la sicurezza necessaria per ripartire.
Le regressioni evolutive non rappresentano un ostacolo alla crescita: ne fanno parte.

Forse il nostro compito non è preparare i bambini e le bambine ad affrontare il cambiamento aggiungendo richieste sempre nuove. È costruire intorno a loro condizioni di sicurezza sufficientemente solide perché possano attraversarlo senza sentirsi soli.
L’autonomia non nasce quando un bambino/a smette di avere bisogno dell’adulto. Nasce quando sa che, se ne avrà bisogno, quell’adulto continuerà ad esserci.

Perché crescere non significa imparare a fare tutto da soli. Significa poter esplorare il mondo sapendo di avere alle spalle una base sicura a cui tornare. Ed è proprio questa sicurezza, molto più delle nostre richieste, che rende possibile ogni autentico processo di crescita.

Atelier della Pedagogista
Dott.ssa Lucia Vichi

16/07/2026

📱 SGUARDI ALTROVE

Ogni relazione è fatta di migliaia di micro-incontri.
Uno sguardo accolto.
Una richiesta ascoltata.
Un sorriso restituito.
Oppure uno sguardo che non incontra nessuno.

🌱Ogni gesto, ogni sguardo, ogni parola che rivolgiamo a un bambino/a è una scelta. Anche ciò che inconsapevolmente non doniamo.

Non sono i grandi eventi a costruire il senso di sicurezza di un bambino/a. È ciò che accade centinaia di volte ogni giorno, nella straordinaria ordinarietà della vita condivisa.

Le connessioni autentiche sono il terreno in cui tutto fiorisce. E sono fatte di piccole cose: presenza, ascolto, contatto tra corpi, sguardi interi, respiri insieme. Battiti cardiaci all’unisono. Non c’è crescita sana senza una base sicura.

🔎 Il Dr. Gerald Newmark, medico e ricercatore sul benessere socio emotivo nei contesti familiari ed educativi, sostiene che ogni bambino ha 5 bisogni emotivi fondamentali (desideri profondi di ogni essere umano):
– Sentirsi al sicuro
– Sentirsi rispettato
– Sentirsi accettato
– Sentirsi importante
– Sentirsi incluso

Soddisfare questi bisogni è il cuore di una sana ed equilibrata relazione educativa (e non solo). È da qui che nasce quel senso di sicurezza che, anche secondo la Teoria Polivagale, favorisce apertura, curiosità, apprendimento e disponibilità alla relazione.

La sicurezza non nasce dall’essere presenti ogni secondo - cosa impossibile per l’essere umano - bensì da una relazione sufficientemente responsiva, capace anche di attraversare inevitabili momenti di disconnessione e di riparazione.

Oggi purtroppo noi adulti siamo tanto assorbiti da tempi con ⚠️ DIS-CONNESSIONI INVISIBILI.
Nel tempo iperconnesso in cui viviamo, nell’ambiente artificioso dove abitiamo, stiamo disimparando la connessione più importante: quella umana. E nel farlo, rischiamo di interferire con quei processi neurobiologici che contribuiscono alla costruzione delle fondamenta del cervello in sviluppo.

Sempre più siamo e stiamo in dimensioni mentali altre, che contraddistinguono fenomeni sempre più studiati dalle ricerche scientifiche:

💡 Parent phubbing: è il termine che descrive un fenomeno sempre più diffuso, ossia snobbare il proprio figlio/a per guardare lo smartphone. E il bambino/a lo sente. Può sperimentare che il proprio mondo emotivo fatica a trovare uno spazio nello sguardo dell’adulto, soprattutto quando queste interruzioni diventano frequenti e ripetute.
Può allora smettere, poco alla volta, di cercare quello sguardo. “Non piange. Non urla. Non ha crisi”.
Oppure intensificare le richieste attraverso pianto, opposizione o comportamenti sempre più intensi.
Ma in entrambi i casi, si disconnette dalla relazione.
Non è il singolo messaggio letto a danneggiare una relazione. È quando lo smartphone diventa un “terzo interlocutore” costante, capace di interrompere ripetutamente lo scambio emotivo con il bambino.

📱Anche il Digital babysitting, ovvero l’uso sistematico dello schermo come calmante, come riempi tempo o come distrattore rischia di indebolire il filo invisibile della relazione affettiva. Uno schermo non accoglie. Non ascolta. Non abbraccia. Non sta. Il bambino/a ha bisogno di un corpo vivo che respira, si muove e lo contiene emotivamente, non di schermi che lo distraggano.

“La sicurezza significa creare un ambiente positivo in cui le persone si prendono cura l’una dell’altra e lo dimostrano; in cui le persone si esprimono e gli altri ascoltano; in cui le differenze sono accolte e i conflitti vengono risolti in modo costruttivo.”
Dr. Gerald Newmark

La vera educazione inizia dove qualcuno ti guarda negli occhi e, con la sua presenza, dice: “Ci sono”.

Anche nel conflitto.
Anche nella crisi.
Anche quando la relazione attraversa inevitabili momenti di rottura e di riparazione.

Un bambino non ha bisogno di uno schermo acceso. Ha bisogno di un volto che si illumini quando lo guarda. Perché è nello sguardo dell’altro che, poco alla volta, impara a vedere sé stesso.

Atelier della Pedagogista

16/07/2026

🎓 L’ADULTIZZAZIONE DELL’INFANZIA

L’adultizzazione dell’infanzia non inizia con un rossetto, uno smalto, uno smartphone o un videogioco.
Inizia molto prima.

Inizia ogni volta che, senza rendercene conto, guardiamo i bambini e le bambine con occhi da adulti e attribuiamo loro bisogni, azioni, desideri e significati che appartengono al nostro mondo, non al loro.

Succede quando diciamo a una bambina:
«Sembri una piccola donna.»

Quando chiediamo a un bambino di tre anni: «Hai la fidanzatina?» oppure: «Quello è il tuo fidanzato?»
Eppure, per lui o per lei, quella è semplicemente una relazione fatta di gioco, curiosità, vicinanza, affetto e scoperta reciproca. È il piacere di cercarsi, di giocare insieme, di ridere, di condividere un’esperienza.
Siamo noi adulti, spesso inconsapevolmente, a darle un significato che appartiene al nostro mondo.

Succede quando ci preoccupiamo più che un bambino sia sempre ordinato, pulito e “alla moda” che felice di saltare in una pozzanghera, sporcandosi.

Quando ogni esperienza diventa un’occasione da fotografare e condividere sui social prima ancora di essere vissuta.

Quando il compleanno è organizzato per stupire gli adulti o se stessi più che per rispondere ai desideri autentici dei bambini.

Quando riempiamo ogni pomeriggio di attività perché il tempo libero ci sembra tempo perso.

Quando ci entusiasmiamo perché un bambino «ragiona come un grande», ma fatichiamo a riconoscere il valore del suo gioco spontaneo, delle sue domande improbabili, del suo bisogno di muoversi, immaginare, arrabbiarsi, annoiarsi e fare pace.

L’infanzia non è una preparazione alla vita.
È vita. Qui e ora.

Non è un’anticamera dell’età adulta da attraversare il più velocemente possibile.
È un tempo prezioso, con bisogni, linguaggi, diritti e modi propri di stare al mondo.

Un bambino non ha bisogno di essere un piccolo adulto.
Ha bisogno di correre senza una meta.
Di costruire una capanna con una coperta.
Di osservare una formica per dieci minuti.
Di sporcarsi senza preoccuparsi.
Di inventare mondi con una scatola di cartone.
Di non recitare, ricevere diplomi e cappelli da laureati.
Di avere amici, non fidanzati.
Di sentirsi accolto per ciò che è oggi, non apprezzato per quanto assomiglia a ciò che sarà domani.

Proteggere l’infanzia non significa tenere i bambini lontani dal mondo. Sotto una invisibile campana di vetro. Significa custodire il loro diritto a incontrarlo rispettando i tempi del loro sviluppo, senza anticipare esperienze, aspettative e significati che ancora non appartengono alla loro età.

Perché crescere non è una corsa.
Ogni età ha una sua dignità.
Ogni età ha una sua bellezza.

E forse il compito più grande degli adulti non è accelerare l’infanzia, ma avere il coraggio di difenderla.
Il cor-aggio di stare, ogni giorno, dalla parte dei bambini e delle bambine. 🌿

Atelier della Pedagogista

13/07/2026

🪷 Crescendo, impariamo a osservare soprattutto ciò che i bambini e le bambine fanno… o non fanno.

Frédérik Leboyer ci ricorda, invece, qualcosa di profondamente diverso: i bambini e le bambine colgono soprattutto chi siamo.

Prima ancora delle parole, incontrano la qualità della nostra presenza. Percepiscono autenticità, tensione, fiducia, paura, disponibilità. Leggono il nostro corpo, ascoltano il tono della nostra voce, incontrano il nostro sguardo.

Per questo, educare significa anche prendersi cura del proprio mondo interiore. È lì che prende forma la relazione.

E la relazione, fin dai primi giorni di vita, diventa il primo specchio attraverso cui ogni bambino e ogni bambina iniziano a costruire l’immagine di sé e del mondo.

Atelier della Pedagogista
Dott.ssa Lucia Vichi

Indirizzo

Via. King, 9/13
Terni
05100

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 17:00
Martedì 08:00 - 17:00
Mercoledì 08:00 - 17:00
Giovedì 08:00 - 17:00
Venerdì 08:00 - 17:00

Telefono

3498787029

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