02/09/2026
Mi ha sempre fatto paura l’oceano. Mi ha sempre profondamente inquietata la sua abissale profondità. Talmente tanto da evitare di voltare lo sguardo verso il Pacifico quel giorno che ero al Golden Gate Bridge e di restare ben lontana dalla battigia a Santa Monica o a Coney Island. Così tanto che se mi chiedessero di scegliere tra due opzioni, preferirei senza dubbio lanciarmi nello spazio ché immergermi con un sottomarino.
Invece questa volta, complici mesi in cui la paura è stata ospite non facile da decifrare, da accogliere e per un pò maldestramente ignorata nella mia vita, ho sentito forte il richiamo a guardarla in faccia, quella paura. A cercare un contatto con il mio turbamento. E così, un passo alla volta, mi sono immersa fino alle caviglie nell’Atlantico. Ho lasciato che quell’acqua gelida mi accarezzasse e poi fuggisse da me per poi tornare a sfiorarmi ancora. Con i piedi a bagno, ho seguito con lo sguardo il volo dei gabbiani sopra di me, ho contemplato le barche in lontananza. Poi mi sono messa a raccogliere qualche sasso, scegliendo quelli che mi sembravano particolarmente belli, che ho messo in valigia in ricordo di quel momento, molto catartico per me.
Oggi ci rifletto. Rifletto sulla paura. Sulle inquietudini, sui turbamenti, sulle incertezze che in alcuni momenti ci accompagnano nella vita.
La paura è un’emozione importante: arriva a proteggerci quando sentiamo che qualcosa ci minaccia, che c’è un pericolo.
Le forze del carattere a cui possiamo attingere sono il coraggio e la prudenza.
Ho capito che essere coraggiosi non significa lanciarsi in mezzo all’oceano con il paracadute, ma immergersi leggermente nelle acque della paura.
Che essere prudenti non significa evitare spiagge e litorali, ma stare sulla battigia e lasciare che le onde ci raggiungano a inumidirci le piante dei piedi.
E, in ogni caso, prenderci il tempo per restare a guardare cosa succede. Dentro e fuori di noi.