09/05/2022
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9 maggio 1446 - Morte della regina Maria D'Enghien. Leggiamo dalla cronaca: «Die 9 Madii 9. Indictioni in Lecce fo morta la serenissima Regina Maria De Engenio Contessa di Lecce, et successe a tutto lo stato loanne Antonio suo figliolo principe di Taranto dove li furo fatte honorabile esequie come culta d'imborchiato sopra carmesino al chiavuto et pallio d'oro sopra seti celestro e suo corpo sta ad Santa (Croce)». Il passo ormai molto noto è tratto dall’opera di Antonello Coniger (XV-XVI sec.), “Cronache”, la cui attendibilità storiografica è purtroppo minata dalle vicende del testo. Si tratta infatti di un manoscritto, mai ritrovato, pubblicato per la prima volta da Giuseppe Palma per i tipi della Stamperia arcivescovile a Brindisi nel 1700 e successivamente ripubblicato da G. B. Tafuri (altro autore non sempre attendibile) in “Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici” a c. di A. Calogerà, tomo VIII, ed. Cristoforo Zane, Venezia 1733, pp. 109-262 (il passo da noi citato è a p. 143). Il testo di Coniger è riportato anche nell’opera di Palumbo P., “Storia di Lecce”, (nuova ed. con pref. e note a cura di P. F. Palumbo), ed. Centro di Studi Salentini, Lecce 1977.
Dove venne sepolta, Maria D’Enghien? Tralasciando le romantiche descrizioni del Ferrari (vedi Fonti), cui fa riferimento il sito ufficiale del Comune di Taranto, alcuni dettagli ci sono forniti da G. Marciano, in “Descrizione, origini e successi della Provincia d’Otranto”. Secondo il Marciano (1571-1628), la regina Maria fu sepolta a Lecce nella chiesa «del monistero di S. Croce, il quale fu primamente edificato da Gualtiero vicino a suo fratello. E dopo nell’anno 1537 avendo ordinato l’imperatore Carlo V che si fortificasse il detto castello, il monistero fu trasferito dove oggi si vede». Aggiunge l’autore che il sepolcro di quella nobile figura fu «disfatto». Esso era «nella sua ca****la di sontuosissimi marmi con la sua statua coronata, ed in soglio reale assisa, avendo a sé d’intorno le statue della Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza, Speranza, Fede e Ca**tà, con altre sculture di mirabile artificio».
La “Descrizione…” del Marciano fu edita solo nel 1855 a Napoli, a cura di Capasso e Del Re. È facile consultare però l’edizione anastatica (con introduzione di D. Novembre), pubblicata dall’editore Congedo nel 2001.
Dunque la principessa tarentina - poi regina di Napoli - ebbe a Santa Croce fino al 1549 un monumento di marmo che la raffigurava assisa in soglio, coronata e cinta di statue. La chiesa fu distrutta per ordine di Carlo V e rifatta nel 1697, e la statua fu posta in una nicchia sulla porta che dalla chiesa portava al chiostro. La cassa, invece, con gli avanzi del ca****re vestita di seta e celeste e broccata d'oro, fu posta nella sagrestia. Invano - scrive Palumbo - «entrando nel tempio, antica fondazione dei Brenda, la si cerca in qualche angolo. Ella che fu travagliata in vita, fu dimenticata presto dopo morte».
Fonti: questo post di social network, lungi dalla pretesa di originalità, è una collazione di vari testi e siti, consultati da chi scrive a partire dalle numerosissime fonti storiche e storiografiche su Maria D’Enghien. Siamo partiti da una sola, abbastanza recente, la quale contiene a p. 521 nelle note 1 e 2 una bibliografia aggiornata: Kiesewetter A., “L'epistolario di Maria d'Enghien. Nuovi rinvenimenti e precisazioni”, in «Quei maledetti Normanni». Studi offerti a Errico Cuozzo per i suoi settant'anni da Colleghi, Allievi, Amici, editi da Jean-Marie Martin e Rosanna Alaggio, Tomo I, CESN, Ar**no Irpino Napoli 2016. Quest’ultimo testo è presente su Academia[punto]edu.
Foto: la cronaca di Coniger citata nel testo