04/09/2026
Di Anna Guidi
Mercoledì 12 agosto 2026, ore 6. C'è già gente in movimento sul piazzale della chiesa dove furono uccise e arse un centinaio di persone, donne, vecchi e bambini, e con loro don Innocenzo Lazzeri, medaglia d'oro al valor civile. I carabinieri volontari mettono a punto la strategia della circolazione, il bar della Carla fornisce tazze di caffe a chi non ha fatto ancora colazione, sul muretto siedono alcuni parenti delle vittime, saliti in tempo, per un momento di preziosa riflessione. Prima che la cerimonia ufficiale assorba le energie, più di uno si avvia a Col Di Cava per far visita a chi giace all'Ossario. Da lassù la sera precedente, a buio, si è mossa la fiaccolata della pace organizzata ogni anno dal circolo «Jenny Bibolotti» con i ragazzi del Campo della pace che si sono trattenuti a Sant'Anna anche per la notte, italiani e tedeschi che trasorrono insieme le vacanze. Il loro contributo, letto dopo le orazionii ufficiali del sindaco Maurizio Verona, del presidente della Martiri Umberto Mancini, del presidente della regione Eugenio Giani, dell''onorevole Giuseppe Conte e del Ministro Antonio Tajani, hanno parlato il linguaggio della semplicità essenziale espressa in italiano intriso di tedesco, la lingua degli assassini. Un dettaglio non da poco, Pe decenni i superstiti ed i loro familiari hanno evitato il suono di quella lingua, assai parlata negli anni Sessanta e Settanta dai turisti della fascia marina. Adesso ci convivono come convivono col suono dell'organo della pace, dono riparatore da Maren e Horst, coniugi tedeschi innamorati della musica. Quanto alla piazza mancano le usuali file di sedie schierate per i fedeli che assistono alla messa. L'arcivescovo Saverio Cannistrà celebra circondato da sacerdoti e diaconi all'interno. La chiesa è piccola, i fedeli stipati nelle panche, alcuni sono rimasti fuori. L'esperimento, dettato da ragioni tecniche di velocizzazione, non è da ripetere. La cerimonia religiosa ha più di una valenza, fra queste quella di ricordare che fu la Chiesa locale a celebrare, fin dall'anno seguente la strage, la memoria delle vittime. Le istituzioni civili tacevano. La vicenda di Sant'Anna ha richiesto molto tempo per essere ricostruita. Presente in chiesa anche Marco de Paolis, il giudice del processo di Sant'Anna, che siede vicino al prefetto di Lucca, dottoressa Cristina Favilli e il console tedesco in Italia. Le parole di padre Saverio Cannistrà, alla sua prima cerimonia a Sant'Anna, sono un invito alla pace e alla Coerenza con l'insegnamento del Vangelo. I quattro superstiti Adele, Paolo, Siria e Mario seduti accanto, ascoltano con attenzione, mista a un velo di tristezza; un mese fa è venuto a mancare Romano Berretti, uno di loro, e il suo posto vuoto pesa. Se ne stanno andando uno ad uno e, in ragione di questo esito naturale, l'impegno a tramandare è più che mai importante e assolto. Migliaia di studenti da ogni parte di Italia e di Europa, ascoltano ogni anno la raccapricciante e disumana vicenda del massacro di
centinaia e centinaia di persona ree di nulla. Abitanti dei borghi in cui si articola Sant'Anna, e tante altre sfollate quassù credendo di essere al sicuro perché Sant' Anna era in seconda linea, gli abitati sparsi nascosti fra le pieghe dei monti. Le SS, che non conoscevano a menadito i sentieri per raggiungere i luoghi, furono accompagnate da guide italiane mascherate con un cappuccio in volto. Le tradì la lingua che parlavano: una vergogna nella ferocia di uno sterminio che non risparmiò donne incinte, madri con i figli al seno, vecchi traballanti, bambini svelti con la voglia di correre nelle gambe. Freddati a raffiche di
mitragliatrice. Si racconta che ci fu chi credette di essere stato messo in posa per una fotografia, scambiando l'arma per una di quelle macchine con trespolo che immortalavano le coppie il giorno del matrimonio, l'unica di una vita intera. Anime ingenue le vittime del massacro, anime innocenti, freddate senza ragione, i corpi lascitati sparsi sull'erba, quelli degli otto fratelli Tucci e della mamma Bianca davanti alla canonica dove Antonio, padre e marito, li aveva fatti riparare portandoli via da Livorno. Alcuni dei corpi non restarono li in posa perché furono ammassati e bruciati su questa piazza intitolata a sant'Anna, per far divampare il fuoco i soldati tirarono fuori le panche della chiesa. Quando don Giuseppe Vangelisti, il primo a giungere sul teatro del dramma, raccontava cosa vide e sentì, gli occhi suoi, in genere sereni, si riempivano di buio: corpi a pezzi bruciacchiati e anneriti e puzzo rivoltante. Dai paesi vicini, come da Montebello, credettero che le SS avessero dato fuoco alle vacche. Nessuno riuscì ad immaginare l'inimmaginabile che pure era stato tanto accuratamente pianificato.