Dott.ssa Claudia Di Pietro Pedagogista e Pedagogista Clinico

Dott.ssa Claudia Di Pietro Pedagogista e Pedagogista Clinico Professionista in aiuto alla persona: bambini,adolescenti, adulti, anziani, genitori, coppie, gruppi

Il Pedagogista Clinico è un professionista del settore socio-educativo che, con regole esclusivamente educative, metodi e tecniche proprie, si rivolge a persone di ogni età al fine di promuovere ed estendere le capacità individuali e sociali e favorirne il processo di sviluppo. E' un professionista in aiuto alla persona, ed ha lo scopo di accompagnarla verso il cambiamento e la conquista di nuovi equilibri considerandola nella sua globalità, con l'obiettivo di attivare e valorizzare, attraverso una relazione pedagogica, potenzialità e risorse, offrirle la possibilità di scoprire in sè stessa le proprie potenzialità e sviluppare abilità e disponibilità. Interventi di aiuto

Bambini
- DSA_Disturbi specifici dell’apprendimento (Dislessia, Disgrafia, Disortografia, Discalculia). Difficoltà negli apprendimenti della lettura, scrittura, calcolo
- Difficoltà nel linguaggio
- Difficoltà comportamentali
- Insicurezza, ansia, scarsa autostima
- Difficoltà nella sfera dell’autonomia
- Difficoltà organizzativo-motorie (coordinazione oculo manuale, coordinazione generale, motricità fine)
- Mutismo selettivo
- Encopresi ed enuresi

Adulti
- Situazioni di stress e di ansia
- Difficoltà emotivo-affettive
- Difficoltà comunicative e relazionali
- Sostegno alla genitorialità

Anziani
- Difficoltà di memoria
- Rafforzamento dell’autostima e fiducia in sé

Scuole, enti pubblici e privati
- Sportelli di ascolto rivolti a minori, genitori, educatori, docenti
- Progetti educativi rivolti ai bambini, adolescenti, adulti, anziani.

Diciamocelo chiaramente: le recenti parole di Gerry Scotti, non sono solo una battuta infelice, ma lo specchio di un pre...
27/03/2026

Diciamocelo chiaramente: le recenti parole di Gerry Scotti, non sono solo una battuta infelice, ma lo specchio di un pregiudizio che distrugge la scuola.
Se l'insegnante di sostegno non è formato e lo fa solo come ripiego,( si pensi a tutti quelli che nella vita volevano fare altro e non ci sono riusciti e grazie al TFA aperto a tutti oggi si sentono specializzati) non è solo inutile.... è dannoso. In assenza di competenze pedagogiche e cliniche, il docente diventa un muro tra l'alunno e la classe. Senza formazione e motivazione, il rischio è che il bambino venga solo "assistito" e mai realmente "incluso". Il risultato? Il sostegno finisce per servire solo ad appiccicare un’etichetta indelebile, a giustificare l’esclusione didattica e a confermare il pregiudizio. Un insegnante che lo fa per ripiego non vede il bambino: vede solo il "caso" da gestire. E un bambino guardato solo attraverso la sua diagnosi è un bambino a cui stiamo rubando il futuro.
Smettiamola di accettare "quello che passa il convento". I nostri studenti meritano professionisti, non ripieghi.

Una battuta pronunciata durante una puntata de La Ruota della Fortuna, condotta da Gerry Scotti, ha riaperto un tema che da anni attraversa il sistema scolastico italiano: il ruolo e il riconoscimento degli insegnanti di sostegno. Nel corso della trasmissione, commentando il racconto di una docente,...

20/03/2026

È facile alzare la voce contro chi è più piccolo o più debole. Ma fa sempre male. I bambini non hanno bisogno di paura per imparare, hanno bisogno di rispetto, ascolto e calma.

Se non riusciamo a gestire la rabbia o a moderare i toni, se usiamo urla, violenza verbale, offese, derisione, forse è il momento di fermarsi, mettersi in discussione o chiedere aiuto ad un professionista.
Educare non significa urlare, rimproverare o prendere in giro i bambini: significa accompagnarli a crescere sicuri e sereni.

La cosa ancora più grave è pensare di star facendo bene mentre si crea frustrazione o dolore, soprattutto in luoghi dove i bambini dovrebbero sentirsi al sicuro, valorizzati e apprezzati.

Tutti, e soprattutto chi opera nel settore educativo o istruttivo, dovrebbero avere minime competenze pedagogiche e autoconsapevolezza. È preoccupante pensare che alcune persone possano agire con convinzione e grande ego, senza rendersi conto dell’impatto sui bambini.

Come adulti, genitori e insegnanti, abbiamo la responsabilità di creare spazi che proteggano e valorizzino i più piccoli.
E quando ci comportiamo male, chiediamoci: "se lo facessero a un nostro figlio o un nostro nipote, lo troveremmo accettabile?"

Come si può vivere in pace sapendo di aver fatto star male un bambino e di aver creato frustrazione?

19/03/2026

Il movimento è la prima forma di intelligenza

Vedo spesso troppa fretta nel voler mettere una matita in mano ai bambini, riempiendo i tavoli di schede, fotocopie da colorare e lettere da scrivere. Certo, scarabocchiare e disegnare liberamente è bellissimo... ma serve anche e soprattutto il movimento: un bambino impara molto di più saltando dentro un cerchio o lanciando una palla che stando seduto per ore a riempire spazi già disegnati da altri.

Se non impari a stare "dentro uno spazio" con tutto il corpo, farai molta più fatica a stare dentro i quadretti di un quaderno alla primaria. Il corpo ha bisogno di sfide vere, di equilibrio e di scoperte, non di restare fermi troppo a lungo.

Coordinare gli occhi e le mani per afferrare un oggetto allena la mente molto meglio di un colore impugnato troppo presto.

Il corpo impara prima della testa, e muoversi con gioia è il segreto per imparare davvero a concentrarsi.

Forse, se lasciassimo ai bambini il tempo di maturare attraverso il movimento, potremmo risparmiare tante fatiche inutili e molte diagnosi che arrivano troppo presto.

Diamo ai bambini lo spazio per muoversi, perché è proprio lì che iniziano a scoprire come stare al mondo.

Un vero insegnante non si misura in like o follower, ma nella capacità di connettersi con i propri studenti, ascoltarli ...
10/03/2026

Un vero insegnante non si misura in like o follower, ma nella capacità di connettersi con i propri studenti, ascoltarli e “aprire il cuore”.
La pedagogia autentica si basa sull’empatia, sulla relazione reale e sulla cura dei ragazzi, non sull’immagine digitale o sulla falsa immagine sociale.
Essere presenti e autentici conta più di apparire. Il cuore e l’attenzione verso gli studenti sono ciò che davvero fa la differenza.

“La paura può creare silenzio in classe. Ma non genera apprendimento.”I bambini dovrebbero arrivare a scuola curiosi, fi...
06/03/2026

“La paura può creare silenzio in classe. Ma non genera apprendimento.”
I bambini dovrebbero arrivare a scuola curiosi, fiduciosi, desiderosi di scoprire il mondo. Non con lo stomaco chiuso o il timore di sbagliare.
Chi lavora con loro sa bene: si impara davvero quando ci si sente sicuri, ascoltati, riconosciuti nelle proprie possibilità.
La paura può ottenere obbedienza, ma non costruisce autostima, non sviluppa il pensiero critico e non accende la voglia di conoscere.
Come diceva Maria Montessori:" Il bambino non è un vaso da riempire di nozioni, ma un fuoco da accendere", da accompagnare nella crescita.
E le parole di Don Lorenzo Milani ci ricordano quanto sia delicato e fondamentale il ruolo educativo: “Non c’è nulla di più ingiusto quanto far parti uguali tra disuguali".
La scuola ha bisogno di insegnanti preparati, consapevoli del proprio ruolo e disposti a formarsi continuamente. Educare non significa solo trasmettere contenuti, ma costruire relazioni sane e significative.
I bambini non hanno bisogno di paura per imparare. Hanno bisogno di fiducia, competenza e umanità.
La scuola dovrebbe essere il luogo dove entrano con il sorriso. Se questo non accade, noi adulti dobbiamo fermarci e chiederci perché.
Lo scrivo come insegnante e professionista dell'educazione, ma soprattutto da persona che crede profondamente in una scuola che valorizzi ogni bambino.

💬 E voi cosa ne pensate? Un bambino impara meglio con la paura o con la fiducia?

I bambini che fanno fatica a scuola non hanno cervelli “difettosi”. Spesso hanno cervelli diversi. E le neuroscienze lo ...
04/03/2026

I bambini che fanno fatica a scuola non hanno cervelli “difettosi”. Spesso hanno cervelli diversi. E le neuroscienze lo confermano: molte caratteristiche associate a difficoltà scolastiche possono essere collegate, nel lungo periodo, a capacità straordinarie.
La scuola tradizionale premia la conformità: stare seduti per ore, seguire istruzioni lineari, memorizzare, ripetere.
Premia chi si adatta al sistema. Ma non sempre premia chi pensa in modo divergente, chi si distrae perché la mente corre veloce, chi fa domande scomode, chi vede connessioni che gli altri non notano.

Alcuni bambini etichettati come “distratti”, “troppo vivaci” o “disorganizzati” mostrano tratti associati a grande creatività, pensiero non convenzionale, capacità di problem solving fuori dagli schemi.
Studi sulle differenze neurocognitive – come nel caso dell’ADHD o della dislessia – evidenziano come queste condizioni non siano semplicemente deficit, ma modalità diverse di elaborare le informazioni, spesso accompagnate da intuizione, resilienza e visione globale.

Molti adulti di successo hanno raccontato di aver vissuto difficoltà scolastiche: imprenditori, artisti, innovatori. Non perché la fatica sia un vantaggio in sé, ma perché imparare presto a sentirsi “fuori posto” può sviluppare adattabilità, determinazione e pensiero autonomo.

Il problema non è il bambino. È il contesto che interpreta la differenza come errore. Quando un sistema educativo privilegia l’obbedienza alla curiosità e la ripetizione alla comprensione, rischia di trasformare un punto di forza in un problema.

Forse la domanda non è: “Perché questo bambino non si adatta alla scuola?”
Ma piuttosto: “Come può la scuola adattarsi alla varietà straordinaria delle menti umane?”

Perché un cervello brillante non sempre brilla dove tutti si aspettano. A volte ha solo bisogno di uno spazio diverso per farlo.

Riflettiamo!!

30/01/2026
10/11/2025
Aggiungerei: " Di gente sempre con il telefonino in mano"
23/06/2025

Aggiungerei: " Di gente sempre con il telefonino in mano"

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