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Officina Penelope scuola di scrittura creativa per tutte le età Scuola di Scrittura creativa per adulti, over 65, e bambini dal mio progetto "Il sogno di Pinocchio"

22/12/2025

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22/12/2025

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I post di Bottega di narrazione - scuola di scrittura creativa di Mozzi sono lezioni vere e proprie
23/11/2025

I post di Bottega di narrazione - scuola di scrittura creativa di Mozzi sono lezioni vere e proprie

DIECI SISTEMI SICURI PER SCRIVERE UN INCIPIT COME SI DEVE, CHE ACCHIAPPI IL LETTORE E LO COSTRINGA A PROSEGUIRE LA LETTURA

1.
Una narrazione è una sequenza di scene che raccontano eventi connessi tra loro da legami di causa ed effetto. Quindi un buon incipit deve (a) contenere un evento, e/o (b) presentarlo come gravido di effetti o come conseguenza di misteriose cause.

«Dopo aver accoltellato il marito la dottoressa Arguti uscì di casa per andare in ambulatorio».

È ovvio che non c’è nessuna connessione di causa o di effetto tra l’accoltellamento del marito e l’uscita di casa della dottoressa Arguti. Ma è altrettanto ovvio che qualunque lettore – è un automatismo della mente umana, fidatevi – tenterà di trovarla. E quindi abbiamo un evento che è conseguenza di qualcosa (per ca**tà: non di un’improvvisa follia della dottoressa Arguti – la follia e i «raptus» sono sempre spiegazioni fasulle, proprio perché fanno compiere azioni senza cause e motivazioni – ma una serie di situazioni ed eventi al termine dei quali la Arguti avrà deciso, secondo una propria logica, non necessariamente condivisibile, che era per lei opportuno ammazzare il marito) ed è gravido di effetti (di norma, per esempio, non si uccide impunemente). Non sarà un grande incipit (nessuno degli esempi che proporrò come esempi qui è stratosferico, sia chiaro) ma ha una sua efficacia.

2.
Un evento è qualcosa che accade in un determinato luogo, tra determinate persone, in un determinato momento. Quindi un buon incipit deve (a) contenere un evento, (b) collocarlo in un luogo e in un momento precisi, (c) farlo avvenire tra determinate persone.

«Il 31 ottobre 2019 la dottoressa Arguti accoltellò il marito».

Questo non è malaccio, ma si può fare qualcosa di diverso e forse qualcosa di meglio.

«La dottoressa Arguti accoltellò il marito il 31 ottobre 2019, alle sette e un quarto di mattina».

Che differenza c’è tra i due incipit? Facile: il primo presenta l’accoltellamento come qualcosa che avviene in un momento indeterminato della giornata, il secondo lo presenta come qualcosa che avviene in un determinato momento nella giornata (con tutte le sue routine ec.) della della dottoressa Arguti. È più vicino al personaggio, per così dire.

«La dottoressa Arguti accoltellò il marito il 31 ottobre 2019, alle sette e mezzo di mattina, in salotto».

O:

«La dottoressa Arguti accoltellò il marito in salotto il 31 ottobre 2019, alle sette e mezzo di mattina».

Ci sono lievi differenze. A seconda che inseriamo prima o dopo «in salotto» diamo alla determinazione del luogo un valore e un significato diverso. Se «in salotto» viene prima della data, allora il fatto che l’accoltellamento avvenga in salotto è meno rilevante della data; se «in salotto» viene dopo la data, allora il fatto che l’accoltellamento avvenga in salotto è più rilevante della data.

«Il 31 ottobre 2019, in salotto, alle sette e mezza di mattina, la dottoressa Arguti accoltellò il marito».

Qui mi sembra che i dettagli spaziotemporali perdano di peso, rispetto al fatto in sé dell’accoltellamento; e, nel contempo: sono disposti più per formare uno scenario che per sembrare rilevanti per la storia.

Un altro modo:

«Era il 31 ottobre del 2019, quando la dottoressa Arguti accoltellò il marito».

Oppure:

«Fu alle sette e mezza di mattina del 31 ottobre del 2019 che la dottoressa Arguti accoltellò il marito».

Qui c’è una sorta di epicizzazione, di allontanamento dell’evento. La data, quindi la collocazione dell’evento nel flusso del tempo, diventa quasi più importante di ciò che in quella data accade. Ci aspetteremmo un séguito del tipo: «Si erano sposati il 7 aprile dell’anno precedente». Proviamo:

«Era il 31 ottobre del 2019, quando la dottoressa Arguti accoltellò il marito. Si erano sposati il 7 aprile dell’anno precedente. Lei lo aveva sempre odiato».

Oppure:

«Fu alle sette e mezza di mattina del 31 ottobre del 2019 che la dottoressa Arguti accoltellò il marito. Si erano sposati il 7 aprile dell’anno precedente, alle quattro del pomeriggio. Lei lo aveva sempre odiato».

Vedete come gli orari prendono importanza? Naturalmente bisognerà che poi, nella narrazione, essi producano qualcosa; prendano un significato; generino delle conseguenze. (Oppure la vostra è una narrazione ironica, in cui vengono forniti appositamente, e magari con enfasi, dettagli di nessuna importanza narrativa: sta a voi la scelta – di raccontare in un modo o in un altro, e anche di quale lettore desiderare).

Ovviamente qui si aprono una quantità di domande su perché e percome la dottoressa abbia sposato un uomo che non ha mai amato, e che anzi ha sempre odiato (ma: da quando si conoscono? hanno avuto un fidanzamento breve o lungo? qualcuno ha esercitato pressioni sulla dottoressa Arguti perché sposasse quell’uomo? c’erano delle ragioni di interesse? eccetera).

Naturalmente, dopo questo incipit, non è tanto la storia dell’accoltellamento che ci aspettiamo: ma la storia di questo non felicissimo matrimonio.

Ah: lo so che il 31 ottobre non esiste. Questi sono solo degli esempi.

3.
Una storia è tanto più appassionante quanto più è ricca, fin dal principio, di dettagli significativi. Naturalmente c’è tutto il solito gioco, per cui i dettagli messi sotto gli occhi del lettore, e apparentemente significativi, possono essere dei depistaggi: e così via. Facciamo un esempio:

«Il 31 ottobre 2019 la dottoressa Arguti uccise il marito con un trinciapollo».

Ho scritto «uccise» e non «accoltellò» per il semplice fatto che un trinciapollo non è un coltello, e perché non me la sono sentita di scrivere:

«Il 31 ottobre 2019 la dottoressa Arguti trinciapollò il marito».

Non che non si possa fare. Ma naturalmente un incipit del genere presuppone un testo più del genere di «Chico P**a spara tre volte» o «Ti faccio un occhio nero e un occhio blu» (entrambi del compianto Carletto Manzoni – no, non era parente di Alessandro) che un romanzo serio. Magari degli aspetti di registro dell’incipit, però, parliamo un’altra volta. Intanto torniamo all’esempio precedente.

«Il 31 ottobre 2019 la dottoressa Arguti uccise il marito con un trinciapollo. La scelta dell’arma non fu casuale, né la decisione fu affrettata».

Qui avviene uno spostamento: l’importante non è che il poveruomo sia stata accoppato, l’importante è perché la dottoressa Arguti abbia scelto di accopparlo con un trinciapollo anziché, per esempio, con un bisturi o infilandogli nel gargarozzo una mazza da golf. Ciò che può seguire a questo incipit è una divagazione di due, tre, quattro, fors’anche cinquanta pagine, che arrivi a far capire perché il marito della dottoressa Arguti non poteva che essere accoppato con un trinciapollo, e dopo lunga riflessione.

4.
No, non ci ne stavamo dimenticando dell’ambientazione. Tra un omicidio in camera da letto e uno sotto la doccia, uno in cucina e uno nello sgabuzzino, eccetera, di differenze ce ne corrono.

«Il 31 ottobre, alle sette e mezza di mattina, la dottoressa Arguti accoltellò il marito nel salotto. “Dovrò far lavare la moquette”, pensò mentre usciva di casa per andare in ufficio».

A parte il fin troppo evidente riferimento a «Breaking Bad» e a «Better Call Saul», dove la ripulitura del pavimento dopo un omicidio è un tormentone (per tacere di «Pulp Fiction»), la presenza della moquette in salotto è un chiaro indicatore della condizione socioeconomica della dottoressa Arguti e del suo compianto marito. Ma l’ambientazione può prestarsi anche a scopi più simbolici:

«Il 31 ottobre 2019, alle sette e mezza di mattina, mentre il fiume rompeva l’argine e l’acqua invadeva le strade, i garage, le cantine e i pianoterra del quartiere, la dottoressa Arguti accoltellò il marito. Le urla del poveretto si confusero con quelle della popolazione in fuga».

Qui abbiamo uno zoom: vediamo il fiume rompere gli argini, l’acqua invadere questo e quello, la gente fuggire urlando, e finalmente – seguendo la traccia, forse, di un urlare diverso – entriamo con la macchina da presa, attraverso una finestra, nella casa dei nostri coniugi: e vediamo la dottoressa Arguti assestare al marito il colpo decisivo e, finalmente, zittirlo. Non è detto che la dottoressa Arguti sia la protagonista della storia (chissà quanti altri eventi sono accaduti, lì tra la folla in fuga – o tra chi eroicamente ha deciso di restare a casa, ec.). Può darsi che protagonista sia la piena.

5.
Naturalmente non un evento, ma un complesso di eventi. È chiaro che, negli esempi qui sopra riportati, i personaggi sono due: la dottoressa Arguti e il suo compianto marito. Ma è anche chiaro che, nel romanzo che segue, il protagonista sarà lei, la dottoressa. Se l’incipit invece fosse:

«Il marito della dottoressa Arguti fu ucciso dalla moglie il 31 ottobre 2019, nell’istante preciso in cui il fiume poco distante rompeva l’argine»,

allora ci aspetteremo la storia (in retrospettiva, s’intende) del marito. Se l’incipit fosse

«Il marito della dottoressa Arguti fu ucciso dalla moglie il 31 ottobre 2019, con un trinciapollo»,

tenderemmo senz’altro ad attribuire la scelta dell’arma a una qualche ragione legata all’uomo più che a una qualche ragione legata alla dottoressa. Ancora di più:

«Il marito della dottoressa Arguti fu ucciso dalla moglie – ovviamente con un trinciapollo – il 31 ottobre 2019»,

o

«Il marito della dottoressa Arguti fu ucciso dalla moglie il 31 ottobre 2019, nell’istante preciso in cui il fiume poco distante rompeva l’argine. I due abitavano al piano terra. L’arma del delitto – un trinciapollo, come stabilì la perizia del medico legale – non fu mai trovata».

Qui tutta una serie di cose si mette in moto (e nella mota, possiamo aggiungere).

6.
Un incipit con più storie è possibile. Facciamo subito l’esempio:

«Il 31 ottobre del 2019, alle sette e mezza di mattina, la dottoressa Arguti accoltellò il marito; la signora Sormani, impiegata in pensione, si rese conto di aver vinto alcuni milioni di euro all’Enalotto – esattamente quanti, non le fu subito ben chiaro –; e il neosposo Giovanni Francavilla eiaculò senza alcuna precauzione nella va**na della neosposa Marina Falco».

È chiaro che il lettore si aspetterà non tanto delle storie singole, quanto un intreccio di queste tre storie. Che relazione ci sono, o ci sono state, tra la dottoressa Arguti, il marito di lei, i due neosposi, la signora Sormani? Vi sono delle relazioni di causa e/o di effetto tra i tre eventi presentati? Certo, si potrebbe provare a turlupinare il lettore:

«Il 31 ottobre del 2019, alle sette e un quarto di mattina, la dottoressa Arguti accoltellò il marito, la signora Sormani si rese conto di aver vinto alcuni milioni di euro all’Enalotto – esattamente quanti, non le fu subito ben chiaro –, e il neosposo Giovanni Francavilla eiaculò senza alcuna precauzione nella va**na della neosposa Marina Falco. Ma questo non ha alcuna importanza. La cosa importante è che, nel medesimo istante in cui nel mondo dei fenomeni avvenivano questi eventi, Gregoria Benati, studentessa di filosofia fuori sede, ancora immersa nel dormiveglia, sperimentò per la prima volta l’intuizione trascendentale».

Qui le possibilità sono due: o le storie dei nostri due coniugi e dei loro vicini effettivamente torneranno, e si incastreranno con quella della studentessa Benati, oppure spariranno e sulla scena resterà la sola Benati. Nel secondo caso, la vedo dura. Ma ciò non significa che non possa andar bene: è solo un po’ più difficile.

Vi siete accorti che ho cambiato la punteggiatura? Se devo presentare tre eventi distinti, che diventeranno poi i pilastri della mia storia, li separo ben bene con un punto e virgola; se devo solo accumunare eventi di contesto, invece, che poi spariranno dalla storia per lasciare spazio a Gregoria Benati e alle sue intuizioni, vado più di corsa: e metto solo delle virgole.

7.
Ma: si possono fare degli incipit atmosferici? La risposta è: naturalmente sì, e non solo perché tale è l’incipit più famoso al mondo:

«Era una notte buia e tempestosa»:

il problema, negli incipit atmosferici, è quello della convenzionalità. La notte buia e tempestosa di Snoopy (Charles M. Schulz trasse la battuta, nell’originale «It was a dark and stormy night», da un romanzo di Edward Bulwer-Lytton – inventore anche, dice Wikipedia, del luogo comune «The pen is mightier than the sword», ossia «La penna è più potente della spada») non è una notte reale, così come non è reale la notte «dolce e chiara e senza vento» di Leopardi. E quando si adopera una convenzione, bisogna scommettere sulla condivisione della convenzione stessa. L’incipit snoopiano ormai fa solo sorridere; l’incipit leopardiano fatica a non suonarci ormai stucchevole; e così via. Quindi: provateci, se volete; ma con cautela.

8.
Si può fare un incipit con una battuta di dialogo? Certamente:

«“Con un trinciapollo, signore. Il medico legale dice che l’ha ucciso con un trinciapollo”».

Dove è da notare che la battuta non è una prima battuta, ma è già una risposta. Siamo, insomma, come si usa dire, in medias res. Una battuta che non sia, o che sia meno evidentemente una risposta, è meno efficace:

«“Il medico legale dice che l’ha ucciso con un trinciapollo. Lo stiamo cercando”».

Si può anche articolare di più:

«“Con un trinciapollo, signore. Il medico legale dice che l’ha ucciso con un trinciapollo”.
“Lo avete trovato?”.
“Non ancora”».

Una scelta possibile è cominciare non con una battuta, ma con un vero e proprio dialogo: al quale si può affidare la presentazione di tutta la scena.

«“Con un trinciapollo, signore. Il medico legale dice che l’ha ucciso con un trinciapollo”.
“Un trinciapollo, santi numi. L’avete trovato?”.
“Non ancora. Potrebbe averlo portato con sé, e gettato da qualche parte. Nel qual caso…”.
“…con tutto questo fango, non lo troveremo mai. Quanti colpi?”.
“Ventidue. Il medico dice che ci ha messo un po’. Ha colpito abbastanza a caso”.
“Eppure era un medico, no?”.
“Internista”.
“Bah. I vicini?”.
“Troppo occupati a tagliare la corda per accorgersi di alcunché. Il fiume ha rotto l’argine più o meno in quel momento”.
“Quindi nessuno l’ha vista uscire”.
“Nessuno. I due sposini che abitano di fronte, al secondo piano, stavano facendo l’amore. Erano così presi che non si sono nemmeno accorti dell’alluvione”.
“Non hanno neanche guardato fuori dalla finestra, immagino”.
“Appunto. E quanto alla Francavilla, che dalla finestra sua ci vede proprio dentro, nel salotto di questi qui, è ancora in stato confusionale”.
“Per l’alluvione? O per quello che ha visto?”.
“Ha vinto un sacco di milioni all’Enalotto. Se ne è accorta stamattina, da quel che ci ha detto. Ma è così agitata che non ha nemmeno capito quanti”.
“State attenti che non perda la schedina. Il dottor Fossi ha dato un’occhiata anche a lei?”.
“Le ha dato del Lexotan”.
“Abbiamo un’unica possibile testimone, e rischiamo che ci faccia un colpo”».

Vabbè, proprio non è gran che, ma era tanto per dare l’idea.

9.
Si può fare un incipit cosmico? Il più celebre, citatissimo, e che dunque citeremo anche noi, è quello dell’«Uomo senza qualità» di Robert Musil:

«Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913».

È da notare che a un cotale incipit segue un romanzo di più di mille pagine (incompiuto, peraltro). Si può dire: a incipit fulminante, romanzo breve; a incipit disteso, romanzo lungo.

10.
L’incipit può anche annunciare, anziché raccontare. Si ottiene così un effetto di sospensione:

«Erano le sette e un quarto di mattina e la dottoressa Arguti non si era ancora decisa ad accoltellare il marito. Aveva scelto accuratamente il giorno – il 31 ottobre, quel 31 ottobre – lo strumento – il trinciapollo – e il luogo – il salotto, con quell’orribile moquette sul pavimento, che poi sarebbe stato necessario lavare: ma aveva già i prodotti -; e quindi quel che c’era da fare, ormai, non era altro che agire».

Con un po’ di abilità, si potrebbe mantenere la sospensione fino alla fine del romanzo: ovvero, il romanzo – la storia di quella disgraziata coppia, presumo – potrebbe essere tutto compreso, o compresso, a forza di flashback e simili, in quei pochi istanti o minuti nel quale la dottoressa Arguti, quell’eterna indecisa, cerca il coraggio e l’occasione per far fuori il marito.

Ma qui mi fermo, perché ho scritto più di sedicimila battute.

«Non più, non più, signor, di questo canto:
ch’io son già rauco, e vo’ posare alquanto»,

dice Ludovico Ariosto alla fine del ventitreesimo canto dell’«Orlando furioso» – non il più lungo, in veritò, ma uno dei più concitati. E non vedo perché, a questo punto, non dovrei riposare un poco anch’io.

(Questa tipologia in dieci punti, sia chiaro, non è esaustiva. Ma era tanto per dare un’idea).

Qui sotto: l’arma del delitto.

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23/11/2025

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