Istituto G. Carducci

Istituto G. Carducci La scuola che chiama per Nome. www.carducciscuola.it 0577- 249814 [email protected] L’azione educativa dell’Istituto G.

Carducci, intesa come promozione integrale delle persona, ha come obiettivo lo sviluppo dell’alunno e la formazione di una personalità matura e responsabile.

12/09/2021
Primo giorno di scuolaCome mi immagino l’imminente prima campanella dell’anno? Così: «Dall’interno degli involucri uscir...
12/09/2021

Primo giorno di scuola

Come mi immagino l’imminente prima campanella dell’anno? Così: «Dall’interno degli involucri uscirono libri nuovi e fragranti, zeppi delle letture più incredibili, uno su specie animali sconosciute, l’altro su popoli diversi e re defunti, il terzo su paesi esotici, il quarto sulla magia dei numeri».
Queste righe tratte da un libro che ho letto quest’estate, Gente indipendente del Nobel Haldór Laxness, descrivono il momento gioioso in cui, in una sperduta fattoria islandese a inizio ‘900, sul far di una sera gelida arriva un maestro. I figli del pastore reagiscono voracemente alle meraviglie a loro ignote, ma: «Ebbero il permesso di toccare appena ciascun libro, solo con i polpastrelli, la letteratura non tollera dita sporche, prima bisognava rivestire ogni volume. Non si potevano guardare le figure tutte in una volta, solo una per libro, per esempio la figura della città di Roma, grande come la montagna sopra il casale, e della giraffa, che ha un collo così lungo che la testa le uscirebbe dal comignolo. E guarda un po’ la sera all’improvviso era trascorsa; nessuna sera era mai trascorsa così in fretta... e loro avrebbero voluto porgli cento domande».
Le parole luminose e calde di Laxness in una storia piuttosto oscura e gelida mi hanno fatto pensare al primo giorno di scuola, quello in cui accendere la luce che muove a conoscere: lo stupore.
Sentimento raro nella nostra vita quotidiana, barattato con rapide emozioni esplosive (shock) da cui si differenzia proprio perché non si esaurisce subito e non rende passivi, ma spinge ad andare oltre. A uscire di prigione. Quale?
Gli studenti associano spesso l’inizio della scuola a sentimenti di noia e paura, esiziali per l’apprendimento, che s’innesca invece solo grazie a stupore e curiosità. Qualche anno fa ho letto di una bambina di prima elementare che fingendo di recarsi in bagno se ne tornò a casa. La motivazione? La noia, che è incompatibile con la curiosità, perché accende la mente solo ciò che la rallegra. Noi insegnanti possiamo, come il maestro islandese, raggiungere anime annoiate e infreddolite, per mostrare ciò che un giorno ci ha stupito (lettere, matematica, chimica, storia...) e aperto una via per conoscere noi stessi e il mondo.
Il primo giorno di scuola dobbiamo dare una picconata al muro che imprigiona i ragazzi in una vita piena di luci abbaglianti ma in cui non succede mai niente, e ci riusciremo se raccontiamo come quel muro è stato abbattuto in noi da numeri, cellule, rime... Per questo spero che non lo passeremo ad alimentare l’attuale ipocondria generale, ma lo stupore. Nella mia esperienza i ragazzi ti seguono ovunque se vedono che ciò che racconti ti ha cambiato la vita, che il fine per cui studiare sono loro e non solo l’interrogazione, che conoscere qualcosa li renderà più liberi e felici, perché proprio quel qualcosa ha reso più liberi e felici noi. Così accade, ciascuno a suo modo, ai ragazzi del casale islandese: «C’è un animale nuovo ogni giorno, e un nuovo paese, e quei piccoli numeri che sembrano non significar nulla, eppure sono investiti di una vita e di un valore proprio, e si possono sommare o sottrarre a volontà. E infine la poesia che è più alta di tutti i paesi... Mentre il piccolo Gvendur si accontenta di meditare sugli animali che stanno più in alto delle pecore, o fa tentativi per moltiplicare gli agnelli per le pecore e sottrarre le assi del soffitto dalle doghe del pavimento, il piccolo Nonni pensa ininterrottamente ai suoi paesi, sentendo per la prima volta la certezza della loro esistenza reale, e non solo in quanto vaniloquio di persone buone che vogliano confortare i bambini. Ma Ásta Sóllilja, è lei che si libra sulle ali della poesia, e l’anima della ragazza trova qui per la prima volta la propria origine e il proprio lignaggio; felicità, destino, dolore, comprendeva tutto; e molto altro».
Ciascuno trova se stesso attraverso ciò che più lo stupisce: numeri, paesi, poesie... tutti indizi della chiamata al futuro.
Allo stesso modo il primo giorno di scuola è il momento di portare in classe non i nostri «umori» ma i nostri «amori», infatti il nostro stupore fa provare ai ragazzi un dolore buono, una mancanza che sollecita la miglior manifestazione del desiderio di una vita più profonda: domandare.
Raccontate «la cosa» che amate di più, anche se non è in programma, spiegate perché vi ha cambiato e le avete dedicato tanti sforzi: riceverete «le domande», che sono il punto di incontro tra ciò che loro non hanno mai visto (quello che insegniamo) e ciò che noi non abbiamo mai visto (il loro futuro).
Quel giorno sarà «primo» solo se la «gente» intuirà di poter essere, come nel titolo del romanzo, «indipendente», soprattutto chi, per ignoranza di sé e del mondo, è prigioniero di una vita senza senso, senza gioia e senza nome.
Liberiamoli con ciò che ci ha reso liberi.
Buon inizio a tutti.

(di Alessandro D’Avenia)

Buone feste a tutti!Il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, d...
24/12/2020

Buone feste a tutti!

Il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci.

[Pier Paolo Pasolini]

Spingiti là,dove si fermano tutti,oltre le apparenze.È sempre una questione di dettagli, quelli che noti dove gli altri ...
19/12/2020

Spingiti là,
dove si fermano tutti,
oltre le apparenze.
È sempre una questione di dettagli, quelli che noti dove gli altri passano dritti.

[Vincenzo Cannova]

“Nel corso di una vita, avere avuto un professore piuttosto che un altro, un maestro piuttosto che un altro può fare una...
19/12/2020

“Nel corso di una vita, avere avuto un professore piuttosto che un altro, un maestro piuttosto che un altro può fare una grande differenza. E la può fare soprattutto per i fragili, per i deboli, per quelli che non hanno alle spalle qualcuno in grado di sostenerli.
Che cos’è l’insegnamento infatti, se non un improvviso «vedersi» tra esseri umani? Il più grande vede il più piccolo e intuisce quale sia la strada da indicargli per permettergli di sviluppare la parte migliore di sé.
Un insegnante che ama il suo lavoro ha un compito molto importante: quello di trasmettere la sua passione. Può decidere di esporre il programma pedissequamente o può, percorrendo vie insolite, riuscire ad accendere di luce lo sguardo di chi lo sta ascoltando, ad aprire una piccola porta nella sua mente, e forse anche nel suo cuore, permettendo a quel ragazzo o a quella ragazza, un giorno, di salvarsi. Insegnare nozioni o suscitare passioni, è questo il grande discrimine. Accontentarsi di far ripetere a pappagallo le pagine dei libri di testo o far capire, invece, che lo studio della letteratura non è una scatola piena di dettagli noiosi ma qualcosa che parla alla profondità della nostra inquietudine e alle domande che ne scaturiscono. Letteratura come natura morta o letteratura come parte irrinunciabile della nostra vita.”

[“Alzare lo sguardo” di Susanna Tamaro]

Non c'è alcuna tecnica che possa compensare un'eventuale "assenza di presenza". Al di là di ciò che si dice, conta da do...
13/12/2020

Non c'è alcuna tecnica che possa compensare un'eventuale "assenza di presenza".
Al di là di ciò che si dice, conta da dove trae forza qualsiasi parola.
La presenza è uno stile di vita.
Solo se si è qui con pienezza e non altrove, è possibile evocare con forza altri luoghi.

(Massimo Recalcati - da "Per un'erotica dell'insegnamento")

Insegnare, dall'etimo della parola, è lasciare un segno e il segno decisivo che lascia l'insegnante è l'amore per il sap...
07/12/2020

Insegnare, dall'etimo della parola, è lasciare un segno e il segno decisivo che lascia l'insegnante è l'amore per il sapere.

[Massimo Recalcati]

"Io vi ho dato gli strumenti per pensare con la vostra testa e ho anche indicato la strada su cui camminare, dovete sgra...
07/12/2020

"Io vi ho dato gli strumenti per pensare con la vostra testa e ho anche indicato la strada su cui camminare, dovete sgranare gli occhi sul mondo che vi circonda e dire e fare da soli".

[Don Lorenzo Milani]

Il fatto che oggi si parli di 'didattica da remoto' è interessante. 'Remoto' è una parola che viene da 'rimuovere', quin...
21/11/2020

Il fatto che oggi si parli di 'didattica da remoto' è interessante. 'Remoto' è una parola che viene da 'rimuovere', quindi in qualche maniera uno dei due poli della relazione viene costantemente rimosso, se non tutti e due. Come si fa a scavalcare questa rimozione? Tutto sta a capire se la relazione fra discepolo e maestro era viva prima che si entrasse in questa dinamica. Allora io vedo maestri che inventano modi di utilizzare il digitale per tenere alto il livello della relazione. Se il digitale determina la morte della relazione vuol dire che la relazione era moribonda già prima.

[A. D'Avenia]

La scuola deve essere un luogo dove si impara la vita...
31/10/2020

La scuola deve essere un luogo dove si impara la vita...

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce...
14/09/2020

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nascono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, fa violenza al suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Nella crisi emerge il meglio di ognuno». Il primo giorno di scuola scrivo alla lavagna le parole che vorrei illuminassero l’anno da inaugurare e costringo i miei alunni a impararle a memoria, perché ricordino le coordinate della rotta in ogni istante della navigazione. Quest’anno ho scelto le parole di un fisico che amava studiare, ma non amava la scuola: Albert Einstein. Mi sembrano perfette per affrontare la paura che ci sta paralizzando e per trasformarla in una sfida. Le soluzioni fisiche non bastano mai, servono quelle metafisiche, perché l’epicentro dei terremoti esistenziali non è in superficie: o cambiamo visione del mondo o avremo sofferto invano. La vita si ribella a schemi e strutture che le imponiamo, soprattutto se, con il passare del tempo, questi schemi e queste strutture non sono più d’aiuto, anzi sono diventate una trappola. A scuola questo è ormai più che evidente.

Il dono che ci fanno le crisi è una rivelazione dolorosa: attraverso la ferita il tessuto della vita ci mostra come vuole essere curato e non più trascurato. Per questo c’è bisogno di mani accorte. «Crisi» è infatti un termine d’origine greca che, fin dall’Iliade, indicava il gesto di separare, nelle spighe, il grano dalla p**a: il primo darà pane, il secondo paglia. Un pensiero acritico, cioè privo di crisi, pasticcia tutto: non riconosce la differenza tra la p**a e il chicco, tra un banco e un ragazzo. Si parla da mesi dei banchi e del loro distanziamento, necessità risolvibili con un po’ di competenza e buon senso, invece questi discorsi hanno occupato, fino al ridicolo, tutto lo spazio che dovevamo impegnare a raccogliere il grano, che a scuola è ciò che siamo impegnati a far crescere: le vite di maestri e studenti.
[...] Ricordiamoci però che le regole servono a proteggere la vita, non bastano a dare la vita, che nasce e cresce con relazioni generative e qualità professionale. Una scuola ridotta a intrattenimento mattutino, contenitore asettico di vite, distributore di pillole per cervelli senza corpo e futuro, non è un vivaio di vocazioni ma di frustrazioni. «La scuola deve educare al pensiero critico»: lo avrete sentito dire sino alla nausea. Ma se «critico» non significa rendere capaci di trovare l’essenziale, la scuola educa solo al pensiero caotico e manipolabile.

Fino a nove anni Einstein anticipava sottovoce una frase prima di pronunciarla perché aveva gravi difficoltà espressive. Non parlava quasi per nulla e questo modo di essere «originale», che lo rendeva «strano» agli occhi degli insegnanti, lo portò a sviluppare un’immaginazione senza pari, il segreto delle sue scoperte: sin da bambino sognava di andare alla velocità della luce per scoprire come si vedesse il mondo. E con questo sogno, mai tradito, scoprì la relatività. Dopo la laurea si guadagnava da vivere in un noioso ufficio brevetti in cui, sbrigato il lavoro da fare, coltivava la sua vocazione alla fisica e così, a 25 anni, scrisse, proprio in quel polveroso ufficio, i quattro articoli che hanno cambiato la visione del mondo. Buona crisi a tutti, sperando non sia solo di nervi...

[A. D'Avenia]

Indirizzo

Via Banchi Di Sopra 31 " Galleria Odeon"
Siena
53100

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