22/08/2026
Che cosa c'entra una piccola ghiandaia ferita con l'educazione?
Apparentemente niente.
E invece oggi mi ha ricordato perché continuo a pensare che l'educazione sia politica.
Oggi, quasi per caso, ci siamo trovati davanti a una piccola ghiandaia ferita. Ci siamo fermati, abbiamo cercato aiuto e l'abbiamo affidata a chi si occupa di animali selvatici.
È ancora in degenza.
Aspettiamo, sperando che possa tornare libera.
Ma quello che mi porto a casa oggi é una frase letta sul cancello:
«Questo è un luogo di resilienza, di resistenza, di liberazione e di pace.
Questo luogo appartiene agli animali liberati.
In un mondo costruito sull'oppressione e lo sfruttamento, alla violenza noi opponiamo la compassione e all'indifferenza la solidarietà.»
L'educazione non accade soltanto nelle parole che rivolgiamo ai bambini.
Accade anche nel modo in cui scegliamo di stare nel mondo.
Perché educare significa scegliere.
Cosa consideriamo importante e a cosa decidiamo di non essere indifferenti.
Quale mondo vogliamo contribuire a costruire.
E allora educare è anche resistere.
Resistere all'idea che ciò che è più piccolo, fragile o indifeso possa valere meno.
Resistere all'abitudine di passare oltre.
Resistere alla violenza quando ci viene proposta come normalità.
E, forse, soprattutto, resistere all'indifferenza.
Anche ciò che mettiamo nel piatto è una scelta.
Anche il modo in cui parliamo a un bambino.
Anche il modo in cui scegliamo di stare nelle relazioni.
Non perché ogni scelta debba essere perfetta.
Ma perché sono le piccole scelte, ripetute ogni giorno, a costruire lentamente la cultura in cui viviamo.
Ed è qui che educazione e politica si incontrano: nelle grandi parole, certo, ma soprattutto nei piccoli gesti.
Forse è proprio questo che significa, per noi, fare educazione.
Scegliere da che parte stare, anche nelle cose piccole.
Perché è lì, nelle scelte quotidiane, che i nostri valori smettono di essere solo parole e diventano pratica.