29/07/2025
La cura diventa piena quando chi la riceve inizia a prendersi cura di sé stesso.
Quando passa dall’essere oggetto di intervento all’essere soggetto consapevole del proprio percorso.
LA RECIPROCITÀ DELLA CURA: EQUILIBRIO,PRESENZA E UMANIZZAZIONE
Oggi ho recuperato una lezione di un corso che sto frequentando, alla quale non avevo partecipato in presenza, con la Prof.ssa Iavarone.
Ci si confrontava a proposito di fragilità e cura e mi è venuta voglia di condividere con voi alcune riflessioni che a me hanno emozionato profondamente.
Si parla spesso di cura come essenzialità nel lavoro educativo, molto si riflette sulla cura donata ai bambini e alle bambine poco si riflette sulla reciprocità.
Nel lavoro educativo, la relazione di cura non può mai essere unidirezionale.
La Prof.ssa Iavarone nella sua lezione ha richiamato un principio essenziale che spesso, nei contesti educativi e sanitari, viene dimenticato: non si può avere cura autentica dell’altro se prima non si ha cura di sé.
La cura educativa richiede presenza, ma una presenza piena, fondata su un equilibrio personale che va coltivato nel tempo.
Educare, prendersi cura, accompagnare non significa annullarsi o sovraesporsi, ma sapersi mettere in gioco con lucidità, umanità e consapevolezza.
Chi educa deve avere il coraggio di interrogarsi, di sostare nella complessità e di ascoltare anche ciò che dentro di sé non ha ancora nome.
La relazione educativa è profondamente trasformativa.
È una relazione di rispecchiamento, in cui chi educa e chi è educato o educata si rivedono l’uno nell’altro, si riconoscono, si restituiscono dignità.
L’educatore o l’educatrice, per essere davvero tale, deve mettersi interamente in gioco, non tanto come modello da imitare quanto come presenza autentica che accoglie e si lascia modificare.
In questa prospettiva, la reciprocità è il cuore della relazione educativa: non si tratta solo di dare, ma anche di ricevere. Non si tratta di guidare, ma anche di lasciarsi interrogare.
Parlare di reciprocità della cura significa riconoscere che chi cura viene a sua volta curata o curato.
Ogni relazione educativa che funziona è sempre circolare: non c’è un soggetto forte e uno fragile, ma due esseri umani che si incontrano con le proprie risorse e i propri limiti.
Nel momento in cui l’educatore o l’educatrice offre spazio, ascolto e possibilità all’altro e all’altra, attiva anche un processo di trasformazione personale.
Accoglie la propria vulnerabilità, riconosce la propria umanità, si educa nel mentre educa.
In questa visione, la cura non è un intervento da erogare, ma una relazione da abitare. Una relazione che umanizza entrambi, che non utilizza ma trasforma, che non pretende risultati immediati ma libera senso e dignità.
Essere educatrici ed educatori significa scegliere di esserci davvero.
Significa fare spazio al dubbio, alla fragilità, al non detto.
Ma anche custodire una direzione interiore, un equilibrio che permetta di sostenere l’altro senza cadere nell’assorbimento o nel sacrificio sterile.
Educare è, prima di tutto, una scelta etica e relazionale.
Una forma di cura che non si esaurisce nel fare, ma si radica nell’essere.
Prendersi cura dell’altro e dell’altra non significa sostituirsi , ma accompagnare nel processo di diventare capace di prendersi cura di sé.
Questo è uno dei passaggi più delicati e profondi nella relazione educativa:
non trattenere, ma liberare.
Non rendere dipendente, ma accompagnare verso l’autonomia.
Quando mi prendo cura di te, ti sto insegnando con il mio esempio, con la mia presenza, con la mia fiducia, che anche tu puoi farlo per te stesso e per te stessa.
Che sei in grado di riconoscere i tuoi bisogni, ascoltarti, proteggerti, rimetterti in cammino.
La cura educativa, allora, non è solo gesto o servizio:
è alleanza, fiducia, delega progressiva di potere e responsabilità.
“Mi prendo cura di te per accompagnarti a prenderti cura di te.
Perché tu possa, un giorno, farlo da solo. Con forza. Con dignità. Con consapevolezza.”
In questo si compie il senso profondo della cura pedagogica:
non creare legami di dipendenza, ma nutrire legami che generano autonomia.
Questo approccio trova una risonanza importante anche nel pensiero di Donald Winnicott, psicoanalista e pediatra, che ha posto al centro delle sue riflessioni il ruolo della relazione nella crescita del bambino e della bambina.
Per Winnicott, non esiste sviluppo sano senza una base di cura affidabile e sufficientemente buona.
La famosa figura della “madre sufficientemente buona” rappresenta simbolicamente chi si prende cura senza invadere, chi offre contenimento senza sostituirsi, chi accompagna senza trattenere.
Nell’educazione, questo principio è cruciale:
prima si cura, poi si educa.
La cura viene prima: è terreno, è radice, è condizione.
L’educazione, se è autentica, non si costruisce su un vuoto relazionale, ma su un legame di fiducia e sicurezza.
Educare, allora, non è solo trasmettere competenze, ma generare fiducia nel proprio valore e nelle proprie possibilità.
E questa fiducia nasce nella cura: quando qualcuno si è preso cura di me, io posso iniziare a prendermi cura di me stesso.
E solo allora posso iniziare davvero a imparare, a scegliere, a diventare.
Nel lavoro educativo, prendersi cura dell’altro e dell’altra è un gesto necessario, ma non sufficiente.
C’è un rischio implicito nella cura: quello di sostituirsi, di fare al posto dell’altro, di riempire spazi che l’altro dovrebbe poter abitare autonomamente.
La vera cura, quella che ha una valenza trasformativa e non semplicemente assistenziale, non trattiene, ma restituisce.
È una cura che non si esaurisce nell’atto di accudire, ma si misura nella capacità di attivare l’altro: di renderlo soggetto delle proprie possibilità.
Educare, allora, non è semplicemente “fare per”, ma mettere l’altra e l’altro nelle condizioni di fare da sé.
È aiutare a riscoprire il proprio valore, le proprie risorse, la fiducia nella possibilità di auto‑curarsi, di autodeterminarsi.
La cura diventa piena quando chi la riceve inizia a prendersi cura di sé stesso.
Quando passa dall’essere oggetto di intervento all’essere soggetto consapevole del proprio percorso.
In questo senso, cura ed educazione non sono due momenti separati, ma due facce della stessa intenzionalità relazionale.
Mi prendo cura di te per educarti.
Ti accompagno per lasciarti andare.
Ti sostengo oggi perché tu possa, domani, sostenerti da solo o da sola.
Questa è la sfida profonda di ogni pedagogia autentica:
non trattenere, ma liberare.
Non creare dipendenza, ma generare autonomia.
Nel pensare alla cura in ambito educativo, siamo spesso portati a immaginarla come un gesto unilaterale: chi sa si prende cura di chi non sa, chi è forte sostiene chi è fragile.
Ma questa rappresentazione è solo una parte della verità. Una parte che, se non superata, rischia di bloccare il processo educativo in una dinamica di dipendenza.
La cura autentica, quella che genera trasformazione, non è solo un atto di dono, ma un atto che chiama l’altro all’azione.
La relazione educativa, allora, si basa su un ribaltamento di ruolo:
chi apparentemente riceve, in realtà partecipa attivamente,
chi si affida, inizia gradualmente a riappropriarsi del proprio potere,
chi è oggetto di cura diventa, a sua volta, soggetto capace di cura verso di sé, verso gli altri, verso il mondo.
È in questo passaggio che la cura si fa pedagogia:
non solo contenimento, ma attivazione.
Non solo protezione, ma responsabilizzazione.
Non solo un “mi prendo cura di te”, ma un “ti accompagno a prenderti cura di te stesso”.
Questo è il cuore della reciprocità:
non ti tratto come fragile da proteggere, ma come soggetto capace da far emergere.
In questa prospettiva, il destinatario della cura non è più passivo.
Diventa agente del proprio percorso, co‑costruttore del legame educativo, e, a sua volta, fonte di cura per chi lo accompagna.
È un movimento circolare e generativo, che restituisce dignità, rompe la logica dell’assistenzialismo e apre alla possibilità di una relazione trasformativa in cui entrambe le parti cambiano, crescono, si educano a vicenda.
Mi prendo cura di te per renderti libero, per renderti libera . E mentre ti curo, anche tu, con la tua presenza, con la tua storia curi me.
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