04/09/2026
VERITÀ NELL'OMBRA NEGATA:
La formazione a metà non forma tecnici.
Forma mezzi tecnici illusi di essere nel giusto perché qualche cattivo maestro ha spiegato loro che si fa solo così.
"Una subliminale censura...così da condizionare, attraverso un invisibile tabù", altrimenti potrebbe essere sconveniente.
E per puro dogma, sempre piu spesso, questi nuovi giovani (e meno giovani) diventano paladini di mezze verità o di grandi bugie.
Che poi trasmetteranno ad altri, siano essi semplici binomi/futuri clienti, e sopratutto un domani a loro volta come formatori.
È un circolo vizioso. Un loop che ci accompagna da anni.
In cui ad ogni passaggio si perde un pezzo. Una parte di conoscenza. Di memoria.
Ed è così che capita sempre più spesso di notare, anche tra tecnici con cui collaboriamo, un pudore strano. Dei tabù. Un imbarazzo.
Come se certe pronunciare certe parole, certe tecniche, certi strumenti forse quasi disdicevole.
Come se nominare un metodo sbagliato, uno strumento controverso, un approccio che oggi condanniamo, fosse di per sé una colpa.
Basta provare a spiegare per differenza “questo è corretto perché quell’altro non lo è” e si percepisce la reticenza (in certi casi poi..con una marcata, totale, assoluta disconoscienza). Quasi la paura di passare per poco evoluti o per nostalgici.
Non è prudenza.
È impreparazione travestita da sensibilità.
Un tecnico che non riesce a pronunciare, analizzare, discutere apertamente l’errore, non è un tecnico più etico. È un tecnico che conosce solo metà del proprio mestiere (anche meno).
E se ne accorgerà, spesso troppo tardi, davanti al primo caso complesso. Quello per il quale nessuno lo ha mai preparato.
Perché raccontare solo il lato virtuoso della materia significa raccontare una mezza verità.
E una mezza verità, in un mestiere che lavora su esseri viventi, senzienti, capaci di soffrire, è pericolosa quanto una bugia intera.
E sia chiaro: non sto parlando di corsi base.
Nei corsi base è giusto, anzi doveroso, mantenere un linguaggio semplice, chiaro, costruito sul rinforzo positivo e sulla canalizzazione delle doti naturali ecc ecc. Chi inizia non ha bisogno di ombre. Ha bisogno di basi semplici, chiare, solide, in cui non ci siano interpretazioni che possono essere distorte e applicate volontariamente o involontariamente sul cane. In primis deve ve**re il benessere psicofisico.
Sto parlando di percorsi avanzati. Di alta formazione.
Di tecnici che dovranno affrontare soggetti complessi, problematici, situazioni degenerate, proprietari già segnati da altre esperienze.
Per loro, non mostrare anche il lato sbagliato, estremo, negativo (quello che esiste e va riconosciuto per poterlo condannare) significa mandarli sul campo disarmati.
Non è un’idea nuova.
In diritto nessuno studia solo i contratti ben fatti. Si studia anche il codice penale, il reato, la sanzione. Non per imparare a delinquere, ma per comprendere davvero il perimetro del lecito, e difenderlo.
Capire oggi come è perche questo avvenga, o possa esser cambiato nel corso del tempo, è fondamentale.
Chi studia il Vangelo non incontra solo il miracolo. Incontra anche la tentazione, la caduta, il male. Altrimenti sarebbe una fede a metà.
La formazione cinotecnica di alto livello non fa eccezione.
Oggi, nella comunicazione dominante, sembra esistere solo una scala che va solo da zero a cento. Più rinforzo, più positività.
Sotto lo zero, apparentemente, non c’è più niente. Viene ignorato e nascosto come polvere sotto il tappeto.
Ma quel sottozero esiste.
Esiste nei soggetti che arrivano sui nostri campi già danneggiati.
Esiste nei proprietari che portano convinzioni distorte, ereditate da altre mani, da altri consigli, da altre epoche mai davvero superate.
Fingere che non esista non è modernità. È rimozione.
E la rimozione non protegge nessuno. Né il tecnico, né tantomeno il cane.
Un tecnico che non ha mai visto e sezionato con occhio critico un metodo dannoso, non saprà mai spiegare con competenza a un cliente perché il suo cane è arrivato in quello stato.
Potrà solo dire “non si fa così”, senza reggere alla domanda più semplice: “perché no?”.
Conoscere non significa legittimare.
Significa avere gli strumenti per smontare, con precisione tecnica, le convinzioni sbagliate.
Per questo a volte ha senso tornare a vecchi racconti, filmati, libri, interviste, tecniche del passato. Non per nostalgia. Non per legittimare ciò che oggi sappiamo essere sbagliato.
Ma perché confrontando il prima e il dopo si coglie il senso reale dell’evoluzione.
Quel materiale va trattato come un caso da analizzare, non come un tutorial da imitare. Si mostra, si commenta con rigore e (punto essenziale) si verifica che l’allievo abbia compreso il principio. Non solo osservato la tecnica.
E qui..le carenze di anamnesi e quelle tecnico-pratiche emergono in modo IMPORTANTE.
Tanta troppa teoria, spesso solo teorica e inapplicabile, in soggetti molto differenti tra loro, dove in presa diretta, dove non c'è spazio per l'improvvisazione e l'errore.
Chi ha attraversato di persona questa evoluzione, dagli albori fino all’alta specializzazione di oggi, porta con sé una memoria che non si trova nei manuali.
Sono diversi i professionisti, in Italia e altrove, che hanno vissuto questo percorso per intero, spesso a caro prezzo, quando gli standard erano molto più duri, chiusi e rigidi di oggi, superandoli, sapendo interpretare e crescere fino ai modelli più virtuosi che l'ambito oggi offre.
È una memoria preziosa, che oggi rischia di essere silenziata da quel finto buonismo mediatico. Chi porta quell’esperienza spesso preferisce non esporla per paura di essere frainteso e catalogato.
Ma va custodita e trasmessa. Non archiviata per timidezza.
C’è un modo tecnico, analitico e serio per farlo: si descrive il meccanismo, si analizza l’effetto osservabile (dove ancora visibile) sul cane, si costruisce sempre il confronto con l’alternativa corretta, evidenziandone i molteplici benefici.
È il concetto del codice penale applicato alla didattica: si descrive la fattispecie, la si inquadra, la si condanna nel merito.
Ma c’è un passo ulteriore che oggigiorno andrebbe evidenziato: smettere di avere paura di trattarlo.
Oggi domina un racconto che dipinge ogni percorso come lineare, indolore, risolvibile in tre lezioni da mostrare sui social.
Chi lavora davvero sa che non è così.
E sa che certe fasi, certi strumenti, certi momenti di gestione delle criticità, dei conflitti, se mostrati fuori contesto, rischiano di essere fraintesi.
Ma questo timore non può paralizzare la formazione degli addetti ai lavori.
Un tecnico solido non deve temere il giudizio di chi non conosce la materia. Deve saperlo reggere.
Il vero rischio non è la critica sterile di chi guarda da fuori.
È l’ignoranza tecnica di chi, per paura di quella critica, non ha mai imparato a distinguere un rischio reale da un pregiudizio infondato.
Non è un atto di coraggio mostrare solo la luce.
È la scelta più comoda. Quella che protegge chi insegna, ma lascia chi impara disarmato.
Il coraggio vero è formare tecnici capaci di reggere anche il buio. Di riconoscerlo, nominarlo, condannarlo con cognizione di causa.
Perché è lì, in quella zona grigia e scomoda che oggi si preferisce non nominare, che li aspetta il lavoro reale.
Solo così si formano esperti davvero qualificati e si risolvono problemi reali, creando quella vera Cultura Cinotecnica tanto cara a un certo tipo di Professionisti.
Il resto è gente mandata in giro formata a metà, frutto anche del grande Business che ruota attorno a certe facili e veloci, filosofie di lavoro/professionalizzazione.
P.S.
In Cinofilia, ci sarebbe da aprire un capitolo, su cosa sia oggi la formazione professionalizzante e il mercato degli attestati ecc. Dove in una professione non regolamentata tanti..troppi giocano sull'equivoco, sulla pelle dei cani e delle loro famiglie, con i disastri che son ben visibili ogni giorno, anche nella società.