27/07/2026
Scorrendo distrattamente i reel mi sono imbattuto in una notizia che mi ha lasciato addosso un senso di amarezza. È un po’ che ci penso.
Dal primo luglio di quest'anno un gruppo di sardi presidia giorno e notte, nel comune di Loiri San Paolo davanti all’isola di Tavolara per impedire l'apertura dei cantieri di un gigantesco progetto immobiliare destinato a cambiare per sempre uno degli angoli più belli della Sardegna. Un luogo che fino a poco tempo fa era protetto da leggi di tutela. Leggi che, improvvisamente, sembrano essere evaporate. (ovviamente da sardo li ammiro)
Prendo spunto da questa vicenda per esprimere un mio pensiero. Non una verità assoluta. Solo un'opinione.
La domanda è semplice.
Di chi è la terra? La risposta più immediata è: di chi ci nasce. La seconda è: di chi la compra.
La prima, però, vacilla subito. Io sono nato in un luogo preciso, eppure nessuno mi ha regalato un solo metro quadrato di quella terra. Non un campo. Non un orto. Nemmeno un fazzoletto di terreno. Essere nato lì non mi ha dato alcun diritto concreto. Diciamo che è solo l’idea di essere nato in un luogo, un luogo al quale siamo affezionati, ci illude. Ma la realtà è ben diversa.
Allora sarà di chi la compra.
Davvero? Anche qui il ragionamento si incrina.
Io acquisto un terreno. Firmo un rogito. Il notaio consulta il catasto, ricostruisce la storia della proprietà, segue il filo dei passaggi di mano attraverso i secoli. E, se si continua a scavare abbastanza indietro nel tempo, la conclusione è sempre la stessa, donazioni, espropri e ancora più indietro, all'origine c'è la forza. C'è qualcuno che quella terra se l'è presa.
Con la spada. Con il fucile. Con un esercito. Uccidendo.
La terra, nella storia dell'umanità, è quasi sempre appartenuta a chi aveva il potere di conquistarla e la forza di impedirne la restituzione. È successo ovunque. A ogni latitudine. In ogni epoca.
Tra imperi, regni, latifondi e colonizzazioni, intere popolazioni hanno visto trasformare la propria terra in proprietà di qualcun altro. Gli aborigeni australiani. I nativi americani. I palestinesi. Ma gli esempi potrebbero essere centinaia, migliaia. Lo schema è sempre identico.
«Che bella quella terra. Quante risorse. Quanto rende. La vogliamo.» Si invade, si scacciano gli abitanti e, se resistono, li si elimina.
Poi si piantano i confini, si scrivono le leggi, si fondano gli Stati e si proclama sacro il diritto di proprietà. Da quel momento chi prova a riprendersi ciò che era suo diventa il fuorilegge.
Ecco il grande paradosso della storia, prima arriva la forza, solo dopo arriva il diritto.
Le leggi, troppo spesso, non hanno creato la proprietà: l'hanno semplicemente certificata quando ormai era stata conquistata con la violenza.
Per questo, quando sento dire che una terra "appartiene" a qualcuno, non riesco mai a considerarla una risposta semplice. Mi pare terribilmente illusorio e ingenuo (visti i fatti).
Perché sotto ogni atto notarile, sotto ogni confine tracciato sulle mappe, sotto ogni catasto, c'è una storia molto più antica, e quella storia, quasi sempre, odora di sangue e polvere da sparo.