20/10/2026
Ci sono cose che non riesco a spiegare attraverso ciò che vedo, perché prima ancora di arrivare agli occhi hanno già trovato il modo di attraversarmi la pancia.
Questo quadro, per me, è sempre stato una di quelle cose.
Ricordo la prima volta che l’ho visto e quella sensazione così difficile da tradurre, quasi un’inquietudine, un riconoscimento senza una spiegazione. Ricordo di averlo definito un quadro da mal di pancia, perché dentro quei colori, in quel buio così profondo, avevo intravisto qualcosa che conoscevo senza riuscire a nominarlo.
Un buco nero, forse. Di quelli che sembrano capaci di inghiottire ogni cosa, persino la possibilità di immaginare che, da qualche parte, possa ancora esserci bellezza.
Eppure, a guardarlo bene, ciò che mi ha sempre incantata non è stato soltanto quel buio, ma la meraviglia che qualcuno era riuscito a costruirgli intorno.
Ho sempre amato l’arte, in tutte le sue forme, anche se con quella visiva ho avuto un rapporto più complicato. Ho sempre trovato più naturale abitare le parole, perdermi nella loro musicalità, lasciare che una frase mi conducesse in luoghi che non sapevo nemmeno di custodire. Davanti a un’immagine, invece, raramente riuscivo ad abbandonarmi allo stesso modo.
Poi è arrivato questo quadro.
E io mi sono incantata.
Mi sono incantata davanti alla possibilità che qualcosa di così oscuro potesse diventare così profondamente bello, che ciò che inizialmente avevo riconosciuto come un vuoto potesse essere accolto dentro una cornice, trasformato in un’opera, restituito al mondo senza dover essere nascosto.
E oggi quel quadro è arrivato nel mio studio.
Con tutta la tenerezza di un gesto che ha impiegato del tempo per diventare possibile, con una storia che non mi appartiene interamente e che proprio per questo sento il desiderio di custodire con ancora più delicatezza.
E mi sono commossa.
Non soltanto per la bellezza del dono, ma perché mi sono ritrovata a pensare a quanto, negli ultimi anni, sia cambiato il modo in cui guardo qualcosa che mi appartiene da sempre: la mia dolcezza.
Per molto tempo ho creduto che fosse una parte di me da proteggere, quasi da ridimensionare, perché mi sembrava che il mondo non