01/12/2022
I “GLADIATORI” DEL WEB: NEI SOCIAL, CON QUALE ETICA CI MUOVIAMO?
Trovo che la libertà con cui – nei social - si entra nelle vite degli altri, per commentarle, per denigrarle, per giudicarle, per invalidarle sia davvero eccessiva. Può succedere a tutti di constatare una distanza tra quello che uno mostra di sé nei social e ciò che uno è invece nella vita reale. Vale per tutti, me compreso. Ma credo che questo non autorizzi nessuno a fare dichiarazioni pubbliche su un’altra persona che hanno come obiettivo l’insulto o la denigrazione. Se uno ha l’urgenza di dire qualcosa di un’altra persona o ad un’altra persona lo può fare inviando messaggi in DM, scrivendo una mail, eventualmente facendo una telefonata, nel caso in cui ne detenga il contatto. Qual è il bisogno che ci spinge a rendere pubblici i giudizi negativi su altre persone? A mettere al centro dell’attenzione pubblica uomini o donne che hanno commesso errori, screditandone l’immagine? Che cosa spinge alcuni/e di noi a trasformarsi in sceriffi del web, riempiendo di offese e insulti il social di uno sconosciuto, solo perché un suo errore è stato intercettato e reso pubblico? Mi verrebbe da dire: “Chi sono io, per parlare male di questo o quello?”; “Che certezza ho io di essere davvero al di sopra delle parti?”, “E se domani, un mio errore mi mettesse allo stesso posto di quella persona che oggi sto insultando, come mi sentirei, come reagirei?”. Per quale motivo, se una persona fa uno sbaglio, dobbiamo andare sul suo profilo social e diventare co-protagonisti di una sh*tstorm? Parliamo di prevenzione del bullismo e a volte siamo noi i primi a muoverci con lo stile del bullo. Parliamo di violenza verbale e a volte gettiamo nell’online parole che pesano più di pietre. E’ davvero importante diventare consapevoli del valore delle parole. La nostra mente è dotata di circuiti neuronali deputati all’empatia. Molte volte, nella vita reale, selezioniamo con accuratezza le parole che rivolgiamo a chi ci sta di fronte, perché vogliamo essere accoglienti e non vogliamo essere causa di dolore e sofferenza altrui. Con le parole possiamo spiegare, motivare, significare, negoziare. Ma per farlo dobbiamo rinunciare a scaricarle nello spazio che c’è tra me e “l’altro da me” in modo impulsivo, emotivo, vendicativo, rancoroso. Mi è capitato in queste settimane di vedere prendere di mira persone nell’online, che sono state travolte da milioni di insulti con il solo gusto di offenderle. Ho ricevuto io stesso offese e inviti a defolloware questo o quello. Perché, mi domando, perché dobbiamo rendere l’online un’arena in cui tutti diventano gladiatori? Quando una persona soffre, non le serve essere massacrata. Quando di una persona si intercetta uno sbaglio, non è umano godere nel farla sentire sbagliata. Questa passione a puntare il dito sull’altro, cogliendone debolezze e sottolineandone mancanze in un’arena pubblica di cui tutti sono attori e spettatori è una pratica da gladiatori. Che ci rende profondamente disumani. Ogni volta che scrivo sui miei social, so che essere letto da molte persone è al tempo stesso un enorme privilegio ed una grande responsabilità. Tengo insieme queste due parole – privilegio e responsabilità – e cerco sempre di rendere ciò che scrivo uno strumento per rendere il mondo un posto migliore rispetto all’istante in cui il mio post non c’ero. Se ho l’intuizione che il post che sto per pubblicare serve a dividere o a distruggere, mi fermo e rinuncio. Quando una persona fa un errore clamoroso e serve commentarlo, cerco nei miei post di mettere al centro dei miei contenuti l’errore e mai chi lo ha commesso. Questo per me è avere un’etica nei social.