Nido in famiglia Uno due tre tocca a te

Nido in famiglia Uno due tre tocca a te Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Nido in famiglia Uno due tre tocca a te, Asilo nido, Garibaldi Giuseppe, 7, San Pietro in Gù.

Il nido in famiglia Uno, due, tre... Tocca a Te!

È un servizio dove i bambini vengono accolti in un’ambiente che richiama quello domestico-famigliare, con spazio verde dove poter stare a contatto con la natura, e fare le proprie scoperte.

E bene sì ...siamo pronti... per ricominciare!Assieme a nuovi amici.I vecchi restano nel ❤️.💪😊💪
31/08/2026

E bene sì ...
siamo pronti...
per ricominciare!

Assieme a nuovi amici.
I vecchi restano nel ❤️.

💪😊💪


Il tempo dei saluti si avvicina. E qualcuno lo percepisce con chiarezza, lo sente e così si cercano, e cercano di coglie...
05/08/2026

Il tempo dei saluti si avvicina.
E qualcuno lo percepisce con chiarezza, lo sente e così si cercano, e cercano di cogliere ogni dettaglio dell'altro: uno sguardo, una parola, un gesto.
Un loro modo per custodire ciò che si è vissuto insieme, perché questo possa per loro diventare una memoria.

Non è una memoria destinata a svanire, ma qualcosa che continuerà a esistere, anche se in una forma diversa.
Che mette una base, un mattone.
Perché quello che avete condiviso non si perderà, cambierà sì, si trasformerà, e così troverà un posto nuovo dentro di Voi.
..Quante ne sanno loro!...


☎️Pronto papà, come stai?☎️Ecco come,noi adulti vediamo un sasso, un semplice sasso.ELoro vedono la possibilità di crear...
10/07/2026

☎️
Pronto papà, come stai?
☎️

Ecco come,
noi adulti vediamo un sasso,
un semplice sasso.
E
Loro vedono la possibilità
di creare un legame
con chi amano,
anche solo con un sasso.

La bellezza dei bambini,
nelle piccole cose.



Bimbi impegnatiin esperienze, scoperte ed esperimenti.Si consiglia vivamentedi non interromperela magia del loro piacere...
26/06/2026

Bimbi impegnati
in esperienze, scoperte ed esperimenti.

Si consiglia vivamente
di non interrompere
la magia del loro piacere di imparare.

Il piacere di imparare
divertendosi
lascia tracce nel cuore, nella mente e nel corpo.

Mani operose e tanta fantasia!Un'esperienza fatta di colori, emozioni e divertimento che ha permesso ai bambini di espri...
05/06/2026

Mani operose e tanta fantasia!

Un'esperienza fatta di colori,
emozioni e divertimento
che ha permesso ai bambini
di esprimersi e lasciare
una traccia speciale di loro.

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La cura!
27/04/2026

La cura!

PENSA SE LO FACESSERO A TE (repost aprile 25)

Chiudi gli occhi e immagina...

Sei seduta in un parco, tranquilla, immersa nel tuo libro.
Una persona passa e te lo prende dalle mani all’improvviso.
“Non si legge al parco. Si legge in biblioteca!”

Sei al ristorante con amiche care.
Arriva il cameriere: non ti chiede cosa desideri. Ti siede su una sedia, ti lega un tovagliolo al collo e ti infila un cucchiaio di zuppa in bocca, raccoglie ciò che cade, mescola saliva e zuppa, e te lo ripropone.
“Poi con le tue amiche mangi quello che vuoi se finisci questo. Perché questo ti fa bene”, ti dice.

Stai guardando la tua serie preferita.
Il tuo compagno o la tua compagna passano e spengono la TV.
“Basta, ora si dorme!”
Tu protesti. Il tuo compagno o la tua compagna ti danno uno schiaffo. Non forte eh. Solo per farti capire che non lo devo sfidare.

Mentre piangi, prima di andare in camera, ti sollevano di peso su un tavolo alto dieci metri.
Ti girano e ti rigirano, senza spiegarti nulla, magari lamentandosi perché sei tesa, rigida, spaventata. E ti mettono il pigiama.

Sei in ospedale e non ti puoi muovere. Arriva l’infermiera a cambiarti e fa delle battutine sull’odore, sulle tue belle cosce, sulla tua pancia.

Come ti sentiresti?

Forse impotente. Umiliata. Incompresa. Arrabbiata.
Forse non ti sentiresti più al sicuro.

Cosi’ si sentono ogni giorno tante bambine e bambini.

Non parliamo di gesti di violenza eclatante. Stiamo parlando dei gesti della quotidianità.

Troppo spesso i gesti della quotidianità vengono svolti nell’assenza di rispetto.
Nell’assenza di tempo.
Nell’assenza di ascolto.

I gesti però contano.
La relazioni contano.

La Pikler diceva che ogni gesto sull’altro è un atto educativo, un atto etico e ci ricordava le competenze delle bambine e dei bambini. Anche molto piccoli.

Ce lo confermano le neuroscienze: il cervello in sviluppo ha bisogno di prevedibilità, rispetto, fiducia per potersi costruire in modo sano.

Ce lo spiega la filosofia della cura: non siamo solo corpi da gestire, ma persone da incontrare.

I bambini e le bambine non sono oggetti, sono soggetti pieni di intenzioni, emozioni, bisogni.
Sono persone.
Proprio come te.

Ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo è relazione.
Scegliamoli con amore. Scegliamoli con rispetto.

Come?

Provando a viverli con lentezza, dando la possibilità al bambino e alla bambina di partecipare attivamente.

Provando a viverli con rispetto, raccontando sempre ciò che stiamo facendo.

Provando a viverli con delicatezza, perché ogni tocco racconta il valore delle persone che stiamo toccando.

Provando a viverli con ascolto e fiducia. Accompagnando.

Lascio alcune domande per riflettere:

Quando mi prendo cura di una bambina e un bambino, sono connessa al loro sentire o sono concentrata solo sul “fare”?

Riesco a fermarmi a guardarli davvero? A leggere i loro segnali?

Parlo con loro durante le cure? Gli spiego, gli chiedo permesso, li rendo partecipi?

Con i miei gesti, trasmetto rispetto oppure urgenza?

Riesco ad affidarmi alla loro competenza, o cerco sempre di anticiparlo?

Cosa trasmetto attraverso i miei movimenti, le mie mani, i miei silenzi?

Educare è abitare la relazione con consapevolezza, con umiltà, con amore.

E non è mica difficile né costoso!

Se ti piacerebbe sapere cosa posso fare per te e come i gruppi di supporto pedagogico e le consulenze ti possono essere di aiuto, non esitare a contattarmi per ulteriori informazioni e per iniziare questo percorso di crescita.

Ilenia ⁨⁨349 588 5866⁩
www.lacasettadellefavole.it

📸 Google
Una breve sequenza di cambio (Istituto Loczy)

27/03/2026

Il bambino era seduto da solo.

Nessuno gli aveva detto cosa fare. Eppure, stava imparando.

Maria Montessori osservava in silenzio. Non interveniva, non correggeva, non interrompeva. Guardava quel piccolo essere umano mentre esplorava un oggetto, ripeteva un gesto, si concentrava con una naturalezza disarmante. E in quel momento colse qualcosa che molti adulti non riescono più a vedere: la mente di un bambino sa crescere da sola, se non viene ostacolata.

Nata a Chiaravalle, nelle Marche, nel 1870, Maria Montessori fu la prima donna a laurearsi in medicina all’Università di Roma. Scelse la psichiatria e, lavorando con bambini con disabilità, scoprì quella che sarebbe diventata la sua missione.

Entrò negli istituti dove venivano rinchiusi i bambini considerati “difficili”, senza speranza. E lì cambiò tutto, partendo da un’intuizione semplice ma rivoluzionaria: non erano i bambini a essere sbagliati. Era il modo in cui venivano trattati.

Iniziò a creare materiali nuovi, a ripensare gli spazi, a offrire libertà di movimento. Mise nelle loro mani oggetti veri, strumenti pensati per essere usati, esplorati, compresi. Li lasciava scegliere, ripetere, sbagliare. Non insegnava dall’alto: accompagnava.

Nel 1907, in un quartiere poverissimo di Roma, San Lorenzo, aprì la prima Casa dei Bambini. All’inizio molti la guardavano con scetticismo. Le sue idee sembravano troppo diverse, quasi impossibili.

Poi arrivarono i risultati.

I bambini diventavano più attenti, ordinati, curiosi. Imparavano a rispettare gli altri e sé stessi. Senza premi, senza punizioni. Solo perché qualcuno, finalmente, li stava ascoltando davvero.

Il suo metodo fece il giro del mondo. Arrivò in Francia, in India, in America. Fu apprezzato da menti straordinarie: Einstein lo ammirava, Gandhi la stimava profondamente, Alexander Graham Bell la sostenne.

Quando Mussolini cercò di piegare il suo lavoro alla propaganda, lei scelse la libertà. Lasciò l’Italia e continuò a insegnare ovunque potesse farlo senza compromessi.

Diceva:
“Il bambino è il padre dell’uomo.”

Non un contenitore da riempire, ma una luce da accendere.

Morì nel 1952, in Olanda. Ma la sua eredità non si è mai spenta.

Oggi il suo nome vive nelle scuole di tutto il mondo. Ma soprattutto vive ogni volta che un adulto si ferma ad ascoltare davvero un bambino, ogni volta che gli lascia il tempo di scoprire, di sbagliare, di crescere secondo il proprio ritmo.

Perché educare, forse, non significa insegnare tutto… ma avere il coraggio di fare un passo indietro, e lasciare spazio alla meraviglia di ciò che può nascere da solo.

Maria Montessori.

Ci vedete poco ultimamente.Ma noi ci siamo,sempre più impegnati a crescere,e spesso cellulare e foto abbiamo visto rompe...
24/03/2026

Ci vedete poco ultimamente.

Ma noi ci siamo,
sempre più impegnati a crescere,
e spesso cellulare e foto
abbiamo visto rompere questa nostra magia,
e così spesso restano nella scatola,
da una parte.

Ecco spiegato,
la nostra assenza-presenza
che si trasforma
in presenza attiva e viva più che mai.

Benvenuta Primavera!
Ti aspettavamo con gioia.

☀️🌸☀️🌸☀️🌸

🌿 BUONA FESTA DEL PAPÀ 🌿Per molto tempo – e in parte ancora oggi – abbiamo dato per scontato… che la cura fosse “natural...
19/03/2026

🌿 BUONA FESTA DEL PAPÀ 🌿

Per molto tempo – e in parte ancora oggi – abbiamo dato per scontato… che la cura fosse “naturale” nelle donne e meno negli uomini.
Che i padri fossero destinati ad altro: proteggere, lavorare, essere forza economica, stare ai margini della relazione emotiva con i figli e le figlie.
Questa narrazione non è solo socio-culturale. Per anni è stata raccontata anche come “biologica”.

Eppure oggi sappiamo che non è così.

🌱 Le ricerche più recenti ci mostrano qualcosa di straordinario: quando un uomo entra in contatto intimo, quotidiano e prolungato con un neonato, il suo cervello cambia.
Si attivano circuiti neurali legati alla cura. Si modulano gli ormoni. Aumenta la sensibilità ai segnali del bambino e della bambina.

In altre parole: il potenziale di cura non è esclusivo della madre. È umano.

L’antropologa e primatologa Sarah Blaffer Hrdy, nel suo lavoro “Il tempo dei padri”, ci accompagna in un viaggio che attraversa milioni di anni di evoluzione, mostrando come la nostra specie sia profondamente cooperativa nella cura.
Non siamo nati per crescere i bambini da soli. Siamo nati per prendercene cura insieme.

🌿 Questo cambia lo sguardo.

La paternità non è un “aiuto”.
Non è una presenza accessoria.
Non è un ruolo secondario.
È una competenza che si costruisce nella relazione.
È un processo che si attiva con la presenza.
Con il contatto.
Con il tempo condiviso.

🌱 E forse la vera domanda non è: “Gli uomini sanno prendersi cura?”. Ma piuttosto: abbiamo dato loro davvero lo spazio per farlo?

🌿 Ogni volta che un padre tiene, accoglie, consola, osserva, attende, tocca delicatamente, non sta “imitando” la madre. Non sta facendo il “mammo”. Non sta sostituendo qualcuno.

Sta esprimendo una possibilità profondamente umana.
🌟 La cura non ha genere. Ha presenza.
E i bambini e le bambine hanno bisogno di adulti – madri e padri – capaci di esserci, emotivamente e corporalmente.

🪷 Buona festa a tutti i padri che scelgono, ogni giorno, di entrare nella relazione.
Con autenticità.
Con tenerezza.
Con coraggio.
Sentendosi pienamente uomini.

🌿 Piena gratitudine anche a tutti quegli adulti
che sanno fare un passo indietro,
che lasciano spazio,
che non occupano tutto il campo della cura,
ma lo condividono con consapevolezza.
Perché la paternità ha bisogno di tempo, di possibilità, di fiducia.

E ogni volta che questo spazio viene custodito,
non cresce solo un padre.

Cresce una relazione.
Cresce un neonato.
Cresce un bambino o una bambina.
Cresce una nuova cultura della cura.

Atelier della Pedagogista

10/03/2026

🌿 IL PESO DI UNA PICCOLA PAROLA: “NON”

“Non mi ascolta.”
“Non si impegna.”
“Non riesco a farlo ordinare i suoi giochi.”
“Non ascolta niente.”
“Non si gestisce quando si arrabbia.” …

Nelle conversazioni quotidiane tra adulti - famiglie, educatori, docenti - c’è una parola che ritorna con grande frequenza: non.

Una piccola parola.
Breve.
Quasi invisibile nel flusso delle frasi.
Eppure, nel tempo, quella parola può diventare molto pesante.

Quando lo sguardo dell’adulto si concentra soprattutto su ciò che manca, su ciò che non funziona, su ciò che il bambino o la bambina non fa o non riesce ancora a fare, lentamente si costruisce una narrazione negativa intorno alla sua identità.

La bambina e il bambino non ascoltano semplicemente parole: costruiscono un’immagine di sé attraverso lo specchio che offre lo sguardo dell’adulto.

Se il linguaggio che li circonda è costantemente orientato al “non”, può accadere che inizino a percepirsi così:
non capace
non adeguato
non abbastanza
non bravo
non meritevole d’amore.

È un processo spesso silenzioso, ma molto profondo. Un processo che può intaccare il bisogno fondamentale di sicurezza relazionale e attivare nel sistema nervoso stati di difesa.

Allo stesso tempo, questo meccanismo non coinvolge soltanto il bambino. Coinvolge anche l’adulto.

Quando ogni giornata sembra riempirsi di difficoltà, resistenze, conflitti e opposizioni, è facile che anche il genitore o l’educatore inizi a costruire una narrazione negativa su se stesso:
“Non riesco a farmi ascoltare.”
“Non riesco a gestirlo.”
“Non sono abbastanza capace.”
“Non sono all’altezza.”
“Non so più cosa fare.”

Così, quasi senza accorgercene, due fragilità iniziano a crescere insieme: quella del bambino e quella dell’adulto.

Eppure l’educazione, anche quando è consapevole, non è un campo di perfezione. È un campo di relazione, di tentativi, di piccoli aggiustamenti quotidiani.
È imparare a stare dentro la relazione, abitare gli errori, attraversare le fatiche con sempre maggiore consapevolezza.

Per questo può essere molto utile, alla fine della giornata, provare a spostare lo sguardo e porci domande diverse.
Non soltanto: Cosa non ha funzionato?
Ma anche - e soprattutto: Quali sono stati i momenti in cui siamo riusciti davvero a stare in relazione?
Quali piccoli gesti positivi ho osservato oggi nel bambino o nella bambina? Quali piccole conquiste ha fatto? Quale piccolo passo ho fatto io, come adulto?

Spesso sono dettagli minuscoli che sfuggono ai nostri occhi. Piccoli, sì. Perché spesso siamo occupati a guardare altrove.

Eppure sono proprio questi piccoli segnali di crescita che meritano di essere visti, riconosciuti e custoditi.

Perché lo sguardo dell’adulto non è neutro. È uno spazio in cui la bambina e il bambino imparano lentamente a riconoscere il proprio valore.

Quando iniziamo a osservare anche ciò che funziona, ciò che cresce, ciò che germoglia, ciò che c’è, la relazione cambia qualità.
E l’educazione smette di essere una prigione costruita con parole negative.

Diventa, invece, uno spazio di possibilità reciproca, dove bambini e adulti continuano a crescere insieme.

Educare significa proprio questo: donare possibilità di crescita, attraversare fatiche, errori e difficoltà.
Continuando, passo dopo passo, ad imparare insieme.

Atelier della Pedagogista



Indirizzo

Garibaldi Giuseppe, 7
San Pietro In Gù
35010

Orario di apertura

Lunedì 07:30 - 16:30
Martedì 07:30 - 16:30
Mercoledì 07:30 - 16:30
Giovedì 07:30 - 16:30
Venerdì 07:30 - 16:30

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