24/10/2019
Questa è la terza volta in 40 anni che le condizioni meteorologiche hanno causato temperature stratosferiche calde, che frenano la perdita di ozono. Modelli meteorologici simili hanno portato a buchi di ozono insolitamente piccoli nel 1988 e nel 2002. Se le temperature fossero state più basse, probabilmente il buco sarebbe stato più ampio, in linea con le dimensioni registrate negli anni precedenti. Le temperature più alte, infatti, riducono le reazioni fra ozono e i composti che lo distruggono, nello specifico cloro e bromo.
Secondo un recente comunicato stampa della National Oceanic and Atmospher Administration (NOAA) e della NASA, il buco nell’ozono è attualmente alla sua minima estensione, perlomeno dal 1982, anno in cui è iniziato il suo monitoraggio.
Secondo le due agenzie, il buco nell’ozono - che consiste in un'assottigliamento dello strato di ozono nella stratosfera sopra l'Antartide, a un’altitudine compresa tra gli 11 e i 40 chilometri dalla superficie terrestre - possiede al momento un’estensione di 10 milioni di chilometri quadrati, rispetto ai 16 milioni misurati l'8 settembre. Per gli esperti è una "buona notizia soltanto a metà", perché è un segno del riscaldamento globale.
Questa è la terza volta in 40 anni che le condizioni meteorologiche hanno causato temperature stratosferiche calde, che frenano la perdita di ozono. Modelli meteorologici simili hanno portato a buchi di ozono insolitamente piccoli nel 1988 e nel 2002. Se le temperature fossero state più basse, probabilmente il buco sarebbe stato più ampio, in linea con le dimensioni registrate negli anni precedenti. Le temperature più alte, infatti, riducono le reazioni fra ozono e i composti che lo distruggono, nello specifico cloro e bromo.
Lo strato di ozono stratosferico aiuta a deviare le radiazioni ultraviolette in arrivo dal Sole, proteggendo la vita sulla Terra dai suoi effetti dannosi, come cancro della pelle, cataratta e danni alle piante.
Tuttavia, i prodotti chimici utilizzati per la refrigerazione, come i clorofluorocarburi (CFC) e gli idrofluorocarburi (HFC), distruggono le molecole di ozono stratosferico, esponendo così la superficie del pianeta a maggiori quantità di radiazione UV.
Il protocollo di Montreal, un importante trattato internazionale sull'ambiente che è entrato in vigore nel 1988, ha contribuito a ridurre le emissioni di CFC in tutto il mondo.
Questi prodotti chimici rimangono nell’atmosfera per diversi decenni e possono distruggere quantità straordinarie di ozono nel tempo. Lo strato di ozono si è lentamente ma costantemente ripreso da quando è entrato in vigore il protocollo di Montreal, ma la strada è ancora lunga.
Secondo le stime degli scienziati solo nel 2070 l'ozono sull'Antartide potrebbe ritornare al livello del 1980.
Per approfondire: https://www.nasa.gov/feature/goddard/2019/2019-ozone-hole-is-the-smallest-on-record-since-its-discovery
Photo Credit: Una visualizzazione a falsi colori dell'ozono totale sul polo antartico. I colori viola e blu rappresentano una concentrazione inferiore di ozono mentre i gialli e rossi sono le aree dove c'è più ozono. (NASA)