06/08/2026
La nostra fisioterapista Anna Lanzalotti ha seguito Fabio per anni. Fabio non c’è più e i suoi familiari hanno chiesto ad Anna di pronunciare qualche parola per Fabio durante il funerale. Di seguito il suo ricordo.
“Ci sono case in cui entriamo per lavoro, con il tempo impariamo spazi, orari, abitudini di chi le abita, diventando per 45 minuti quasi parte dell’arredamento.
E poi ci sono case che fanno qualcosa di diverso: ci invitano ad abitarle, ad essere qualcosa di più della parte della cura. Sono entrata in punta di piedi in casa di Fabio e Lilia. Lo stesso rito, aprire la cartella clinica, chiacchierare, compilare moduli, ma non uguale con le domande mute soprattutto le mie: «Sarò capace di rispondere pienamente, coerentemente, alle richieste di queste persone?». E le risposte, tutte, arrivano nella costruzione della relazione che, all’improvviso, non è più tra fisioterapista e paziente, ma è un incontro reciproco tra persone che diventano famiglia. Chi è Fabio? Fabio non è solo il mio paziente, è un amico che, a dispetto di una diagnosi pervenutami via email, ha conservato ironia, intelligenza acuta e spiazzante. Fabio è docile nella sua condizione, ma mai vinto, né dalla malattia né dal dolore. Nella sua quotidianità, ha tenuto con sé dignità, presenza e desiderio di partecipare alla vita. Fabio è rimasto agganciato ai ricordi, le nostre sedute riabilitative non erano mai silenziose o monotone. Mentre tentavo di gestire movimento e dolore, mi sentivo esplodere in incontenibili risate, che lui provocava con le sue esuberanti battute, pungenti, inaspettate. Immancabile il suo invito: “Resti a cena? Sai di che ho voglia? Di pizza e supplì». In una domanda, in un desiderio, prorompevano tutta la genuinità e la bontà di Fabio. Fabio è stato un uomo buono, una qualità che la sclerosi multipla non gli ha portato via.
Lilia, tu – indomita e determinata - sei per me la testimonianza dell’amore che non si arrende, che si batte con forza e resistenza, che si è battuta con forza e resistenza (non mi viene facile parlare o pensare nel tempo passato), perché Fabio avesse giusta cura e continua assistenza. Famiglia: il luogo della crescita, della cura, del supporto reciproco. In questo posto c’è anche Khan. Ho avuto la fortuna di guardare dentro una presenza fatta di affetto, posso dire filiale prima ancora che di cura tecnica e gesto professionale. Khan conosceva tutti i bisogni di Fabio, ne conosceva gli umori e i cambiamenti. Con uno sguardo mi suggeriva come avrei dovuto regolare la mia cura, la mia tecnica, il mio gesto professionale. Nelle semplici domande di Fabio (dov’è Lilia? Che c’è per cena?) sono racchiusi la fiducia, la presenza e il sentirsi al sicuro. Nella quotidianità si esprimeva tutto l’amore possibile. Il mio lavoro mi porta anche nelle case delle persone, entro per prendermi cura di qualcuno, per rendermi poi conto che è quel qualcuno che ha lasciato qualcosa dentro di me. Fabio, Lilia e Khan sono la testimonianza che la cura è relazione e presenza e riconoscersi nell’altro e io sono loro grata per avermi consentito di fare insieme un pezzo di strada”.
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