07/09/2026
“𝐔𝐧𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐚”, 𝐆. 𝐂𝐞𝐝𝐞𝐫𝐧𝐚 𝐞 𝐀. 𝐋𝐨𝐲, 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐀𝐬𝐢𝐧𝐢𝐭𝐚𝐬, 𝟐𝟎𝟏𝟎
𝐒𝐞𝐝𝐢𝐜𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐫𝐥𝐢.
E allora eccoci di nuovo qui.
Che la destra abbia un’idea assimilazionista dei processi di inclusione, lo sappiamo. E sappiamo anche che, quando si parla di persone con background migratorio, la complessità viene spesso ridotta a idee vetuste di cittadinanza e a rassicuranti e odiose formulette matematiche: il permesso di soggiorno a punti, l’integrazione aritmetica a scuola, più italiano uguale più “integrazione”.
Mentre il mondo della ricerca discute di plurilinguismo, di translanguaging, di repertori linguistici e mette a punto modelli sempre più raffinati per lavorare nelle classi plurilingui, all'inizio del nuovo anno scolastico, il ministro dell’istruzione e del merito propone lo studio dell'italiano obbligatorio per le famiglie con background migratorio e, ancora una volta, il tetto massimo del 30% di alunni stranieri (stranieri per chi?) nelle classi.
Ma il ministero quanto conosce davvero la scuola, i processi pedagogici e di apprendimento, quando prende decisioni sulla scuola?
Mentre da oltre trent’anni la psicolinguistica, la linguistica acquisizionale e la glottodidattica studiano il bilinguismo e il plurilinguismo, mostrando quanto possano rappresentare una risorsa cognitiva ed educativa, sembra incredibile che ancora oggi si debba discutere se parlare più lingue sia, prima di tutto, un problema.
È una distanza difficile da non vedere.
E viene da chiedersi: perché a docenti ed educatori ed educatrici chiediamo continuamente aggiornamento, formazione e competenze per fare il proprio lavoro, mentre chi governa la scuola può continuare a parlare di apprendimento senza confrontarsi con quello che la ricerca e la pratica educativa ci dicono da decenni?
Il pregiudizio monolingue è duro a morire. Ma la realtà delle scuole lo ha già superato.
Basterebbe entrarci.
Basterebbe osservare una classe in cui si parlano tre, quattro, cinque lingue. Ragazze e ragazzi trilingui che parlano un ottimo italiano. Bambine e bambini che usano una lingua per capire meglio un’altra lingua. Maestre e maestri che scoprono che il confronto tra sistemi linguistici può diventare uno straordinario strumento didattico.
È quello che facciamo da vent’anni ad Asinitas.
Nelle scuole di italiano con persone adulte, dove nessuna arriva “senza lingua”, ma con repertori linguistici ricchi e complessi.
Nelle attività con bambini e bambine.
Nella formazione con docenti.
E dentro Galassia Torpigna, dove abbiamo lavorato nelle scuole proprio a partire da questa domanda: che cosa succede se le lingue che abitano una classe non vengono considerate un problema da risolvere, ma una risorsa da attivare?
Succede che confrontare alfabeti, suoni e strutture linguistiche rende più consapevoli del funzionamento della propria lingua e di quella degli altri e delle altre.
Succede che una lingua parlata a casa può finalmente entrare nella classe non come qualcosa da nascondere, ma come qualcosa che si può condividere.
Certo che l’italiano è fondamentale.
Proprio per questo va insegnato. Bene. A tutti e tutte quelle che ne hanno bisogno.
Con corsi accessibili, insegnanti qualificati, tempo, continuità, mediazione, occasioni di incontro e di uso della lingua, risorse.
Non con l’idea che una difficoltà scolastica abbia una causa semplice e che una famiglia debba essere messa sotto esame.
E senza confondere l’apprendimento dell’italiano con l’abbandono delle altre lingue.
Sedici anni fa “Una scuola italiana” raccontava già tutto questo.
Sedici anni dopo, forse, il film non è invecchiato.
È il dibattito sulla scuola che non è ancora riuscito a raggiungerlo.