ISP - Istituto di studi sulla paternità

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L'I.S.P. - Istituto di Studi sulla Paternità - è un'associazione con fini scientifici e culturali,

L'Istituto mette a disposizione dei suoi iscritti una biblioteca specializzata ed in costante aggiornamento, un archivio di ritagli stampa suddiviso per temi, una raccolta di tesi universitarie e riviste specializzate, una serie di cartelline monotematiche sui temi della paternità, della famiglia, dei minori. C'è inoltre la possibilità di incontri "tecnici", conferenze, dibattiti, proiezioni.

Photos from ISP - Istituto di studi sulla paternità's post 29/06/2025

Vi segnalo questo importante convegno al quale sono stato invitato per portare i saluti istituzionali dell'ISP e condurre i lavori pomeridiani del 4. Lo faccio con particolare piacere, poiché testimonia ancora una volta della stima che il nostro Istituto gode in ambiente scientifico e culturale.

18/06/2025

di Silvana Bisogni - Sociologa dell’educazione. ISP Roma

E’ stato pubblicato, il 6 marzo scorso, il Rapporto CNEL – ISTAT dal titolo “Il lavoro delle donne tra ostacoli e opportunità” che offre uno spaccato, complesso e articolato, della posizione delle donne sul mercato del lavoro. Emergono novità e conferme, dalla crescita dell’occupazione alla diminuzione della disoccupazione, le differenze territoriali in Italia e il divario con gli altri Paesi europei, i livelli di istruzione, i vincoli familiari, la vulnerabilità lavorativa, la inattività, la concentrazione in specifici settori professionali, la segregazione orizzontale e verticale delle professioni.

Il Rapporto conferma che uno degli settori che tradizionalmente occupa un notevole numero di donne è senz’altro il sistema dell’istruzione e della formazione superiore e della ricerca, tanto che si parla di “femminilizzazione” del sistema, anche se, al suo interno, l’articolazione è molto variegata con risultati in forte contrasto tra di loro.

Il tema della femminilizzazione del sistema dell’istruzione è stato ed è tuttora molto discusso sia a livello europeo che italiano, data l’ampiezza del fenomeno e delle criticità che periodicamente tornano alla ribalta. ISP notizie ha già dedicato alcuni articoli sull’argomento, tra cui, molto significativo, l’intervento di un maestro, che si autodefinisce “Mosca bianca”. In quegli articoli sono state evidenziate le radici storiche, culturali, sociali ed economiche. L’intento di questo nuovo intervento è costituito dalla necessità di fare il punto della situazione, allargando, ove possibile, l’orizzonte al sistema dell’insegnamento non solo scolastico.

Il problema della promozione delle pari opportunità e inclusività nell’istruzione e nella formazione è stato più volte affrontato a livello europeo. Di recente la “Risoluzione del Consiglio su un quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell’istruzione e della formazione verso uno spazio europeo dell’istruzione e oltre (2021-2030) 2021/C 66/01” punta a definire le priorità strategiche 2021-2030 e, nel ridisegnare le azioni dedicate alla scuola, afferma: “Le professioni tradizionalmente dominate da uomini o donne dovrebbero essere ulteriormente promosse presso le persone del sesso sottorappresentato. È inoltre necessario adoperarsi ulteriormente per conseguire un adeguato equilibrio di genere nelle posizioni dirigenziali negli istituti di istruzione e formazione”. Nella sezione dedicata alle azioni strategiche per l’area docenti e formatori, la Risoluzione del Consiglio europeo evidenzia l’urgenza di “Adoperarsi per ridurre gli squilibri di genere a tutti i livelli e in tutte le tipologie di professioni connesse all’istruzione e alla formazione”.

Nel 2022 l’OCDE ha pubblicato Indicateurs de l’education à la loup. Pourqoi y a–t-il plus de femmes que d’hommes dans l’enseignement? in cui denuncia gli squilibri nei Paesi dell’OCDE: le donne rappresentano mediamente il 70% del corpo docente, sia pure con rilevanti differenze tra i vari livelli di insegnamento, e tra i vari Paesi.

Il sistema dell’istruzione in Italia

Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito, nell’anno scolastico 2024/2025 gli studenti nelle scuole italiane sono stati 7.073.587, distribuiti in 362.115 classi, suddivisi tra 785.056 nella Scuola dell’Infanzia, 2.170.746 nella Primaria, 1.498.498 nella Scuola secondaria di I grado, 2.619.287 nella scuola secondaria di II grado (il 51,4% nei Licei, il 31,8% negli Istituti tecnici e il 16,8% negli Istituti professionali.

A garantire il diritto all’istruzione di tutti questi studenti, nel sistema italiano sono attivi 1.023.884 docenti dipendenti, tra cui la presenza femminile è innegabilmente preponderante:
SCUOLA Numero Maschi Femmine
Pre-Primaria 185.000 – 98,7%
Docenti di scuola Primaria 308.126 4,6% 95,4%
Docenti di scuola secondaria inferiore 208.378 20% 79%
Docenti d scuola secondaria superiore 322.380 35,2% 64,7%

Se, dunque, le donne hanno raggiunto un livello altissimo di presenza nella istituzione scolastica, va tuttavia sottolineato che il divario di genere nell’insegnamento aumenta con il decrescere del grado scolastico (più giovani sono gli studenti, più alto è il numero delle insegnanti): infatti sono la totalità della scuola dell’infanzia, il 95,4% nella scuola primaria, il 79% nella scuola secondaria di primo grado, il 64,7% nella scuola secondaria superiori. Vi è inoltre un’alta presenza femminile nelle aree linguistico-letterarie (l’80%) e significativamente più bassa nelle aree scientifico tecnologiche. All’opposto, la presenza maschile tra i docenti aumenta tra un grado scolastico all’altro: assenza nella scuola per l’infanzia, il 4,6% nella scuola primaria, il 20% nella scuola secondaria di I grado, il 35% nella scuola secondaria di II grado. Ma qualcosa sta lentamente cambiando. A partire dall’anno scolastico 2015-2026 tra i docenti più giovani (under 35) è aumentata la presenza maschile soprattutto nelle scuole secondarie (inferiore e superiore).

La supremazia numerica femminile si assottiglia se si considera la presenza nelle cariche più alte: ad es. tra i dirigenti scolastici. Per l’anno scolastico 2025-2026, secondo una nota dell’Associazione Nazionale Presidi, il Ministero dell’Istruzione e del merito prevede un organico di 7.401 dirigenti scolastici, distribuiti su altrettante istituzioni scolastiche, cui vanno aggiunte 73 sedi in deroga. Ebbene, le donne rappresentano solo il 45% tra i presidi.

In un confronto a livello internazionale, il nostro Paese è ai primi posti per tasso di occupazione femminile delle cattedre tra i 27 Paesi della Ue: una percentuale di donne superiore si trova solo in Lituania (97,1), Ungheria (97) e Slovenia (96,9). Lettonia (82,7%), Bulgaria (79,3). Il Paese con il numero di docenti più bilanciato per genere è la Danimarca, ma anche lì nell’istruzione primaria le donne raggiungono il 69,1%.

Il fenomeno della crescente femminilizzazione dell’insegnamento investe dunque tutti i Paesi economicamente più sviluppati, e suscita non poche preoccupazioni perché secondo alcuni comporterebbe un certo impoverimento della qualità dell’insegnamento soprattutto nell’area delle discipline tecnico-scientifiche, essendo i laureati maschi in tali discipline attratti da altre professioni, più gratificanti e meglio retribuite. La scarsa presenza di uomini tra i docenti in tutto il percorso di studi preuniversitario demotiverebbe inoltre gli studenti maschi dall’intraprendere questa professione, percepita ormai come femminile.

Il sistema della formazione professionale

Anche un altro comparto educativo, la formazione professionale, mostra un processo di femminilizzazione, sia pure con numeri più contenuti.

Una ricerca INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) restituisce la distribuzione per generi: il 60% è composto da donne, il 40% da uomini, un dato che merita di essere analizzato in comparazione con il settore dell’istruzione. L’incidenza del personale femminile è aumentata negli ultimi anni e tale incremento è destinato ad aumentare nel prossimo futuro. Infatti, gran parte degli indicatori, quali l’età, l’anzianità di servizio, il trend delle cessazioni e del reclutamento, portano a prevedere che le donne diventeranno sempre più presenti nel sistema formativo. Contrariamente infatti al mondo della scuola, la componente femminile ha da sempre rappresentato una minoranza nel campo della formazione professionale.

Il sistema della formazione superiore e della ricerca

E’ ormai ampiamente riconosciuto il ruolo che le scelte di tipo universitario provocano per l’immissione nel mondo del lavoro e, di conseguenza, anche per l’avvio di carriere in ambito accademico. Il tema della segregazione formativa è stato ampiamente trattato in studi e ricerche, ma sembra essere ancora molto attuale nell’approccio al passaggio da periodo formativo a lavoro

Lo svantaggio delle donne rispetto agli uomini non si limita semplicemente alla probabilità di trovare un’occupazione ma sembra investire anche il piano della qualità del lavoro. Nel mercato del lavoro esiste un riconoscimento non uniforme delle lauree: le lauree più richieste dal mercato sono quelle nei settori scientifici (ingegneria, farmaceutica, economico-statistico), a maggior afflusso maschile e ritenute più qualificate in termini di prestigio e di valore economico; quelle meno richieste sono nei settori umanistici (lettere, filosofia, letteratura straniera), a maggior afflusso femminile. Gli uomini hanno la possibilità di spaziare in un ventaglio di posizioni professionali molto ampio, le donne sono occupate in un numero molto ristretto di campi lavorativi, con una concentrazione forte nel settore educativo e nei lavori del terziario.

La differenza di genere opera a due livelli: una divisione verticale (disparità di prestigio e retribuzione) e una divisione orizzontale (occupazioni maschili-occupazioni femminili). Nonostante i cambiamenti in corso e la conquista di posizioni di prestigio, è opinione diffusa che le ragazze si autoescludono dallo studio di alcune discipline non tanto per mancanza di interesse, quanto piuttosto perché hanno interiorizzato la difficoltà, in quanto donne, ad accedere a determinate professioni di cui quei percorsi formativi costituiscono lo sbocco naturale, oltre alla consapevolezza del proprio ruolo sociale e familiare che può ridimensionare le proprie aspirazioni lavorative.

A dimostrazione di quanto appena sostenuto, si citano dati da cui emerge che il 95% delle immatricolazioni nei corsi di laurea che porteranno a lavorare nell’insegnamento, sono ragazze, l’83% dell’area linguistica e l’82% dell’area psicologica; mentre nel settore scientifico il 67,4% delle immatricolazioni sono maschili, come il 76,7% dell’area di ingegneria.

Ad ulteriore conferma, nel 2023 i laureati nelle varie discipline si sono suddivisi tra:
LAUREATI Corsi di laurea di

I livello
Corsi di laurea magistrale di II livello
M F M F
Educazione e formazione 1.037 11.704 531 5.612
Arte e design 2.180 5.205 1.074 2.760
Letterario-umanistico 2.242 5.837 2.758 5.026
Linguistico 1.953 11.247 1.239 7.543
Politico-sociale e comunicazione 8.066 12.206 3.850 7.366
Psicologico 1.829 7.604 1.568 6.864
Economico 19.633 17.164 12.592 12.385
Giuridico 3.700 2.918 38 114
Scientifico 6.050 9.650 5.831 8.431
Informatica e tecnologie ICT 2.893 491 1.381 372
Architettura e ingegneria civile 3.577 2.390 3.288 3.057
Ingegneria industriale e dell’informazione 18.674 6.356 15.198 5.451
Agrario-forestale e veterinario 2.412 2.064 1.415 1.257
Medico-sanitario e farmaceutico 4.777 15.371 2.349 3.839
Scienze motorie e sportive 6.728 3.144 2.320 1.088
Totale 66.278 91.056 43.370 54.904

I dati evidenziano le criticità connesse alle scelte universitarie da parte delle donne. Una delle conseguenze è anche la difficoltà ad entrare nel novero della carriera in ambito universitario.

Nel sistema della formazione superiore e della ricerca la situazione dei docenti è diversa rispetto agli altri sistemi formativi: la presenza femminile è, nel complesso inferiore a quella maschile (ISTATDATI, 2019).
LIVELLO MASCHI FEMMINE TOTALE
Docenti ordinari 10.291 3.394 13.685
Docenti associati 13.535 8.748 22.283
Ricercatori 10.329 9.129 19.458
TOTALE 34.155 21.271 55.426


La presenza femminile tra docenti ordinari, docenti associali e ricercatori si attesta al 38,8%. Ma, mentre si mantiene a livello quasi paritario tra i ricercatori, scende al 28,8% tra i docenti ordinari.

Questa situazione incide anche sulle scelte per la elezione dei rettori. Attualmente sono a capo di università 17 donne su 85 atenei partecipanti alla CRUI (Conferenza dei rettori delle università italiane, peraltro presieduta da una donna) pari al 20%. Le donne guidano università di grande prestigio e di eccellenza riconosciuta a livello internazione da Qs World University Ranking (Politecnico di Milano, Università La Sapienza di Roma, l’Università di Padova) ed una popolazione studentesca di 517.294 individui, incidendo per il 26,4%.

Eppure le carriere delle donne in questo settore sono molto più fragili, il che rende molto più difficile raggiungere ruoli apicali. Il Rapporto ANVUR 2023 sottolinea che la presenza femminile tra i rettori delle università italiane, che pure è andata gradualmente ma costantemente aumentando, costituisce un fenomeno ancora molto limitato.

Lo studio She figures 2018 (pubblicato dalla Commissione europea nel 2019) fornisce una serie di indicatori sulla parità di genere nella ricerca e nell’innovazione a livello paneuropeo. Mira a fornire una panoramica della situazione in materia di parità di genere, utilizzando un’ampia gamma di indicatori per esaminare l’impatto e l’efficacia delle politiche attuate in questo ambito.

Dal Rapporto emerge che si sta verificando un sensibile miglioramento quantitativo di donne che intraprendono la carriera universitaria, ma al contempo permangono criticità nel passaggio tra la formazione e l’avvio della carriera accademica e, ancor di più, verso le posizioni apicali, in cui la disparità di genere è evidente. Per le donne la precarietà è più forte, le retribuzioni sono più basse, hanno maggiori difficoltà ad essere riconosciute come autrici di invenzioni brevettabili e minori opportunità di reperire fondi per le loro ricerche.

18/06/2025

di Gianluca Biggio - Docente di Psicologia delle organizzazioni e della comunicazione all’Università della Tuscia e psicoterapeuta analitico.

Da almeno due decadi ci attendono alcune difficili sfide di salute mentale. Un problema molto importante è focalizzata sui giovani, in particolare quelli di età compresa tra 12 e 25 anni, un periodo spesso indicato come “nuova adolescenza”. Nel secolo scorso l’inizio della pubertà prevedeva una crescita continua sino all’età adulta, che era sancita a 18 anni: oggi invece c’è un tempismo ritardato delle transizioni da adolescenza a giovane. Si è creata un’area dai contorni sfumati che molti chiamano l’area del “giovane adulto”. A questa nuova classe generazionale concorrono il completamento dell’istruzione e le difficoltà delle nuove genitorialità a rappresentare un punto fermo per lo sviluppo dei figli. Già nel 2000 il noto psichiatra italiano Pietropolli Charmet pubblicava un libro intitolato I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida.

È essenziale riconoscere che, nonostante i progressi nella psicoterapia, nelle neuroscienze e negli approcci psicofarmacologici, non ci sono soluzioni rapide per fermare o rallentare l’aumento globale dei problemi di salute mentale nei giovani. Negli ultimi anni, questo aumento è stato particolarmente evidente tra i bambini e gli adolescenti, guidato da fattori come l’incertezza, le crisi e i conflitti nel nostro mondo. Gli episodi degli ultimi tempi vedono un aumento dell’aggressività tra i giovani: i giornali che riportano le battaglie notturne diffusesi da una decina d’anni ne sono una sconcertante prova.

Forse i giovani “fanno rumore” perché non sono visti dalla società? Perché la presenza della coppia genitoriale è sempre più frammentata e traumatica per i tanti figli di separati? Forse i ragazzi sono abbandonati a internet e trovano nei tutorial quello che i genitori non hanno più il tempo di trasmettere presi dalla società iper-performante? La psicoanalista Clara Mucci nel suo libro Riparare il futuro (2024) ci dice che negli ultimi dieci anni la percentuale di giovani “normali” con un attaccamento positivo e fiducioso trasmesso dai genitori sono calati di circa il 30%. Inoltre Mucci afferma: “Infine il numero dei giovani che non studiano, non lavorano e non si impegnano in alcuna attività non è mai stato così alto, mentre rabbia, frustrazione e comportamenti antisociali crescono, insieme ad autodistruttività”.

La prima causa di morte in Italia, ci dice L’ISTAT, per i giovani tra i 15 e 29 anni è l’incidente stradale; la seconda, anche se inferiore come percentuale, è il suicidio; seguono i disturbi alimentari. È impossibile non connettere la crisi dei valori economici e sociali con questa distruttività giovanile mortifera crescente. Quale società abbiamo creato e stiamo creando basate su quali valori? Assistiamo ad un disorientamento della società, una volta liquida e oggi evanescente, narcisisticamente malata e chiusa nei propri scopi autoreferenziali, e ad una crisi genitoriale e generazionale a tutti i livelli.

Mentre alcuni aspetti della vita quotidiana di 12-25 anni di oggi sono nuovi per noi, dobbiamo riconoscere che l’integrazione di una persona nella società è stata a lungo riconosciuta come un periodo di sviluppo di prioritaria importanza (Erikson, 1959). L’idea che l’adolescenza non finisca ordinatamente all’età di 18 anni è in circolazione da decenni ed è talvolta coerente con la nostra “esperienza vissuta”. nel trattamento e nella prevenzione. Ci troviamo quindi di fronte a un gruppo sociale relativamente nuovo e altrettanto importante secondo le indicazioni e gli studi dello psicoanalista americano Erikson, che ha dedicato la sua lunga vita allo studio delle fasi dell’esistenza che si susseguono dalla nascita alla vecchiaia, ognuna con delle sue particolari caratteristiche psicologiche.

Quando si trattano bambini, adolescenti e giovani adulti a rischio di problemi di salute mentale, è bene chiedersi come sarà la salute mentale di questo bambino all’età di 16 anni. Dove dovremmo intervenire per sostenere il loro benessere all’età di 22 anni? In che modo il sistema familiare potrebbe essere in grado di adattarsi alle esigenze del bambino o del giovane e promuovere un cambiamento positivo?

È importante educare i genitori a comprendere meglio il loro ruolo in evoluzione nel mondo moderno e fornire una formazione parentale per aiutarli a modellare la resilienza, affrontare le sfide quotidiane e promuovere il benessere mentale nei loro figli. È necessario sostenere le politiche di salute mentale: difendere le politiche che considerano la salute mentale dei giovani come una finestra critica di opportunità, che dovrebbe essere riconosciuta e promossa ovunque e quando possibile per un sano sviluppo della società

Erikson. E. (1959). I cicli della vita. Continuità e mutamenti. Tad.it Armando, Roma 2018.

Mucci, C. (2024). Riparare il futuro. R. Cortina editore, Milano.

Pietropolli Charmet, G. (2000). I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida. R. Cortina editore, Milano

18/06/2025

di Maurizio Quilici - presidente dell'ISP

E’ questo il tempo dei padri, padri nuovi e diversi da quelli che abitarono i secoli scorsi, padri che ormai sfumano agli occhi delle nuove generazioni come qualcosa di indistinto e sconosciuto. Ma dobbiamo parlare del “tempo dei padri” anche in un altro senso, ossia riferendoci a una vecchia questione: il significato da attribuire al tempo che i padri trascorrono con i propri figli. In sintesi, e usando l’ormai inevitabile lessico anglosassone, quality time o quantity time? Più importante la quantità del tempo che un padre passa con i suoi figli o la qualità, la natura del tempo?

Da quando ci si è cominciati a porre il problema, ossia da quando il tema della paternità è uscito dalla nebbia e dalla trascuratezza per divenire rilevante agli occhi di ogni disciplina, la risposta era pressoché univoca: non conta il quanto ma il come. E in effetti sembrava risposta ovvia: che senso può avere trascorrere ore vicino a un figlio magari senza interloquire, senza relazionarsi con lui? Meglio un periodo più breve ma fatto di dialogo, di partecipazione, di scambio. Concordavo anch’io, e naturalmente lo faccio ancora. Ai padri che a volte mi hanno chiesto cosa fare per il proprio figlio per essere un buon padre ho sempre risposto: non preoccupatevi tanto di fare cose per vostro figlio, quanto di fare cose con vostro figlio. Non importa cosa: che siano cose legate alla vostra attività (un lavoro manuale per un problema domestico, parte del vostro lavoro professionale, un film da vedere, una musica da ascoltare, una escursione, un viaggio… ) o a quella di vostro figlio (i suoi giochi, i suoi compiti scolastici…). Siate vicini a lui negli spazi della vita di tutti i giorni, con una presenza attiva, empatica, partecipe.

Numerose le affermazioni in questo senso di psicologi e pedagogisti. “La pura e semplice quantità di ore è, tuttavia, assai meno significativa della qualità della relazione con i bambini. (…) Il vero problema non consiste nel numero di ore che egli [il padre, n.d.r.] può dedicare al figlio, ma nelle cose che fa con il figlio quando si occupa di lui”. (T. Loschi – G. Vandelli, Essere padre fare il padre, Aloisa Edizioni 1991, p. 146). E ancora: “Essere un buon genitore non significa trascorrere un certo numero di ore con il bambino: ciò che conta è il tipo di relazione che si instaura quando il genitore e il bambino sono insieme” (Rudoplh Shaffer, Decisioni sui problemi socio-familiari riguardanti i bambini, Piccin 1994, p. 230). Queste due frasi – ma potrei citarne numerose altre – riflettono il pensiero di gran lunga dominante fino a pochi anni fa. Più di recente qualche voce dissonante si era fatta per la verità sentire. Nel 2009 lo psichiatra e psicologo Michele Novellino scriveva senza mezzi termini: “E’ del ’68 la mitica auto-convinzione che… non conta la quantità del tempo trascorso con i figli ma la qualità… diciamolo francamente (un po’ ce lo siamo detto tutti noi di quell’epoca): che bel modo di metterci la coscienza a posto!”. (Michele Novellino, L’arco e la freccia, FrancoAngeli, p. 30). Pochi anni dopo, la sociologa Marina D’Amato, chiamando in causa i genitori di oggi che “appaiono scarsamente vocati a impegni costanti e di lungo periodo”, così scriveva: “Si sono persino inventati che la qualità del tempo trascorso con i figli vale molto più della quantità di ore dedicate alla loro educazione” (Marina D’Amato, Ci siamo persi i bambini, Laterza 2014, p. 52). Certo, D’Amato si riferisce non a ore “vuote” ma a ore impegnate nell’educazione; tuttavia ella denuncia chiaramente il quality time come un comodo alibi.

Studi recenti – antropologici e biologici, ma soprattutto legati alle neuroscienze e alla endocrinologia – vanno mettendo in luce aspetti finora trascurati del fattore “quantità”. E’ giusto prenderli in considerazione e riflettervi, anche perché essi hanno effetti su comportamenti sociali, come i congedi di paternità e i congedi parentali, e notevoli implicazioni di carattere psicologico e comportamentale. Un buon aggiornamento su questo tipo di ricerche è costituito dal libro dell’antropologa Sarah Blaffer Hrdy Il tempo dei padri (Boringhieri 2024), recensito nello scorso numero di ISP notizie. Non solo Blaffer giunge alla conclusione che l’uomo (inteso come maschio) è antropologicamente portato all’accudimento e alla cura dei figli, ma evidenzia come la quantità di tempo trascorsa con un bambino (a prescindere dalla qualità) consenta lo sviluppo di qualità ritenute tipicamente materne. Per fare un esempio: finora si è sempre creduto che le madri fossero più capaci dei padri nel distinguere il pianto del proprio neonato, grazie al famoso “istinto materno”. Ma uno studio condotto dall’Università di Lione/Saint-Etienne, diretto dal neuroetologo Nicolas Mathevon e citato da Hrdy, ha dimostrato che la capacità di riconoscere il pianto del proprio bambino (e reagirvi di conseguenza) non dipende dal sesso del genitore, ma dalla quantità di tempo che il genitore trascorre vicino al figlio. Insomma, la maggiore capacità materna sarebbe dovuta al fatto che la madre trascorre molto più tempo con il neonato rispetto al padre. Quanto più tempo il padre trascorre assieme al neonato tanto più si affina la sua capacità di riconoscere il pianto del figlio. Fino ad equiparare la sensibilità materna. Da notare che non conta neppure il rapporto di sangue con il neonato, ma semplicemente la familiarità dell’adulto con il neonato. Ampliando il discorso, Hrdy conclude affermando che “uno stimolo che a livello di specie quasi sempre si rivela cruciale è l’esposizione prolungata a un certo bambino”, tempo per il quale ella ha coniato un acronimo (con ironia riferita a un certo vezzo comune tra gli psicologi scrive: “E finalmente posso inventare anche io un acronimo): TTSC, ovvero ‘tempo trascorso a stretto contatto’”.

Trasformazioni a livello neuroendocrino e cerebrali sono ormai dimostrate nei neo-padri (e persino negli uomini che stanno per diventarlo). Nel caso di chi è divenuto padre queste trasformazioni avvengono dopo una soglia temporale legata al tempo trascorso con il figlio. La durata della vicinanza ha effetti persino durante il sonno, provocando conseguenze a livello endocrino: mentre il padre e il bambino dormono insieme calano i livelli di testosterone nell’uomo – notoriamente collegati all’aggressività – mentre aumentano quelli di ossitocina, che induce una sensazione di benessere e promuove i sentimenti di affetto. Qualcosa di cui andrebbero informati quei giudici che, nella separazione e nell’affidamento, sono pregiudizialmente ostili al pernottamento di un figlio piccolo con il padre.

Insomma, conclude Hrdy: “Quello che so è che più tempo un uomo trascorre con un bambino, più è probabile che il loro legame si rafforzi”. Una affermazione che si raccorda con quella già espressa in precedenza da altri studiosi: quanto più precoce è la vicinanza del padre al figlio tanto più probabile il futuro attaccamento. Per questi motivi in Italia sarebbe opportuno un congruo incremento dei congedi di paternità alla nascita, sull’esempio di molti altri Paesi.

Ce n’è abbastanza – mi sembra – per rivalutare la quantità del tempo che passiamo accanto ai nostri figli. Naturalmente senza trascurare la qualità. E soprattutto tenendo presente un punto che invece è spesso ignorato: come avvertiva la psicoanalista Francoise Dolto, “il tempo non è lo stesso per un bambino e per un adulto”. Diversa è la dimensione, diversa la pregnanza; il significante “tempo” ha significati molto diversi per un bambino e per un adulto. Dolto si riferiva alla assenza del padre, ma lo stesso principio vale, a contrario, per la presenza del padre.

Photos from ISP - Istituto di studi sulla paternità's post 21/01/2024
23/05/2023

Altri tempi, altri migranti

Inviato Speciale | Inviato Speciale del 07/01/2023 | Rai Radio 1 | RaiPlay Sound 08/01/2023

Servizio di RAI RadioUno sulla ricerca ISP "Paternita' e smartworking"

Inviato Speciale | Inviato Speciale del 07/01/2023 | Rai Radio 1 | RaiPlay Sound Inviato Speciale del 07/01/2023 - Inviato Speciale - A cura di Maurizio Isita Ricordo del Papa teologo, di Rita Pedditzi. Covid: c'è un nuovo pericolo cinese? di Giancarlo Rossi. Jhumpa Lahiri, scrittrice e madre, di Silvia Ferreri. Assistenza Alzheimer, di Maria Grazia Putini. Lavoro agile e padri...

Niente bimbi soli su Volotea, "danno per figli di separati" - Sardegna 06/11/2021

Comunicato stampa ISP

Niente bimbi soli su Volotea, "danno per figli di separati" - Sardegna I bambini piccoli devono poter viaggiare da soli in aereo: spesso è l'unica possibilità che hanno per andare a trovare i papà o le mamme separati che vivono in un'altra regione. È uno dei passaggi della lettera inviata alla Regione dall'I.S.P., l'Istituto di Studi sulla Paternità. (ANSA)

28/05/2021
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