10/09/2026
Possiamo considerare l’Aikido un’arte?
Chi osserva l’Aikido per la prima volta vede soprattutto due corpi che si muovono. Una persona attacca, l’altra entra, devia, conduce, proietta. È abbastanza naturale, quindi, pensare innanzitutto a una disciplina fisica, a una forma di difesa o, più semplicemente, a una delle tante arti marziali.
Eppure continuiamo a usare proprio quella parola: arte. Perché?
Probabilmente la prima risposta si trova nella tecnica. Come un musicista deve imparare le note, le scale, gli accordi e acquisire una grammatica prima di potersi esprimere liberamente, così chi pratica Aikido trascorre molto tempo imparando movimenti, distanze, tempi e direzioni. All’inizio osserviamo, imitiamo, ripetiamo. Cerchiamo di riprodurre una forma nel modo più corretto possibile e, per molto tempo, è giusto che sia così.
Ma conoscere perfettamente una grammatica non significa ancora avere qualcosa da dire.
Con gli anni può accadere che quei movimenti, tante volte ripetuti, smettano poco a poco di essere soltanto qualcosa da eseguire e diventino un linguaggio. Due persone possono compiere apparentemente la stessa tecnica e produrre qualcosa di profondamente diverso, perché diversi sono i loro corpi, l’età, l’esperienza, la sensibilità e soprattutto il modo di percepire chi hanno davanti. Un po’ come due pianisti che possono suonare le stesse note senza produrre la stessa musica.
La tecnica rimane, naturalmente, ma quasi si nasconde. Diventa meno visibile proprio perché è stata assimilata. E forse è allora che comincia ad affacciarsi qualcosa che appartiene profondamente all’esperienza artistica: la bellezza.
Troviamo certi movimenti di Aikido semplicemente belli, anche senza saper spiegare bene il perché. Non necessariamente sono quelli più spettacolari o acrobatici, anzi a volte ci colpisce esattamente il contrario: un gesto semplice, essenziale, nel quale per un istante tempo, movimento e intenzione sembrano trovarsi esattamente dove dovrebbero essere.
Due persone che un momento prima rappresentavano un conflitto sembrano improvvisamente diventare parte di un’unica forma. Ed è una bellezza particolare, perché non appartiene completamente né all’una né all’altra: appartiene a ciò che accade tra loro.
A mio modo di vedere sembra proprio qui che l’Aikido comincia ad assumere connotati di poesia.
La poesia, almeno per come la sento, non consiste semplicemente nel mettere insieme belle parole ma è la capacità, attraverso quelle parole, di muovere qualcosa dentro chi le incontra. E non vedo perché un movimento non possa fare altrettanto. Un corpo può comunicare fermezza o delicatezza, potenza o leggerezza, inquietudine o calma. A volte può persino emozionare chi guarda senza che questi conosca il nome della tecnica o sappia esattamente che cosa stia accadendo.
D’altra parte non abbiamo bisogno di conoscere l’armonia musicale per essere commossi da un brano. Allo stesso modo, non abbiamo bisogno di conoscere l’Aikido per percepire la bellezza di un incontro.
E l’incontro presuppone un’altra componente che considero profondamente artistica: la comunicazione.
Nell’Aikido due persone possono dialogare a lungo senza pronunciare una parola: una propone e l’altra ascolta, una modifica qualcosa e l’altra risponde. Una pressione oppure una variazione di direzione o una distanza che improvvisamente si accorcia diventano parti di un vocabolario che non passa attraverso la voce, ma attraverso il corpo.
Prima ancora del fare, arriva quindi il percepire e ciò che percepisco modifica ciò che farò.
Ciò significa che nell’Aikido non posso decidere completamente in anticipo quello che accadrà, perché una parte di ciò che sto per creare appartiene inevitabilmente all’altro. Da questo punto di vista l’Aikido assomiglia forse più all’improvvisazione musicale che a un’opera già scritta: conosco la mia grammatica, conosco il mio strumento, ma devo ascoltare quello che sta accadendo adesso.
E allora coniugo.
Coniugo il mio movimento con quello dell’altro, la mia intenzione con la sua, la fermezza con la morbidezza, il pieno con il vuoto. Non si tratta di cancellare uno dei due termini per far prevalere l’altro, ma di trovare una forma che riesca, anche solo per un momento, a contenerli entrambi.
Fin qui potremmo quasi dimenticare che stiamo parlando di un’arte marziale ma non possiamo farlo, perché c’è una dimensione dalla quale l’Aikido non può essere separato: il conflitto.
Le sue radici affondano in discipline nate per il combattimento e nel suo linguaggio rimangono l’attacco, la difesa, il pericolo, la distanza e la necessità di decidere e di agire. Eppure l’Aikido è stato spesso definito, quasi paradossalmente, una “arte della pace”.
È un’espressione bellissima, ma rischia di diventare retorica se non proviamo a capire che cosa significhi davvero.
La pace dell’Aikido, infatti, non può essere semplicemente assenza di conflitto, infatti se il conflitto non esistesse, non ci sarebbe nulla da trasformare. L’Aikido comincia esattamente nel momento in cui una condizione di equilibrio è già stata interrotta: qualcuno afferra, colpisce o invade uno spazio, esercita una forza, insomma manifesta un’intenzione oppositiva. Il suo punto di partenza, dunque, non è necessariamente l’armonia, anzi, molto spesso è proprio la rottura dell’armonia.
Ed è forse questo a rendere l’espressione arte della pace molto meno ingenua di quanto possa sembrare.
La pace, in questa prospettiva, non è una condizione ideale da immaginare in assenza di contrasti, ma qualcosa da ricercare proprio quando il contrasto è già comparso. Si parte da un evento oppositivo, talvolta persino nefasto, e si cerca, laddove sia possibile, di modificarne il corso.
Se l’altro spinge, non sono necessariamente obbligato a spingere più forte; se invade il mio spazio, non sono necessariamente obbligato a diventare più aggressivo; se cerca lo scontro, posso provare a stabilire una relazione diversa con quella stessa energia.
Naturalmente questo non significa essere passivi, né tantomeno arrendevoli. L’Aikido richiede presenza e capacità di entrare occupando uno spazio e, quando necessario, di esprimere un’azione estremamente netta. La trasformazione non consiste nel fingere che l’attacco non esista, ma nel riconoscerlo pienamente senza sentirsi per questo obbligati a restituirlo nella stessa forma.
E' uno degli aspetti più affascinanti dell’Aikido: non evitare il conflitto, ma provare a cambiarne la destinazione.
Dall’opposizione può nascere una relazione, dallo scontro la possibilità di un incontro o di una conciliazione.
Non sempre sarà possibile, naturalmente, e credo sia importante dirlo, altrimenti l’Aikido rischierebbe di trasformarsi nella promessa ingenua che ogni aggressione possa essere pacificamente ricomposta o che ogni conflitto debba necessariamente concludersi con un abbraccio. No, purtroppo la vita ci insegna che non è così. Esistono situazioni nelle quali occorre semplicemente proteggersi, interrompere un’azione, creare una distanza, impedire che qualcuno possa nuocere.
Ma anche in quei casi emerge una domanda che appare profondamente coerente con l’Aikido: quanto conflitto sia davvero necessario aggiungere al conflitto già esistente?
È questa domanda a rendere meno retorica l’idea di un’arte della pace. La pace non è necessariamente ciò da cui partiamo; può essere la direzione verso cui tentiamo di portare ciò che sta accadendo. Non sempre ci arriveremo, ma possiamo almeno evitare di considerare l’escalation come l’unica risposta possibile.
Allora ecco che il significato della parola arte ritorna e, almeno per me, acquista una luce diversa.
L’arte, in fondo, ha spesso a che fare con la trasformazione, come il musicista che prende il silenzio e lo trasforma in suono, il poeta che prende parole comuni e riesce a farne emozione, il pittore che prende materia, luce e colore e li trasforma in immagine.
L’Aikido lavora su una materia ancora diversa e singolare: la relazione umana nel momento in cui diventa conflitto.
È quella la materia grezza che riceve, e su quella prova a lavorare.
Cerca di entrare nel disordine senza necessariamente produrne altro, di attraversare una forza senza avere come unico obiettivo quello di spezzarla e di proteggere se stessi senza considerare la distruzione dell’altro l’unica forma possibile di vittoria.
Dopo molti anni di pratica, può accadere anche qualcosa che personalmente trovo molto vicino all’esperienza artistica della maturità: si comincia a togliere. Si ricerca meno la forza, diminuiscono i gesti superflui, si attenua la necessità di mostrare. A volte diminuiscono persino le tecniche che sentiamo davvero necessarie. Quello che da giovani avremmo potuto considerare un impoverimento comincia ad apparire, stranamente, come un arricchimento perché, come accade spesso nell’arte, a un certo punto l’essenziale acquista più valore dell’abbondanza.
Allora torno di nuovo alla domanda dalla quale ero partito: perché possiamo definire l’Aikido un’arte?
Non soltanto perché possiede una tecnica raffinata. Lo diventa quando quella tecnica si trasforma in linguaggio e attraverso il corpo impariamo a percepire, ascoltare, e interpretare; quando nell’incontro può comparire qualcosa che riconosciamo come bello; quando un movimento riesce, a volte, a muovere qualcosa dentro chi lo compie e persino dentro chi semplicemente lo osserva.
Soprattutto quando ciò che nasce come opposizione può essere trasformato in qualcosa che, un istante prima, non esisteva.
E' questo il senso più profondo nel quale riesco a pensare all’Aikido come a un’arte della pace: non perché pretenda di eliminare il conflitto dal mondo, ma perché ci abitua a cercare, proprio all'interno del conflitto, una possibilità di trasformazione.
Perchè l’arte, in tutte le sue forme, prendendo quel che c’è ci permette di intravedere ciò che potrebbe esserci.
Roberto Martucci
𝘍𝘰𝘯𝘵𝘦: 𝘈𝘪𝘬𝘪𝘥𝘰 𝘒𝘢𝘴𝘩𝘪𝘯 𝘉𝘭𝘰𝘨