27/05/2026
XVII CONGRESSO NAZIONALE ISIPSÉ
LA MIA
PER LA TUA VITA
VITALITÀ E DOLORE NELLA RELAZIONE CLINICA
Sabato 30, domenica 31 maggio e 1 giugno 2026
SIRACUSA ORTIGIA, Hotel Ortea Palace, via Nazario Sauro s.n.
Con la partecipazione di
HAZEL IPP
Partecipazione in presenza
PRESENTAZIONE
Un nuovo incontro col Tragico a Siracusa, una proposta che il nostro Istituto coltiva ormai da più di vent’anni nella convinzione che entrando nello spazio e nel tempo del tragico si possa apprendere molto per la clinica psicoanalitica.
L’ISIPSÉ si ritrova a Siracusa in un Congresso residenziale, per la sesta volta dal 2004, intorno alle rappresentazioni tragiche proposte dall’INDA al Teatro Greco per riconoscere e rinnovare le ragioni formative e lo spirito innovativo del suo essersi costituito come contesto che valorizza il dialogo sull’esperienza clinica e la comparazione di differenti valenze teoriche. Hazel Ipp sarà la nostra ospite internazionale, rinnovando ancora una volta il suo particolarissimo interesse
per il teatro tragico e per la nostra comunità. Proseguendo sul terreno, già sperimentato negli anni passati, dell’incontro rispettoso tra psicoanalisi contemporanea e tragedia quest’anno incontriamo le vicende di Antigone di
Sofocle, e quelle di Alcesti di Euripide. Il titolo del nostro congresso fa cadere l’accento sulla parola vita, ma il suo cuore relazionale sta nell’avverbio “per”, che dà alla frase il suo tono così denso e così tragico.
Nella tragedia, come nella psicoterapia, si esprime sempre una presenza umana in quanto mia, o sua, o nostra; non si prescrive né si teorizza, ma si affronta la vita in situazione. Nella tragedia si è coinvolti in vicende-limite ma, come in psicoterapia, si tratta sempre di comunicazioni personali in un rapporto interumano, “tra-noi”.
Nessun nostro possesso è più prezioso della vita. E non si tratta neppure di un possesso, ma di un sentire, in fondo, di un sentimento di esserci, di essere vivi e vitali. Sentimento fragile, destinato a sfuggirci con la morte e sempre esposto
alle vicende stesse della vita: al potere, alla guerra, al caso, all’amore, in tutte le sue declinazioni, altruistiche, erotiche, appassionate, tenere o violente. Le tragedie di quest’anno, Antigone ed Alcesti, aiutano a far luce sul nesso indistricabile tra la ostra vita e le vite degli altri; vite esposte alla morte, tragicamente abitate da vincoli di sangue, da colpe transgenerazionali, dalle leggi della comunità di appartenenza, da generosi obblighi d’ospitalità, dai benefici e dai traumi della nostra esistenza sociale e comunitaria.
Quando, molti anni fa, sono iniziati i nostri giorni di congressi a Siracusa è avvenuto, fin da subito, un incontro particolare. Come se la tragedia fosse venuta a cercarci e
noi, psicoanalisti rispettosi, ci fossimo lasciati trovare nei luoghi dove s’intrecciano il tragico dell’esistenza, la speranza possibile e la creatività costruita insieme. I luoghi delle vite dei pazienti e delle nostre. E questo incontro si rinnova ogni volta e ci aiuta a spostarci da rigide domande dicotomiche, tipo: “Chi ha ragione?” verso:
“Per quale ragione?”, “Per quante ragioni?”, “Per quante ragioni e torti intrecciati così stretti, da non potere a volte essere districati?”. Quest’anno incontreremo Antigone e Alcesti. Storie di due donne e di tanti uomini. Storie di leggi divine, mane, giuste e ingiuste, rispettate, rispettabili, violabili; leggi degli affetti e
delle responsabilità declinate in modo diverso dai protagonisti delle due tragedie. Storie di irrigidimenti senza mediazioni, dove la ferocia non può che generare altra ferocia e lutti. Storie di genitori diversi tra loro e di figli protetti o non visti. Storie di accoglienze che generano accoglienze. Storie di giovani e di vecchi che rimarranno soli per non aver saputo amare le idee diverse dei loro figli. Ci piace pensare che ci
siano storie, ancora tante, da aggiungere a ciò che è scritto. “La storia”, come ogni vita umana, “è il campo della possibilità nel regno della necessità”. Quando la necessità è massima e la possibilità tende a zero, quando le posizioni dei protagonisti si polarizzano, le rotture si radicalizzano nello scontro frontale
e le mediazioni e le riparazioni sono rese impotenti, quello è il momento culminante in cui il tragico si consuma. Come sempre, nelle tragedie, ci troviamo di fronte a mille possibilità, non considerate, non cercate, non sperimentate. Tutti sappiamo bene come finirà, senza altre possibilità. Eppure, forse anche per questo, la tragedia può alimentare il nostro lavoro di clinici: tentare, con rispetto, pudore, limiti e correzioni continue, di provare a riscrivere piccoli tratti di storie (e destini) che ci apparirebbero già scritti e non mutabili. E tutto questo può muoversi verso e dentro una possibile, sempre diversa idea di speranza. Se la conoscenza filosofica nasce dalla meraviglia, quella della tragedia nasce dal pathos. In questo senso la
psicoterapia è prossima alla tragedia, perché “meraviglioso e terribile è l’uomo”, ma è vicina anche alla filosofia, alla letteratura e all’arte, nella loro vitalizzante capacità di meraviglia per le vicende umane, grandiose o orribili.
Forse per questo, insieme alla meraviglia dei luoghi, ci è venuta in mente la parola incanto; forse perché proviamo, grazie a Siracusa e alle sue storie, ad alimentare l’incanto per le vite che abbiamo il delicato privilegio di incontrare e anche, un po’, di prendercene cura.
29/03/2026