26/03/2026
20 ANNI PROGETTO MOMU
Le origini della rivoluzione e il primo contatto
Nel 2005, all’alba del nuovo fermento che di lì a poco sarebbe esploso, ovvero quando ho conosciuto i primi praticanti, la situazione era la seguente: si erano già costituite le prime due associazioni per tutelare la promozione del parkour - AS Parkour.it a Roma e APKI a Prato - a cui si aggiunse la mia con il progetto MoMu; il resto erano semplici gruppi “crew” di praticanti isolati e molto giovani.
Le città più in fermento in quel frangente erano Roma, Milano, Torino, Napoli e piccole cittadine come Bolzano, Prato, Bergamo, Trani, Turbigo, Lodi. Senza social e con i grandi limiti di internet dei primi anni 2000, molti giovani rivoluzionari rimanevano all’ombra delle proprie città o del proprio quartiere. Grazie però all’ottimo lavoro di Parkour.it e APKI.it che pubblicarono da subito i primi due siti dedicati alla promozione e tutela del parkour, si organizzarono i primi raduni nazionali con la conseguente possibilità di mettere in contatto i praticanti, conoscere i fondatori francesi e condividere le proprie esperienze. I primi passi lasciarono, pertanto, grandi impronte e i praticanti iniziarono a tessere i primi fili di una rete che in breve tempo diede la possibilità ad ogni ribelle d’Italia di ricevere informazioni corrette nonché i primi rudimentali strumenti per eseguire una pratica consapevole e sicura.
Il parkour, insomma, cominciava ad unire e trasformare la città.
Ma non bastava.
Fortuna che tra i ribelli c’erano le persone giuste. Sia Parkour.it che APKI.it, infatti, curavano con molta attenzione la tutela del corretto messaggio che il parkour doveva trasmettere, e alcuni tra i praticanti più grandi sentivano fortemente la responsabilità di porsi quali validi esempi. Con soddisfazione osservavo che c’era la volontà a fare bene ma mancava l’unità necessaria.
Quando conobbi il presidente di Parkour.it Stefano Pulcini capii subito che sapeva esattamente cosa stesse facendo e che le sue capacità erano evidenti, nonostante la giovane età, ma non c’era collaborazione con APKI: le due associazioni si relazionavano come competitors e durante i primi anni si mossero individualmente seppure con idee affini.
Parkour.it in breve tempo divenne il portale italiano di riferimento per i praticanti che, finalmente, anche se in diverse città, potevano incontrarsi nelle prime chat room dedicate e discutere, scambiarsi consigli e informazioni o anche solo coinvolgere semplici curiosi affascinati dalla nuova scoperta.
Il movimento era in crescita esponenziale ma servivano azioni sul territorio per contenere e veicolare in modo corretto tutta questa energia e sebbene le azioni da fare per raggiungere questo obiettivo fossero, sulla carta, semplici era impossibile negare che fossero al contempo complesse.
Se da una parte per me era indispensabile dimostrare che il parkour non era affatto un fenomeno giovanile al limite tra il rischio sconsiderato e la moda del momento, ma uno strumento in grado di trasformare le strade delle periferie da luoghi a rischio emarginazione sociale a luoghi di crescita, socializzazione e tutela del territorio, dall’altra parte sembravano più interessati ad altri aspetti più “tecnici”.
In particolare, due erano gli argomenti che più accendevano gli animi: la non competizione e l’acrobatica.
La non competizione era forse la cosa più ridicola di cui sentivo dibattere; se da un lato, infatti, tutti si dichiaravano non competitivi, dall’altro ho personalmente assistito a innumerevoli scontri su chi fosse stato il primo a praticare, il primo ad insegnare, il primo a scoprire il parkour.
Per quanto atteneva all’acrobatica, invece, il nodo era legato al fatto che chi non la sapeva fare la criticava giudicandola inutile ai fini della essenzialità della disciplina, e chi la sapeva fare la esaltava perché divertente e spettacolare. Ciò su cui però c’era piena sintonia era la necessità di far riconoscere il parkour come una pratica sportiva, in primo luogo per evitare di essere fermati o inseguiti dalla polizia, e in secondo luogo per poterla insegnare liberamente.
Dal mio canto, l’esperienza che avevo maturato nei lunghi anni di attività associativa, sportiva e agonistica e nella promozione del Kung Fu, in qualità di tecnico federale CONI, mi rendeva consapevole che in Italia dovevamo seguire un iter ben definito per poter ottenere il riconoscimento del parkour, e che il valore sportivo e sociale di questa disciplina erano gli aspetti più importanti da valorizzare per presentarlo.
Cosa fare allora?
Primo: i gruppi informali dovevano trasformarsi in associazioni o unirsi ad associazioni già costituite per poter raggiungere numeri maggiori di persone e censire i praticanti. In quegli anni non c’era differenza tra associazione sportiva o culturale e non servivano titoli per registrare un Associazione. Farlo sarebbe stato facile e poco oneroso
Secondo: dovevamo poter riconoscere e tutelare i ragazzi che si impegnavano nella promozione con una sorta di qualifica o corso di formazione. All’epoca per poter operare all’interno di una associazione con bambini e ragazzi era necessario almeno aver fatto un corso da animatore. Conseguirlo non sarebbe stato particolarmente difficile, bisognava sondare gli enti di promozione e cercare il più adatto.
Terzo: dovevamo far riconoscere il parkour come uno sport così da poter assicurare le associazioni e i praticanti. (Io, ad esempio, ai fini assicurativi, tesseravo i miei primi allievi come atleti di kung fu che sostenevano il progetto MoMu). Qui le difficoltà aumentavano e l’opinione pubblica ancora non comprendeva bene ciò che vedeva o di cui sentiva parlare.
La strategia, a questo punto, era una sola: far vedere e parlare del solo vero parkour. Affidarlo alle persone giuste.
E questo accade nel 2006.