MOMU

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momu (movimento-mutamento) è il progetto dell'associazione non profit I Ching

momu promuove la pratica sportiva del parkour freerunning

Obiettivi sociali: aggregazione giovanile e riqualificazione di spazi urbani periferici

03/04/2026

20 ANNI PROGETTO MOMU
Conclusioni

Oggi a 55 anni continuo a fare il mio mestiere, allenare nuove generazioni di ragazzi/e, portare avanti il progetto momu e così come all'origine di questa storia praticare quello che insegno nonostante le difficoltà che per uno sportivo, comporta superare i 50 anni.

Non ho mai praticato parkour per fare soldi - del resto, ero l’unico che già lavorava nello sport da professionista - ma sin da sempre ho cercato con il parkour solo di offrire opportunità a tutti i ragazzi che incontravo nella pratica.

Con il guadagno del primo lavoro commerciale fatto ho comprato, per migliorare gli allenamenti, una struttura in tubi che si poteva spostare e modulare a piacimento, sempre messa a disposizione di tutti quelli che mi conoscevano o che venivano a trovarmi per provarla.

Non ho mai cercato la gloria, i miei momenti li avevo già vissuti con le arti marziali e ne ero appagato, e anche se sono molto competitivo, nei confronti degli altri praticanti, tutti più inesperti e ancora troppo giovani, mi sono costantemente relazionato non per emergere ma per condividere la mia visione del parkour.

Il successo della collaborazione con Parkour.it è stato dovuto dall’avere una visione condivisa e dal rispettare le reciproche competenze, a semplice dimostrazione che l’unione, quando è stretta senza doppi fini, permette di avere una forza che da soli difficilmente si sarà in grado di raggiungere. Purtroppo, però, l’interesse personale ha trasformato le collaborazioni in competizioni. E la crescita in termini numerici di alcune di queste nuove associazioni ha portato i più esuberanti del gruppo degli ex atleti, ora tutti coach esperti, a pensare di avere meriti esclusivi, frutto di capacità personali e non anche (se non, soprattutto) del lavoro silente svolto dietro le quinte da chi si è sempre adoperato per costruire occasioni di visibilità e popolarità che andassero a vantaggio del movimento del parkour in quanto tale, abbattendo reticenze, pregiudizi e limiti, e veicolando un messaggio sano legato alla pratica.

Senza di noi, senza la nostra caparbietà e senza quella “visione” che ci ha distinto anche quando tutto intorno era solo buio e desistere poteva essere una opzione, sarebbero rimasti tutti invisibili.

Ne è valsa davvero la pena, vi chiedo?

31/03/2026

20ANNI PROGETTO MOMU
Successi e insuccessi

Se il tutto funzionava alla perfezione non era certo per pura casualità ma perché (ancora una volta) c’erano le persone giuste al posto giusto: un esperto di comunicazione che si occupava di comunicazione e degli eventi, un gruppo di creativi professionali che preparava i contenuti multimediali, un tecnico professionista con esperienza che supervisionava l’operatività sul campo e un gruppo di atleti preparati che esibiva le potenzialità della pratica.

Ma nel momento in cui unire il movimento era l’unica cosa sensata da fare, incominciarono i primi problemi.

Alcuni tra gli atleti iniziarono ad avere una sorta di crisi d’identità, e vista la facilità con cui ci eravamo mossi, dimenticando di considerare i ruoli e le competenze, tutti pensarono di poter fare tutto. E fu così che atleti che avrebbero dovuto dedicarsi esclusivamente alla cosa più divertente, ossia la pratica, per migliorare e potenziare le loro abilità, pretesero di voler fare i tecnici, organizzare eventi e occuparsi di comunicazione.

Mai errore più grande si sarebbe potuto commettere!

Nel giro di pochi anni una miriade di associazioni nate dalla scissione di altre e nuove organizzazioni si misero all’opera. Il risultato fu un vero disastro: eventi di basso valore comunicativo, organizzati alla meno peggio e con responsabili improvvisati fecero il resto.

La superficialità e l’arroganza di pochi creò un enorme danno a tutto il movimento, e a dimostrarlo è il fatto che oggi di tutte quelle associazioni e organizzazioni non è rimasto nulla.

Personalmente riconosco di aver sottovalutato quella nuova tendenza, convinto più che mai che il riconoscimento del progetto nel suo insieme fosse il solo obiettivo comune, che si rispettassero i ruoli di chi stava mettendoci la faccia e la propria professionalità e che ci si muovesse tutti nella stessa direzione. Invece l’ego ipertrofico di alcuni stava già minando le basi di tutto quanto era stato fatto fino a quel momento. I più stupidi iniziarono una campagna denigratoria nei confronti di Parkour.it insinuando interessi economici e personali che mercificavano la purezza della disciplina, poi gli attacchi si rivolsero direttamente a Stefano, reo di non praticare come se la sua attività dietro le quinte al timone di Parkour.it non avesse permesso a tutti di arrivare al punto in cui ci trovavamo; altri, più sleali, si mossero nell’ombra sfruttando la visibilità che gli veniva offerta per fini puramente personali o per semplice vanità, infine arrivarono i neo dottori in Scienze motorie convinti che il loro titolo li abilitasse automaticamente come esperti professionisti della disciplina.

Insomma: si era partiti investendo su una organizzazione a sviluppo orizzontale, si stava arrivando alla dimensione verticistica di una fantomatica piramide.

Del resto, ho purtroppo visto e ascoltato personalmente tanti ragazzi riempirsi la bocca di paroloni e concetti filosofici che osannavano la non competizione, la purezza, la condivisione, la crescita e l’utilità ma che, in fondo, non hanno mai capito l’importanza di dimostrarli con i fatti, di praticare e vivere proprio secondo quei concetti, di fornire il giusto esempio anziché fare danni.

La verità è che nessuno si rendeva conto che i risultati ottenuti erano principalmente dovuti all’ottimo lavoro fatto da tutta la squadra di Parkour.it che organizzava gli eventi e la promozione, e non dall’abilità di chi semplicemente praticava, si esibiva e giocava a fare la super star, anche perché - duole dirlo - nonostante le potenzialità nessuno dei “super” atleti italiani è riuscito a esprimersi ad alto livello in Italia come nel resto d’Europa, lì dove ancora oggi, invece, girano le vere stelle del parkour.

E oggi, a guardare i traguardi raggiunti durante quei cinque anni di collaborazione con Parkour.it, è indubbio costatare che sono stati proprio loro ad aver permesso al movimento italiano di prendere forma, e a trarne beneficio è stato ogni praticante sebbene a riconoscerne i meriti, col senno di poi, sono stati veramente in pochi. Le continue insinuazioni a carattere commerciale e personale pilotate contro Stefano e Parkour.it, il silenzio di chi sapeva la verità ma preferì non prendere posizione, ottennero il solo risultato di spegnere l’entusiasmo che ci permetteva di affrontare tutto quel lavoro pur senza guadagnarci e di desistere dall’organizzare un nuovo raduno nazionale, dimostrando al contempo come nessuno altro, però, fosse in grado di offrire e replicare eventi di quella portata.

28/03/2026

20 ANNI PROGETTO MOMU
Quello che nessuno vi dirà sul parkour.

2006 Grazie alla collaborazione di due associazioni e a una manciata di pionieri, la rivoluzione del parkour in Italia ha raggiunto il suo massimo fulgore durante i primi 5-6 anni di vita.

Tra i giovani ribelli emergeva un gruppetto di ragazzi poco più che ventenni, studenti universitari o neo laureati, alcuni ex atleti di ginnastica, arti marziali, breakdance, in tutto una decina. Pochi ma con le giuste competenze. La fortuna, al tempo, fu trovarli quasi tutti nell’associazione Parkour.it. Il presidente, Stefano Pulcini, da poco laureato in scienze della comunicazione sapeva come usare il suo parkour, e già nel 2005 insieme a quattro amici aveva organizzato il primo raduno nazionale a Roma con un ospite francese ottenendo attenzione anche dalla stampa.

Oggi Stefano lavora in una delle maggiori agenzie di comunicazione di Roma. Con lui a gestire la comunicazione e contenuti, Giorgio Rossi ed Emanuele Raini, ad occuparsi di grafica e video, i ragazzi di LivelloG Luca della Grotta e Marco Bersani, entrambi attualmente impegnati del campo dell’animazione 3d per la realizzazione di film di animazione ed effetti speciali per il cinema. Anche il loro parkour era potente.

Poi c’erano gli ex atleti, 6-7 ragazzi dalla fisicità possente la cui pratica metteva bene in mostra le potenzialità (del loro) parkour. Quello che però mancava loro era un tecnico sportivo adulto che desse più credibilità e struttura alla loro veemenza ancora poco disciplinata e, in tal senso, io avevo le qualifiche e l’esperienza giusta per eventualmente ricoprire questo ruolo di guida: il mio parkour, infatti, era il pezzo mancante e fu così che ebbe inizio la mia collaborazione, in qualità di tecnico sportivo e coordinatore, con Parkour.it, forte anche del fatto che all’epoca ero l’unico in possesso di una qualifica sportiva che mi permettesse d’insegnare e di ricoprire il ruolo di Responsabile Tecnico per gli eventi.

Gli ingredienti, ora, c’erano davvero tutti… Non bisognava fare altro che mettersi all’opera!

Fu così che ogni anno si iniziò ad organizzare un raduno nazionale in grande, per due volte all’interno del Foro italico, sostenuti da sponsor illustri come Vibram e Adidas che finanziavano gli eventi e regalavano attrezzature, coinvolgendo in qualità di ospiti tutti i più spettacolari atleti europei di parkour e i gruppi più autorevoli e operativi nella promozione a livello mondiale, ovvero gli Yamakasi francesi e gli Urban free flow e i Parkourgeneration inglesi. Per diverso tempo si è riusciti a mantenere alto il livello di attenzione da parte dei media e delle Istituzioni, il materiale video delle presentazioni e degli eventi era di qualità, il gruppo era ben bilanciato e il tutto appariva molto professionale.

Nel giro di pochi anni, insomma, si era riusciti a dare un’immagine più corretta del parkour, la stessa polizia si dimostrava più tollerante nei nostri confronti e i valori che cercavamo di trasmettere incominciavano ad essere condivisi anche da alcuni amministratori pubblici.

Nel 2007 incominciammo ad avere accesso alle palestre delle scuole grazie a un accordo siglato, prima, tra Parkour.it e la provincia di Roma, poi con vari Municipi, quindi a presentare il parkour agli studenti organizzando incontri, dibattiti, esibizioni, infine attivando veri e propri corsi di preparazione.

Il quarto raduno nazionale di Parkour.it fu organizzato in collaborazione con l’università di Roma2 e il VI Municipio a Tor Vergata e Tor Bella Monaca: si cercò di fare rete con tutte le realtà che operavano sul territorio (anche quelle che sapevamo remassero contro) e riuscimmo a coinvolgere una trentina tra praticanti adulti ed esperti per far fare loro da tutor ai partecipanti e da assistenti agli ospiti internazionali.

Il successo fu enorme e a sancirlo arrivarono le dichiarazioni del preside della facoltà di Scienze motorie, il prof. Antonio Lombardo, che elogiò pubblicamente il parkour come strumento che tutti i ragazzi avrebbero dovuto utilizzare per crescere e per valorizzare il territorio in cui veniva praticato.

Nel VI municipio di Roma, di conseguenza, si decise di organizzare anche il quinto raduno nazionale ed altri eventi internazionali a sfondo sociale, e fu così che Tor Bella Monaca per qualche anno non fu più associata soltanto al disagio e alla criminalità ma divenne un luogo che attirava i praticanti di tutta Roma.

Nel 2010, nell’arco di soli 5 anni, la situazione italiana appariva completamente diversa rispetto agli esordi. L’immagine del parkour aveva trovato la sua giusta definizione, il nostro lavoro era apprezzato anche a livello europeo, i rapporti con i fondatori francesi e i Parkour generation inglesi erano solidi, il movimento europeo si espandeva anche oltre oceano e fummo invitati ai primi eventi in Francia che radunavano praticanti da tutto il mondo… insomma, eravamo al centro di un fenomeno senza confini e sembrava davvero ce l’avessimo fatta a centrare il nostro obiettivo… ma forse era tutto troppo bello perché potesse durare a lungo…

26/03/2026

20 ANNI PROGETTO MOMU
Le origini della rivoluzione e il primo contatto

Nel 2005, all’alba del nuovo fermento che di lì a poco sarebbe esploso, ovvero quando ho conosciuto i primi praticanti, la situazione era la seguente: si erano già costituite le prime due associazioni per tutelare la promozione del parkour - AS Parkour.it a Roma e APKI a Prato - a cui si aggiunse la mia con il progetto MoMu; il resto erano semplici gruppi “crew” di praticanti isolati e molto giovani.

Le città più in fermento in quel frangente erano Roma, Milano, Torino, Napoli e piccole cittadine come Bolzano, Prato, Bergamo, Trani, Turbigo, Lodi. Senza social e con i grandi limiti di internet dei primi anni 2000, molti giovani rivoluzionari rimanevano all’ombra delle proprie città o del proprio quartiere. Grazie però all’ottimo lavoro di Parkour.it e APKI.it che pubblicarono da subito i primi due siti dedicati alla promozione e tutela del parkour, si organizzarono i primi raduni nazionali con la conseguente possibilità di mettere in contatto i praticanti, conoscere i fondatori francesi e condividere le proprie esperienze. I primi passi lasciarono, pertanto, grandi impronte e i praticanti iniziarono a tessere i primi fili di una rete che in breve tempo diede la possibilità ad ogni ribelle d’Italia di ricevere informazioni corrette nonché i primi rudimentali strumenti per eseguire una pratica consapevole e sicura.

Il parkour, insomma, cominciava ad unire e trasformare la città.

Ma non bastava.

Fortuna che tra i ribelli c’erano le persone giuste. Sia Parkour.it che APKI.it, infatti, curavano con molta attenzione la tutela del corretto messaggio che il parkour doveva trasmettere, e alcuni tra i praticanti più grandi sentivano fortemente la responsabilità di porsi quali validi esempi. Con soddisfazione osservavo che c’era la volontà a fare bene ma mancava l’unità necessaria.

Quando conobbi il presidente di Parkour.it Stefano Pulcini capii subito che sapeva esattamente cosa stesse facendo e che le sue capacità erano evidenti, nonostante la giovane età, ma non c’era collaborazione con APKI: le due associazioni si relazionavano come competitors e durante i primi anni si mossero individualmente seppure con idee affini.

Parkour.it in breve tempo divenne il portale italiano di riferimento per i praticanti che, finalmente, anche se in diverse città, potevano incontrarsi nelle prime chat room dedicate e discutere, scambiarsi consigli e informazioni o anche solo coinvolgere semplici curiosi affascinati dalla nuova scoperta.

Il movimento era in crescita esponenziale ma servivano azioni sul territorio per contenere e veicolare in modo corretto tutta questa energia e sebbene le azioni da fare per raggiungere questo obiettivo fossero, sulla carta, semplici era impossibile negare che fossero al contempo complesse.

Se da una parte per me era indispensabile dimostrare che il parkour non era affatto un fenomeno giovanile al limite tra il rischio sconsiderato e la moda del momento, ma uno strumento in grado di trasformare le strade delle periferie da luoghi a rischio emarginazione sociale a luoghi di crescita, socializzazione e tutela del territorio, dall’altra parte sembravano più interessati ad altri aspetti più “tecnici”.

In particolare, due erano gli argomenti che più accendevano gli animi: la non competizione e l’acrobatica.

La non competizione era forse la cosa più ridicola di cui sentivo dibattere; se da un lato, infatti, tutti si dichiaravano non competitivi, dall’altro ho personalmente assistito a innumerevoli scontri su chi fosse stato il primo a praticare, il primo ad insegnare, il primo a scoprire il parkour.

Per quanto atteneva all’acrobatica, invece, il nodo era legato al fatto che chi non la sapeva fare la criticava giudicandola inutile ai fini della essenzialità della disciplina, e chi la sapeva fare la esaltava perché divertente e spettacolare. Ciò su cui però c’era piena sintonia era la necessità di far riconoscere il parkour come una pratica sportiva, in primo luogo per evitare di essere fermati o inseguiti dalla polizia, e in secondo luogo per poterla insegnare liberamente.

Dal mio canto, l’esperienza che avevo maturato nei lunghi anni di attività associativa, sportiva e agonistica e nella promozione del Kung Fu, in qualità di tecnico federale CONI, mi rendeva consapevole che in Italia dovevamo seguire un iter ben definito per poter ottenere il riconoscimento del parkour, e che il valore sportivo e sociale di questa disciplina erano gli aspetti più importanti da valorizzare per presentarlo.

Cosa fare allora?

Primo: i gruppi informali dovevano trasformarsi in associazioni o unirsi ad associazioni già costituite per poter raggiungere numeri maggiori di persone e censire i praticanti. In quegli anni non c’era differenza tra associazione sportiva o culturale e non servivano titoli per registrare un Associazione. Farlo sarebbe stato facile e poco oneroso

Secondo: dovevamo poter riconoscere e tutelare i ragazzi che si impegnavano nella promozione con una sorta di qualifica o corso di formazione. All’epoca per poter operare all’interno di una associazione con bambini e ragazzi era necessario almeno aver fatto un corso da animatore. Conseguirlo non sarebbe stato particolarmente difficile, bisognava sondare gli enti di promozione e cercare il più adatto.

Terzo: dovevamo far riconoscere il parkour come uno sport così da poter assicurare le associazioni e i praticanti. (Io, ad esempio, ai fini assicurativi, tesseravo i miei primi allievi come atleti di kung fu che sostenevano il progetto MoMu). Qui le difficoltà aumentavano e l’opinione pubblica ancora non comprendeva bene ciò che vedeva o di cui sentiva parlare.

La strategia, a questo punto, era una sola: far vedere e parlare del solo vero parkour. Affidarlo alle persone giuste.

E questo accade nel 2006.

22/03/2026

20 ANNI DI PROGETTO MOMU
Perché il Parkour è stato una rivoluzione culturale?

Parlo di rivoluzione culturale, in primis perché la prima generazione di praticanti era davvero composta da ribelli, ovvero giovani tra i 15 e i 20 anni, stanchi e annoiati dalla monotonia della vita in quartieri dormitorio e privi di strutture sportive pubbliche e aree verdi attrezzate, i quali hanno iniziato a usare l’ambiente urbano come un enorme playground in cui poter dar sfogo alle proprie energie, acquisire nuove capacità motorie e allenare la propria mente a uscire fuori dagli schemi combattendo la noia e le insidie dello “sballo” quale unica possibilità per divertirsi.

Nel mio caso specifico, all’epoca avevo 35 anni, ero un ex campione di arti marziali e maestro di kung fu, gestivo un’associazione che promuoveva le arti marziali e gli sport non convenzionali, e il problema che mi si presentava ogni anno, alla chiusura delle palestre per la pausa estiva, era trovare un’attività complementare che mi consentisse di non restare fermo e mantenermi attivo fisicamente. In quegli anni ero solito trasferirmi al mare in strutture turistiche attrezzate dove lavoravo come responsabile sportivo e performer di arti marziali, avevo modo di praticare molti sport acquatici e da spiaggia - surf, wind surf, body board, frisbee freestyle e qualsiasi altra attività sportiva o di ginnastica si potesse praticare all’aperto - ma, lavorando, avevo poco tempo da dedicare alle attività che più mi interessavano e, cosa ancora più importante, la pratica di molti di questi sport era strettamente legata alle condizioni meteorologiche che dovevano essere favorevoli.

Il parkour rompeva tutte le regole ed era gratis, se volevi allenarti non avevi bisogno più di nulla uscivi di casa ed era già tutto lì. Proponeva una nuova visione creativa di quel che si poteva fare e non fare in strada, ti spingeva a superare il limite fisico imposto dalle convenzioni per ricercare il proprio, ti offriva piena libertà d’interpretazione e contaminazione. Eri libero di poterti esprimere attraverso il movimento ed interpretare la tua città, il tuo quartiere o la tua strada.

Impostosi subito come un movimento spontaneo partito dal basso, creato dalla condivisione dei primi praticanti, dall’incontro con i pionieri francesi, dal bisogno di ridisegnare la città e i suoi quartieri in una visione positiva e dinamica, ha riacceso, in tutti coloro che vi si avvicinavano incuriositi, la voglia di uscire in strada e condividere questa scoperta, di correre, saltare, arrampicarsi e cercare nuovi punti di vista e nuovi angoli della propria città da trasformare in punti di ritrovo, aree di pratica e di socializzazione.

E in molti vi hanno tratto beneficio, imparando anche ad affrontare le sfide della vita, quelle che poi li ha portati ad essere degli sportivi professionisti, o a intraprendere strade totalmente nuove che li ha visti affermarsi come artisti, medici, ingegneri, esperti di comunicazioni, piloti… e la motivazione di tutto ciò è semplice: i veri campioni del parkour non hanno coppe e medaglie da esibire, ma è ciò che sono diventati evolvendosi il loro maggior premio di cui andare fieri!
Ed è per me motivo di grande soddisfazione constatare che in questi 20 anni con molti sono rimasto in contatto avendo condiviso passioni da cui sono nati legami, mentre purtroppo di altri resta solo un affettuoso ricordo non essendo più in vita.

E se anche il parkour moderno ha perso quella scintilla di rivoluzione considerarlo uno sport è sbagliato, rischiare che venga segregato in palestre è una sconfitta. In ambito sportivo al massimo può essere considerata un’attività complementare allo sport un protocollo di allenamento urbano che tutti gli atleti a prescindere dalle diverse discipline sportive dovrebbero praticare.
La rivoluzione del parkour era di liberarci dalle barriere e non di rinchiuderci in un recinto.

20/03/2026

20 ANNI DI PROGETTO MOMU
Nel 2025 ho festeggiato con la mia associazione i 20 anni del progetto MoMu, movimento e mutamento, due facce della stessa medaglia che ben rappresentano l’essenza della pratica di una disciplina sportiva: il movimento che ne raffigura la dinamicità e il mutamento che rappresenta l’evoluzione del praticante che, tramite lo sport, cresce, si adatta e si migliora.

Il progetto MoMu è stato ispirato dalla rivoluzione culturale e poi sportiva del parkour - anche detto free-running o ADD o in qualsiasi altro modo si voglia chiamare questo fenomeno – che nei primi anni 2000 stava già muovendo i primi passi in tutta Europa e che in breve tempo avrebbe cambiato in modo radicale il vivere e l’esplorare la propria città attraverso una modalità più sana, dinamica, immediata e sicuramente divertente.

Agli stessi miei occhi di esordiente il parkour si palesava come un’attività da praticare ovunque, in qualsiasi momento, in perfetta sintonia con il kung fu in stile Jackie Chan, e - cosa bellissima - senza dover portare attrezzature ingombranti e costose: con un solo paio di scarpe era possibile praticare ovunque si individuasse un’area da scoprire o idonea a esercitarsi. Nel giro di pochi mesi il mio quartiere da squallida periferia degradata si era, così, trasformato in una moltitudine di aree perfette per allenarsi. Insomma, era diventato la mia palestra prediletta!

Suo indubbio punto di forza è il non essere un semplice sport ma uno strumento già a disposizione di tutti, di cui, però, fino a quel momento non erano ancora state chiare le potenzialità di utilizzo in un contesto urbano. Di qui la necessità avvertita in prima persona, e poi insieme ai primi “ribelli” che intanto iniziavano a riconoscersi intorno a questa disciplina, di uscire in strada e cercare innanzitutto quei muri e muretti che tanto ora sembravano utili ad allenarsi e non una palestra al chiuso con attrezzature ad hoc. L’unico aspetto importante al quale dovevamo porre attenzione era come individuare e tutelare le aree urbane in cui poter praticare senza creare danni al demanio pubblico o invadere spazi privati. Operazione rivelatasi subito molto complessa, soprattutto quando provavo a spiegare questo concetto alla polizia municipale ogni volta che mi fermava mentre mi allenavo.

Il rischio che potesse degenerare in una sorta di pratica selvaggia con gesti sconsiderati e grossi danni all’immagine che invece cercavo di trasmettere era, dunque, altissimo, bisognava fare qualcosa.

Fu così che ebbero inizio gli anni totalmente dedicati alla promozione del parkour (di cui, nonostante la fatica non mi pento tutt’oggi) e al suo riconoscimento come sport in Italia: il solo fatto di aver vissuto quell’intenso periodo in prima linea, dedicandomi ad allenamenti infiniti, raduni, viaggi e vere e proprie avventure in compagnia di personaggi unici mi ripagano di tutto quanto fatto, pur se adesso non condivido la forma che il parkour moderno sta assumendo.

12/06/2025

Discover RopeFlow.​

Il RopeFlow è una pratica nuova, fresca e ricca, che attraverso la vasta gamma di movimenti e transizioni, permette di sviluppare la propria coscienza corporale e di conseguenza, equilibrio, mobilità e coordinazione.

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14 - 21 - 28 giugno ore 10.30
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Che il Flow​ sia con voi...♾️



[ENG]
Discover RopeFlow.
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3 lessons to learn the basics of RopeFlow, from the anatomy of the rope to rotational movement, from body awareness to basic patterns.
Classes will be open to everyone, both sexes, from 16 years old and up.
Bring a water bottle, towel, gym socks or barefoot.
Test yourself, and discover your new way of moving.💪
June 14 - 21 - 28 at 10:30
MOMU GYM Gym
Via del Torraccio n°276
Move foxly. 🦊
May the Flow be with you...♾️

[ESP]
Descubre RopeFlow.
RopeFlow es una práctica nueva, innovadora y enriquecedora que, mediante una amplia gama de movimientos y transiciones, te permite desarrollar tu conciencia corporal y, en consecuencia, tu equilibrio, movilidad y coordinación.
3 lecciones para aprender los fundamentos de RopeFlow: desde la anatomía de la cuerda hasta el movimiento rotacional, desde la conciencia corporal hasta los patrones básicos.
Las clases están abiertas a todos, de ambos sexos, a partir de los 16 años.
Trae una botella de agua, una toalla, calcetines deportivos o descalzo.
Ponte a prueba y descubre tu nueva forma de moverte.💪
14, 21 y 28 de junio a las10:30Gimnasio MOMU GYM
Mueveos astutos🦊
Que el Flow​os acompañe...​♾️

09/05/2025

Il Tic Tac è una tecnica del parkour che ha un gran bel sound. Corso bambini momu

Photos from Judokiamo Team Danilo Profeta's post 23/02/2025
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