Caserma Sani

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Tanto si iscriveranno pure quelli di Scienze della Comunicazioni e delle altre facoltà "ospiti", ma vabbè dai, saranno comunque i benvenuti.

04/12/2025

Vivere le feste in Giappone: estratto dal mio libro che potete acquistare qui:
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Durante la mia vita in Giappone scoprii che qui nel Paese del Sol Levante, il Natale si passa più che altro con amici o innamorati, mangiando torte alla fragola e panna e pollo fritto di KFC. Ebbene sì, a Natale in Giappone è ormai da anni tradizione consumare il pollo fritto, soprattutto quello di KFC. Il team del marketing di Kentucky Fried Chicken è riuscito infatti a far credere alla popolazione giapponese che è normale mangiare il pollo fritto a Natale ed ora non solo ogni anno si formano lunghissime file davanti ai loro ristoranti (file per ritirare i polli prenotati settimane prima!), ma anche tutte le altre catene di fast food ovviamente hanno deciso di copiare l’idea e proporre menù speciali di pollo fritto a Natale!
Scoprii che invece il Capodanno si passa in famiglia, a casa dei genitori e dei nonni, mangiando la bellissima e buonissima cucina tipica chiamata Osechi (お節料理), guardando il famoso contest musicale “Kōhaku” (紅白) sulla tv nazionale, andando a visitare templi e santuari e tanto altro ancora. Insomma, una festa molto più vicina al nostro modo di festeggiare il Natale rispetto al Natale stesso! A Sendai inoltre è nata anche l’usanza dell’“Hatsu-uri” (初売り), la prima vendita dell’anno del 2 gennaio dove i negozi aprono anche alle 6:00 di mattina per vendere le famose “Fukubukuro” (福袋), bustone a sorpresa che la gente brama talmente tanto da mettersi in fila dalla notte prima per comprarle (sì, ai giapponesi piace tanto la fila…) ! E sperimentai anche…continua nel libro completo che trovate qui: https://amzn.to/41UBKED
Il regalo perfetto per Natale!

01/10/2025

★Con che visto sono in Giappone? (Scorri per leggere)★
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..In tutto questo pero, io ho deciso di non prendere mai il visto matrimoniale,
nonostante questa sia in verita la strada più semplice da seguire.
Ma andiamo con ordine.
Quando sono tornato qui nel 2015 (cosi come nel 2010), ho ottenuto un permesso di soggiorno da studente che ho rinnovato negli anni. A volte ho ricevuto un anno solo di permesso, altre tre anni, ma con un po’ di fortuna avrei potuto ottenerne anche cinque.
Dopo la laurea magistrale alla Tōhoku University nel 2018 (approfondiremo la cosa piu avanti), venni ammesso al dottorato ma nel 2019 un’azienda locale mi propose di lavorare per loro e, vista la mia eta, accettai.
Da quel momento ovviamente dovetti cambiare il mio stato di residenza da studentesco a lavorativo, nello specifico per Ingegnere/Specialista in discipline umanistiche/servizi internazionali, dove il mio campo di lavoro coincideva appunto con “servizi internazionali”.
Una volta sposato, come detto poco sopra, avrei potuto facilmente passare ad un visto matrimoniale, ma per orgoglio e per dare un forte messaggio, ho deciso di rimanere con quello lavorativo e con quello puntare al permanente; visto permanente che, dopo anni di studio e lavoro e attraverso uno scrutinio durato mesi dove l’immigrazione giapponese mi ha rivoltato come un calzino, ho poi finalmente ottenuto nel dicembre 2024!
Per quanto non ci sia assolutamente nulla di male ad avere un visto matrimoniale e che anzi, averne uno accelera le tempistiche per l’ottenimento di un visto permanente, purtroppo spesso passa l’idea che per rimanere a vivere in Giappone sia necessario sposare qualcuno per ottenere il visto.
Attraverso la mia esperienza invece, ho voluto dimostrare a tutti che è possibile rimanere in Giappone con le proprie forze e senza dipendere da nessuno.
Non confondetevi però: il visto permanente non ha nulla a che fare con la cittadinanza giapponese, che è sì ottenibile da uno straniero, ma con requisiti e un iter del tutto differenti. Personalmente, non ho interesse, almeno per ora, nella naturalizzazione giapponese, in quanto preferisco mantenere il passaporto e la cittadinanza italiana. Tornando a noi: cosa e successo intanto in questi anni? Cosa ho fatto all’università? Come ho trovato lavoro? E soprattutto qual e la strada più sicura per ve**re a vivere e lavorare in Giappone? Scopritelo nel libro che trovate qui: https://amzn.to/41UBKED
Caserma Sani

19/09/2025

👨‍🎓La mia vita da studente in Giappone🎓(apri per leggere) 
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Nel 2016 riuscii a passare l’esame e ad entrare al master nel dipartimento di “Storia del pensiero giapponese” ed ottenni anche l’estensione della borsa di studio per altri due anni.
L’anno scolastico giapponese inizia ad aprile e così, quell’anno, mi ritrovai a studiare per una seconda laurea magistrale. Ma come funziona l’università giapponese?
Ovviamente io posso parlare solo tramite la mia personale esperienza; quindi, quello che leggerete da ora in poi riguarda Davide Bitti che ha frequentato il corso di laurea magistrale (e poi dottorato) in “Storia del pensiero giapponese” presso la facoltà di lettere della Tōhoku University. Questo ovviamente significa che, per esempio, l’esperienza di un’altra persona in un’altra università giapponese potrebbe variare molto rispetto al mio racconto.
Comunque sia, in Giappone, soprattutto dalla magistrale in poi, è molto importante il concetto di Kenkyūsh*tsu (研究室), ovvero quello che noi chiamiamo comunemente “laboratorio”, ma che rappresenta un concetto ben diverso da quello che immaginate.
Nella Kenkyūsh*tsu sono entrato in contatto per la prima volta con quello che è l’ordine sociale giapponese. In cima alla piramide ci sono i superiori, in questo caso i professori; poi ci sono gli studenti degli anni più avanzati, ovvero i famosi Senpai (先輩), e infine quelli dei primi anni, i Kōhai (後輩), che devono dar conto sia ai Senpai sia ovviamente ai professori/superiori.
Nella Kenkyūsh*tsu ognuno ha un ruolo che viene deciso ad inizio anno. C’è chi si occupa della mailing-list, chi del sito, chi degli eventi E via dicendo. Per dire, io per due anni di fila mi sono occupato degli eventi insieme a un Senpai.
La Kenkyūsh*tsu è anche ovviamente un luogo fisico dove gli studenti possono entrare ed uscire liberamente per studiare o portare avanti le loro ricerche che poi, ogni settimana a turno, esporranno con una presentazione davanti ad altri studenti che faranno domande sull’argomento.
La ricerca è il fulcro principale dello studio in un corso magistrale (e ovviamente di dottorato) perché, per quanto si debba assolutamente partecipare alle lezioni e prendere i crediti necessari, la cosa più importante è lo studio che si porta avanti e che verrà poi discusso con la tesi di laurea finale! D’altronde, addirittura all’esame di ammissione si deve portare un tema di ricerca, a differenza magari del sistema italiano dove l’argomento della tesi viene definito alla fine del percorso formativo.
Anche i corsi sono impostati in maniera ben diversa rispetto al Bel Paese. C’è praticamente l’obbligo di frequenza (sopra un certo numero di assenze semplicemente non si passa) e, dopo qualche lezione da parte del professore, sono poi gli studenti a portare settimanalmente presentazioni su un tema strettamente correlato al corso.
Importantissimo è anche il test finale o il report di fine corso basato sulla propria presentazione o ricerca. L’insieme di tutti questi fattori decide poi il voto finale che va da A (massimo) a D (bocciato) e l’attribuzione o meno dei crediti.
Ad essere sincero però, trovo questo metodo di studio molto meno efficace di quello italiano in quanto ci si focalizza troppo sulla propria presentazione e su quella degli altri studenti, con le spiegazioni dei professori spesso ridotte all’osso.
Per quanto riguarda la Kenkyūsh*tsu, nonostante il disorientamento iniziale, devo dire che mi sono ambientato piuttosto bene e la frequentavo giornalmente alternandola alla bellissima biblioteca centrale, dove recuperavo la maggior parte dei testi necessari alla mia ricerca.
Partecipavo attivamente anche alle varie serate (che organizzavo anche io) ed eventi come le grigliate al fiume, ed avevo un buon rapporto con...Scopritelo nel libro acquistandolo qui: https://amzn.to/41UBKED 📚

26/08/2025

★Esplorare Tokyo per la prima volta! (Scorri per leggere)★
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Ricordo con molto piacere la routine che si era venuta a creare durante quel mese. Sveglia presto, doccia, colazione con qualcosa al Konbini, treno da Takadanobaba a Shibuya, lezione di giapponese, tempo libero per esplorare la città il pomeriggio. E Shibuya mi piaceva molto all’epoca perché era frizzante, piena di giovani, belle ragazze e negozi interessanti. A Shibuya girai anche il mio primo video in assoluto che fece partire poi la mia passione per YouTube e la creazione di contenuti sul Giappone. Era il 2008 e la mia fu una trovata pionieristica non solo a livello nazionale, in Italia ma, se posso permettermi, forse addirittura su scala mondiale. Il video ora è senza audio perché ho deciso io di toglierlo. Eravamo giovani e scapestrati ed abbiamo detto un sacco di stupidaggini che è meglio non far sentire più in giro ora... Decisi di chiamare questi primi video “Vivi Tokyo”, in onore di “Vivi Roma”, storico programma del grande e compianto Massimo Marino (8/2/1960 – 4/19/2019). Cambiai poi il nome in “Vivi Sendai” con i suoi spin-off “Z” e “GT” (immagino abbiate già capito il perché) per poi passare infine ad un più generico e facile da cercare “Vivi Giappone”. Ma torniamo a noi; dopo i corsi di giapponese, si andava in esplorazione per la città! Una delle passeggiate che apprezzavo di più era quella che da Shibuya mi portava ad Harajuku (原宿) tramite Meiji-dōri ( 明治通り). Un tragitto che mi piace tuttora a dire il vero e che, quando vado a Tokyo e ho tempo, ripercorro molto volentieri. Al tempo, poi, Harajuku era veramente alternativa e non era ancora il posto prettamente turistico di ora dove c’è talmente tanta gente su Takesh*ta Street (竹下通 り) da non poter quasi passare. C’erano ancora i gruppi di lo**ta (gothic e non solo) che giravano per la strada e si mettevano a chiacchierare sul ponte Jingūbashi (神宮橋) che porta al bellissimo Meiji Jingū (明治神 宮), uno dei miei santuari Shintō (神道) preferiti. L’effetto di camminare tra i palazzi di Tokyo per poi trovarsi improvvisamente all’interno dell’imponente parco del santuario che sembra una foresta, mi incanta tuttora. Un’altra tappa fissa era Akihabara (秋葉原), la città dell’elettronica e degli otaku! Nel 2008 il cambio euro-yen era simile a quello odierno e ricordo di aver comprato una quantità mostruosa di gadget nerd e otaku! Personalmente apprezzo tuttora Akihabara, anche se non compro più quasi niente; ma mi fa sempre piacere passeggiarci e magari fare un salto al santuario Kanda (神田明神), dove i giovani giapponesi lasciano bellissime tavolette votive “Ema” (絵馬) decorate a mano con disegni incredibili ispirati a serie anime e manga. Altra zona che mi colpì molto all’epoca e che tuttora amo molto è Asakusa (浅草) che oltre al sempre affascinante kaminari-mon (雷門) con i minacciosi ed iconici dei del tuono e del vento, e al maestoso tempio Sensō-ji (浅草寺) con la sua bellissima pagoda, offre anche una bellissima vista sul fiume Sumida (隅 田川) e, soprattutto, tanti bei locali tipici molto old-school tra cui spicca il mitico Kamiya Bar (神谷バー), casa del famoso brandy edochiano “Denkiburan” (電気ブラン), da bere rigorosamente in compagnia degli sconosciuti vicini di tavolo. Per non parlare di Odaiba (お台場), che nel 2008 ancora non ospitava Gundam a dimensione naturale. Devo dire che Odaiba mi ha sempre trasmesso molta malinconia in quanto mi ricordava in qualche modo il Giappone che vedevo in TV da piccolo... ed in effetti un motivo ben preciso c’era! Ricordate all’inizio del primo capitolo quando vi ho parlato di quella rivista di videogiochi e del loro speciale in Giappone? Uno dei posti mostrati in quell’articolo speciale era il parco giochi “Sega Joypolis” che si trova proprio ad Odaiba. Durante il viaggio del 2008 ho avuto l’occasione di visitarlo e, pur non essendo rimasto particolarmente colpito, l’idea di aver realizzato il sogno che avevo da bambino sin dalle elementari mi ha commosso molto. Conservo ancora con cura i peluche di Sonic e i suoi amici che ora regalerò a mia figlia Sakura. Altra menzione d’onore va ad una città poco fuori Tokyo. Ci tenevo molto a visitarla perché di importanza cruciale per la storia del Giappone. Sto parlando di Kamakura (鎌倉), dove si instaurò lo “Shogunato” con il suo Bakufu (幕府) e dove è presente il bellissimo grande Buddha (da non confondere con l’altrettanto bellissimo grande Buddha di Nara (奈良市))! A Tokyo abbiamo tra l’altro…Continua nel libro che trovate qui: https://amzn.to/41UBKED 📚

25/07/2025

"La prima finestra sul Giappone" (scorri per leggere)
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Entrato alle medie l’influenza della cultura pop giapponese nella mia vita aumentò a dismisura.
Se prima i videogiochi li vedevo solo a casa o sulle riviste, ora stavo scoprendo anche i cabinati da sala giochi che, in quegli anni, erano ovunque!
“Street Fighter”, “The King Of Fighters”, “Metal Slug”, “Tekken” ed altri infiniti titoli erano diventati protagonisti già da tempo delle mie vacanze estive e, ogni tanto, anche il motivo per cui entravo tardi a scuola.
Andavo al bar con papà? Improvvisamente sentivo un “Hadoken” in lontananza e le 500 lire che avevo in tasca già mi avevano portato alla schermata di selezione dei personaggi.
Facevo un giro al mare con gli amici? Lo stabilimento vicino aveva “Cadillacs & Dinosaurs”! Hey, vediamo se qualcuno riesce a finirlo con un gettone solo!
“Davide, lo sai che hanno aperto una nuova sala giochi vicino alla scuola? Hanno addirittura “Virtua Fighter 3”, andiamo a provarlo!”
E via dicendo…
Ma una nuova mania stava crescendo sempre di più in Italia, un nuovo boom era in procinto di esplodere: quello dei manga!
Per quanto i manga di per sé fossero già abbastanza conosciuti nel Bel Paese – e ricordo di amici delle elementari che li leggevano già nelle edizioni della leggendaria “Granata Press” – è innegabile che il vero boom avvenne con la pubblicazione di “Dragon Ball”, a partire dal 1995.
In verità conoscevo già “Dragon Ball” grazie all’anime che veniva trasmesso, ciclicamente, su “Junior TV” con tanto di sigla giapponese che tentavo goffamente di imparare a memoria. Avevo provato a leggere anche il manga alla fine delle elementari, dopo averlo visto a casa dei miei cugini, ma ero ancora troppo piccolo e la cosa non attecchì più di tanto.
Alle scuole medie, tuttavia, le cose cambiarono drasticamente.
Un pomeriggio comprai in un’edicola di quartiere, tanto per provare, il volume 41 della prima edizione (ovviamente all’epoca c’era solo quella) e ne rimasi sbalordito! Era il numero in cui Goku tornava sulla terra dopo la sconfitta di Freezer (o Frieza, fate voi) ed incontrava Trunks venuto dal futuro.
Dov’era finito il Goku bambino che conoscevo? Perché sono tutti biondi? Chi è Trunks? Perché i disegni sono diventati così fighi e aggressivi? Dovevo saperne di più!
Quel fatidico numero 41 mi scaraventò prima nel mondo di Dragon Ball e poi in quello dei manga in generale! La mia mania per il mondo del Paese del Sol Levante crebbe, ovviamente, durante il periodo del liceo.
Da lì, oltre a recuperare tutti i numeri arretrati delle avventure di Goku, provai a leggere anche altri manga: “Yu degli spettri”, “Video Girl Ai”, “Berserk” e tante altre serie ormai storiche che contribuirono a nutrire la mia passione per i fumetti giapponesi.
Nel frattempo, su MTV venivano trasmessi capolavori dell’animazione giapponese mai visti prima in Italia grazie alla leggendaria “Anime Night” che tra “Neon Genesis Evangelion”, “Trigun”, “Cowboy Bebop” e tanti altri anime magnifici, faceva sognare me e mezza Italia ogni settimana.
Anche i videogiochi giapponesi in quel periodo non scherzavano! Dopo aver finalmente ottenuto il mio personale Sega Mega Drive durante i primi anni delle scuole medie, riuscii a recuperare alcuni di quei giochi di Sonic che bramavo e che fino a quel momento avevo solamente visto e giocato a casa di parenti e amici. La generazione delle console a 16-bit era però ormai arrivata alla fine del suo ciclo vitale e qualche anno dopo, mio fratello Simone ricevette come regalo di Natale la prima Playstation. Da lì le cose iniziarono a farsi molto più serie (soprattutto grazie alla modifica…)!
“Final Fantasy VII”, “Parasite Eve”, “Metal Gear Solid”, “Tekken 3”, “Street Fighter Zero 3” sono solo alcuni dei miei titoli preferiti made in Japan di quel periodo che tenevano incollato allo schermo me e tre quarti dei miei amici.
Per non parlare delle fiere del fumetto che attendevo con ansia durante tutto l’anno! Ero infatti un assiduo frequentatore prima di “Expocartoon” e poi di “Romics” durante i quali trascorrevo dei bellissimi momenti insieme ai pochi amici che condividevano queste mie passioni (un tempo considerate un po’ da sfigato, a differenza di ora).
Il Giappone, che tra l’altro anche alle medie divenne il tema della mia tesina, era sempre più parte di me e, anche se si limitava all’amore per la sola cultura pop, pian piano diveniva parte integrante della mia vita.
Arrivato alla maturità nel 2003, infatti, decisi di studiare seriamente la lingua e la cultura giapponese per poi, magari un giorno provare a vivere nel Paese del Sol Levante. Qualcosa però mi bloccò e finii per iscrivermi ad ingegneria meccanica a “Roma Tre”.
Purtroppo mi resi conto subito che le materie di ingegneria non facevano per me e dopo aver passato con tanta fatica appena tre esami, dopo quasi due anni decisi finalmente di cambiare in favore di qualcosa che davvero mi piaceva!Dopo essermi perso, quindi, seguii il cuore e mi iscrissi questa volta veramente a Studi Orientali presso “La Sapienza” di Roma.
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14/07/2025

L'incontro con mia moglie! (scorri per leggere)
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Ebbene sì, come avete capito dal paragrafo precedente, sono felicemente sposato dal 2020. Anzi, per essere precisi, dal 22 novembre 2020! Il 22 novembre, infatti, è una data propizia per i matrimoni in quanto, grazie ad un gioco di parole tutto giapponese, si può leggere anche come “ii fūfu” (いい夫婦) ovvero “I buoni sposi” e quindi il 22 novembre diventa il giorno migliore per mettere su famiglia per i giapponesi!
Ma come ci sono arrivato al matrimonio?
Come ho conosciuto mia moglie? E come va con i suoceri? Partiamo dall’inizio!
Durante la mia prima esperienza a Sendai nel 2010/11, tra le varie cose, oltre a fare part-time al ristorante, insegnavo italiano in una piccola scuola di lingue (e parleremo del lavoro in Giappone più avanti, tranquilli!) giusto un paio d’ore a settimana. Una volta tornato nel 2015, oltre a contattare i miei amici, scrissi anche ai gestori della scuola per riallacciare i contatti e ricominciare a fare lezioni part-time. I due gestori, la signora Kumi e suo marito francese Philippe, mi risposero entusiasti e mi invitarono anche alla festa per i dieci anni della scuola che si sarebbe tenuta il successivo 28 luglio. Accettai di buon grado l’invito! E menomale, direi, visto che quel giorno cambiò completamente la mia vita! Alla festa c’erano molte persone, ma la mia attenzione fu catturata da una bellissima ragazza con abito nero e lunghi capelli. Non avevo il coraggio di parlarle, ma durante il brindisi fortunatamente me la trovai accanto! Dopo aver alzato i calici ci presentammo, iniziammo a parlare del più e del meno accorgendoci subito di essere in
sintonia: Chiharu, originaria di Sendai e parrucchiera di professione, aveva partecipato alla festa della scuola perché stava studiando francese dopo un anno di specializzazione a Parigi presso il salone principale del brand per cui tuttora lavora. Prima della fine della festa, ci scambiammo i contatti. Una volta fuori, non riuscivo a smettere di pensare a lei. Qualche giorno dopo la invitai e lei fortunatamente accettò. Al nostro primo appuntamento andammo prima in un ristorante di yakitori e poi in un’Izakaya. Andò tutto molto bene. Dopo altri due appuntamenti e una bella carbonara (mai sottovalutare il potere della mitica pietanza romana!) preparata da me nel mio appartamento buco di 18.2 m², a fine agosto 2015 cominciammo a frequentarci ufficialmente. Uscivamo sempre insieme o con amici e all’epoca litigavamo veramente molto raramente (poi lo sapete meglio di me, una volta sposati...). Per presentarmi però i suoi genitori, Chiharu impiegò tre anni! E devo dire la verità, sapevo benissimo il perché. Dalle mie esperienze pregresse, infatti, avevo ben capito che in Giappone presentare i fidanzati ai genitori è una cosa seria, molto seria, non si può prendere sottogamba. Nella mia precedente relazione, al contrario, avevo preso la cosa molto alla leggera senza rendermi conto che la mia ex mi aveva presentato i genitori come primo step di quella che, almeno per lei, sarebbe stata la nostra strada verso il matrimonio! Mi accorsi della cosa molto dopo ma feci tesoro dell’esperienza e, con Chiharu, evitai di bruciare i tempi. L’incontro con i genitori però andò bene. Il padre mi prese in simpatia e apprezzò molto la mia passione per il Giappone e gli studi che stavo portando avanti. Il signor Yasushi, ex poliziotto, è infatti molto legato alla tradizione del suo popolo e della sua famiglia ma è anche molto aperto a conoscere nuove culture e, incredibilmente, anche molto interessato ai social network! Tanto da propormi lui un’intervista in cui avrebbe presentato la sua collezione di katana e armi giapponesi. Sì, avete capito bene: il padre di Chiharu ha una collezione di katana ereditata dalla sua famiglia con esemplari ormai ultracentenari! Forse mostrandomele, mi ha voluto dire a mo’ di Mario Brega giapponese: “Senti, te la sposi o non te la sposi, mi fija?” Ed ha anche un ottimo pollice verde con cui cura il suo bellissimo giardino e i suoi incredibili bonsai. Le interviste al padre di Chiharu sono senza dubbio tra i più bei video del canale e penso sia una cosa bellissima il fatto che un signore all’antica come lui abbia deciso di trasmettere al mondo le sue passioni e la sua cultura con dei video! Da quell’incontro, iniziai a frequentare la casa della famiglia di Chiharu ogni Capodanno, Golden week e Obon. Sinceramente penso di essere riuscito ad instaurare un ottimo rapporto sia con i genitori sia con le due sorelle di mia moglie. Nonostante però questa presentazione alla famiglia nel 2018, se avete fatto bene i calcoli, feci aspettare Chiharu altri due anni prima del matrimonio! Nell’agosto 2016 i miei genitori visitarono Sendai per la prima volta e incontrarono Chiharu, che a loro piacque immediatamente. Nel 2018 e nel 2019 anche la mia futura moglie visitò la mia famiglia a Roma, trascorrendo momenti piacevoli con amici e parenti. Prima della pandemia, io e Chiharu abbiamo fatto anche molti viaggi insieme, visitando Okinawa nel 2016, Taiwan nel 2017 e la Corea del Sud nel 2018.
Entrambi amiamo viaggiare, la buona cucina e le bevande.
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25/06/2025

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Sono nato il 21 febbraio 1985 a Roma da una famiglia che, devo dire, non mi ha mai fatto mancare niente.
Come tutti quelli della mia generazione, ho subito fin dalla tenera
età il fascino e l’influenza della cultura pop giapponese senza nemmeno accorgermene. Ogni giorno, infatti, bastava accendere la TV per trovare quelli che ora globalmente vengono riconosciuti e indicati con il termine di “Anime”(アニメ) che non è altro che l’abbreviazione della parola “Animation” ed indica nientepopodimeno tutti i prodotti di animazione made in Japan. La mattina su “Ciao Ciao”, il pomeriggio durante la merenda
su “Bim Bum Bam” e la sera sulle tv locali come Super 3 e Europa
7, le immagini e i suoni delle opere di animazione giapponesi del periodo Shōwa (昭和時代, 25/12/1926 - 1/7/1989) influenzavano il mio pensiero di soppiatto (come “Occhi di Gatto”). E ovviamente, poi, a scuola non si parlava di altro!
Hai visto come Kenshiro ha sconfitto Raoh? Sirio il Dragone ha persola vista, e mo’? No, non guardo “Terry e Meggy”, è roba da bambine!
Ma per assurdo, a darmi l’input più grande quando ero alle scuole
elementari, non furono i manga ma piuttosto i videogiochi Il tutto iniziò con il NES, il leggendario Nintendo 8 bit con tanto di doppia cartuccia Super Mario/Duck Hunt e la mitica pi***la “Zapper”,
che mia madre mi regalò per un Natale dei primi anni ‘90. Al “NES”
seguirono il “Game boy” con Super Mario Land, Wario Land, i giochi delle Tartarughe Ninja e tanto altro. Dopo il “Game boy” passai al “Sega Game Gear”, che rappresentava un salto in avanti niente male rispetto al portatile Nintendo, grazie al suo schermo a colori e giochi incredibili come quello di Jurassic Park e Il Re Leone che mi tenevano occupato anche quando ero in macchina per spostarmi tra la scuola, la casa degli amichetti o le lezioni di nuoto. Peccato solo che le batterie del Game Gear durassero pochissimo e quindi in verità, tutti quei fantastici titoli finivo per giocarmeli a casa con il trasformatore.
I videogiochi insomma mi piacevano moltissimo, quei mondi colorati ancora un po’ grezzi, mi tenevano incollato; ma uno in particolare era diventato il mio preferito: amavo alla follia Sonic, il porcospino blu supersonico della Sega.
Lo amavo tanto da farmi ordinare per uno dei miei compleanni una
torta con la sua forma. Lo adoravo sulla console portatile Game Gear ma lo bramavo per la ben più potente Mega Drive a 16 bit che purtroppo, però, rimaneva in quel periodo per me ancora un sogno. Ricordo ancora che rimasi a bocca aperta quando giocai al mitico “Sonic & Knuckles” a casa dei miei cuginetti. Rispetto alle versioni 8 bit del Game Gear, era un altro mondo! Volevo il Mega Drive, lo bramavo, ma non potevo ancora averlo e allora compravo le riviste di videogiochi che me la facevano sognare.
In particolar modo leggevo avidamente “Consolemania”, storico e ormai defunto magazine italiano che ogni mese portava anche curiosità e speciali dal Giappone. E di questi speciali, nel 1995, ne lessi uno che, per la prima volta nella mia vita, mi fece sognare di andare in Giappone.
Nel Paese del Sol Levante, infatti, erano uscite le console di nuova generazione a 32 bit: il “Sega Saturn” e la “Playstation” della Sony.
Lo staff della rivista era quindi andato in loco a visitare le case produttrici per avere delle anteprime di prima mano, visto che a breve le console sarebbero uscite anche in Europa. Tra un’intervista e l’altra, però, decisero di visitare anche il parco divertimenti della Sega chiamato Joypolis.
Le foto del Sega Joypolis e tutto il merchandising di Sonic fecero sognare a quel bambino di 10 anni il Giappone, tanto da farlo diventare poi l’argomento del tema di fine anno: “Voglio andare in Giappone!”.
Ovviamente i tempi non erano per niente maturi e le motivazioni non erano delle migliori. Il sogno era destinato a rimanere tale ancora per molto tempo...
Per sapere come continua, acquistate il libro :)

10/04/2025

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"Vivi Giappone" è il racconto di un decennio trascorso nel Paese del Sol Levante, vissuto e raccontato da uno dei pionieri italiani del video blogging su YouTube dedicato al Giappone. Non solo un diario personale, ma un'esplorazione delle tante sfaccettature che caratterizzano la vita quotidiana: dal cibo alle festività, passando per tradizioni secolari e momenti di cultura pop. Davide Bitti ci accompagna in un viaggio che abbraccia curiosità, incontri e riflessioni su una nazione che fonde innovazione e storia. Attraverso aneddoti inediti e approfondimenti, scopriamo un Giappone meno noto, lontano dai luoghi comuni, in cui l'autore ha trovato una seconda casa. Perfetto per chi ama il Giappone o per chi desidera scoprirlo in modo autentico e diretto.
Grazie !

Photos from Vivi Giappone's post 12/11/2022
27/10/2022
23/09/2022
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