13/01/2026
Vi spiego perché la Fisica è la bestia nera degli studenti.
Il legame con la “cugina” matematica, la capacità di disapprendere le associazioni intuitive e i pochi laboratori davvero attrezzati nelle scuole italiane.
Ci sono almeno tre buone ragioni che fanno della fisica la materia più difficile e temuta dagli studenti di ogni generazione. Anche se il podio è spesso conteso con la “cugina” matematica. “Non sarà mai il mio mestiere”, hanno cantato a squarciagola milioni di ragazze e ragazzi la notte prima della maturità. Tra loro c’erano probabilmente anche coloro che sarebbero voluti diventare medici e che nelle scorse ore hanno tentato il test d’ingresso, vedendo infrangere le proprie ambizioni proprio sul problema di fisica.
Ed è questo il primo motivo di difficoltà per chi studia le leggi di Newton, Maxwell e Einstein: occorre tanta matematica per descrivere i fenomeni fisici. E più si approfondisce lo studio, più complesse diventano le tecniche di calcolo necessarie.
Le quattro operazioni possono bastare per le basi della fisica classica: F=ma, la forza è uguale alla massa di un corpo “per” la sua accelerazione. Ma subito dopo occorre metter mano a equazioni di grado superiore al primo, derivate, integrali, matrici… e già solo a nominarle a qualcuno vengono i brividi. Un problema diffuso a tutte le latitudini, quello dell’allergia alle formule. Resta celebre l’invito dell’editore britannico all’icona della fisica Stephen Hawking che si accingeva a scrivere il suo bestseller Dal big bang ai buchi neri: “Ogni equazione che userai dimezzerà il numero di lettori”.
Il secondo motivo è che la matematica non basta. Non è sufficiente saper maneggiare il linguaggio della Natura, occorre comprenderne il discorso. Si può essere tecnicamente capaci di risolvere una equazione, ma quanti sanno davvero vedere in quelle lettere e in quei segni la “fisica che c’è dietro”? E’ richiesto uno sforzo di astrazione: va bene F=ma, ma cos’è la forza? Cosa si intende davvero per massa o accelerazione?
A complicare le cose ci si mette la nostra esperienza quotidiana e il fatto che siamo una specie evolutasi in un ambiente particolare: ci muoviamo in un mondo pieno di attrito (a cominciare da quello dell’aria) e su un pianeta che ci attira verso il basso per la sua forza di gravità. Queste condizioni hanno danno origine a una “fisica intuitiva”, che secondo alcuni studiosi potrebbe perfino essere con noi fin dalla nascita. Un fisica innata, addirittura, utile a muoversi in un mondo pieno di insidie, per dei mammiferi bipedi che dovevano usare la “forza” per procurarsi il cibo e l’“accelerazione” per sottrarsi ai predatori.
Non a caso la fisica aristotelica, quello secondo cui un corpo si muove finché c’è qualcosa che lo spinge, ha resistito millenni. E in alcune nicchie di studenti forse resiste ancora, nonostante nel frattempo ci siano stati Galileo, Copernico, Keplero, Newton… Figurarsi poi quando ci si imbatte nella “nuova fisica”, quella nata agli inizi del Novecento con la meccanica quantistica e la Relatività: il principio di indeterminazione e lo spazio-tempo che si curva in presenza di una massa… Quanto di più lontano dalle esperienze quotidiane e che noi e i nostri progenitori ominidi abbiamo sperimentato negli ultimi tre milioni di anni.
In un interessante saggio scritto da due studiosi fiorentini si legge: “l’apprendimento della fisica è in realtà in gran parte costituito dal “disapprendimento” delle associazioni intuitive, o quanto meno dalla loro contestualizzazione.
E qui arriviamo alla terza ragione di difficoltà: l’insegnamento della fisica nelle scuole italiane. Come indurre in ragazze e ragazzi il “disapprendimento” della fisica intuitiva? Per convincerli che una palla di piombo e una piuma lasciati cadere arrivano simultaneamente a terra, occorre andare in laboratorio e ripetere l’esperimento all’interno di un tubo in cui è stato fatto il vuoto. Se ci fossimo evoluti in un mondo senza un’atmosfera, che frena gli oggetti a seconda delle loro forme e densità, lo sapremmo già da piccoli. Ma in quanti istituti ci sono laboratori di fisica dove misurare le grandezze fisiche (tempo, massa, velocità, calore…) dando così un senso a quelle lettere che nelle formule dei libri restano pura astrazione?
C’è infine una questione culturale, legata all’insegnamento della fisica. La sintetizza in modo efficace un aneddoto raccontato da Ugo Amaldi, fisico, figlio di fisici (Edoardo e Ginestra), genitore di fisici. Una famiglia votata alla ricerca, ma anche all’insegnamento, essendo “l’Amaldi” da decenni il libro di testo più usato nei licei italiani. Edoardo Amaldi era uno dei Ragazzi di Via Panisperna, gruppo guidato da Enrico Fermi, e dopo la Seconda guerra mondiale ricostruì la fisica italiana e quella europea (è stato uno dei padri fondatori del Cern di Ginevra). Tra tanti impegni, la sera nel salotto di casa, come racconta Ugo, rivedeva insieme a Ginestra, che ne aveva curato la stesura, le bozze del libro destinato alle superiori. E quando la moglie gli faceva notare che forse una spiegazione era troppo difficile, Edoardo, attingendo ai suoi ricordi di ufficiale di cavalleria, replicava: “Per fare dei buoni cavalli, la greppia dove si mette il fieno va tenuta alta”. Come i destrieri, anche gli studenti avrebbero dovuto “allungare il collo” per capire. Forse qualcuno non ce l’avrebbe fatta, ma gli altri sarebbero potuti diventare campioni.
Fuor di metafora, il metodo Amaldi ha avuto il merito storico di creare una “scuola italiana di fisica” apprezzata in tutto il mondo. Lo dicono i premi Nobel ricevuti (ultimo Giorgio Parisi nel 2021) e quelli sfiorati. Incarichi prestigiosi come la direzione generale del Cern (il Nobel Carlo Rubbia, Luciano Maiani, due volte consecutive Fabiola Gianotti). La partecipazione a scoperte clamorose, dal bosone di Higgs (2012) alle onde gravitazionali (2015), nelle quali la pattuglia italiana è stata sempre nutrita e di altissimo livello.
Ma se la “greppia alta” ha selezionato i migliori, rendendoli altamente competitivi nel panorama internazionale, può aver scoraggiato molti degli altri. Non tutti, quando sono alle superiori, devono necessariamente ambire al Nobel per la fisica. Magari vorrebbero fare il chirurgo o l'ortopedico. Ma visto che anche per frequentare la facoltà di Medicina può essere utile risolvere un problema di fisica, forse è necessario rimediare. Gli strumenti e le idee non mancano. Basta guardare i giovani e brillanti professori-youtuber. Loro della fisica (e della matematica) ne hanno fatto un mestiere.
https://www.repubblica.it/cronaca/2025/12/04/news/test_medicina_commento_fisica-425020887/
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