Più di 50 anni fa in due articoli sulla Stampa Ceccato faceva alcune riflessioni più che mai attuali sul rapporto tra macchine e insegnamento.
All’epoca Ceccato poneva il problema sotto due aspetti. Il primo rifacendosi al concetto di equilibrio omeostatico era quello di formulare con chiarezza lo o gli scopi dell’insegnare e della scuola. Il secondo è quello del ruolo e della formazione della figura di insegnante in rapporto a forme diverse di comunicazione su misura allora rappresentate dai metodi della istruzione programmata e oggi dalla IA.
Credo che meritino di essere riletti:
La cibernetica nell'insegnamento Macchine "pensanti,, e la scuola di domani
LaStampa 30/01/1973 - numero 25 pagina 13
Caratteristica dei cervelli elettronici è la capacità di autocorreggersi in relazione ai mutamenti esterni - Al di là dei sussidi tecnici (registratori, videocassette, lavagne luminose ecc.) occorre creare anche nell'insegnamento un sistema analogo "omeostatico", soprattutto per le discipline mentali e logiche In questa nostra « civiltà delle macchine » sarebbe ben strano se della macchina non si avessero ripercussioni nella scuola, soprattutto della macchina
che è per eccellenza del nostro tempo, la macchina dell'automazione, presentata
più volte persino come la macchina « intelligente », la macchina che « pensa », il cervello » elettronico, e simili.
Non parlerò dunque dei sussidi audiovisivi nella scuola, Registratori,
videocassette, lavagne luminose, ecc., più semplici strumenti; mentre allargherò
l'orizzonte della macchiina» cibernetica agli studi per questa macchina.
L'equilibrio
Si sa intanto come la cibernetica classica sia connessa con lo studio e la costruzione di sistemi in equilibrio, od omecstatici, onde anche l'automatismo. In breve, il sistema, l'organismo, la macchina, deve conservare un certo equilibrio,
fornire certe prestazioni o prodotti e non altri, ecc., anche al mutare di una o più circostanze interne od esterne. Nelle macchine della generazione precedente, a far fronte ai cambiamenti per lo più interveniva l'uomo, correggendo, aggiustando il funzionamento della macchina. Ecco per esempio il motore dell'automobile, che eroga una potenza determinata, mentre la pendenza della strada muta, ed ecco il guidatore che cambia la marcia, operazione sostituita dal cambio automatico.
Notissimi i termostati, installati sui nostri scaldabagni, affinché la temperatura
dell'acqua non scenda o salga oltre un certo livello. Anche i sistemi naturali come gli organismi animali vengono studiati con lo schema omeostatico; così si interpretano per esempio le ghiandole sudorifere. Se per cause interne od esterne la temperatura del nostro corpo sale, esse ci fanno sudare ed il liquido evaporando la abbassa. E di questi schemi si avvale l'economista, il sociologo, lo psicologo. Quello omeostatico è del resto il modo di guidarsi che caratterizza la razionalità, in quanto razionali od irrazionali non sono gli scopi che perseguiamo, bensì i mezzi con cui cerchiamo di raggiungerli.
L'utilità di questi schemi interpretativi e costruttivi, certo più ricchi di quelli
del semplice rapporto di causa ed effetto, è evidente. Una situazione . viene
articolata in vari elementi studiati in una interdipendenza; e così ci si rende conto
di che cosa si debba fare al mutare di essi, intervenendo, se possibile, per restituire l'equilibrio, o mutarlo se impossibile. Si andrebbe altrimenti incontro ad anacronismi, frustrazioni, velleità, menzogne con sé e con gli altri.
Gli studi
Perché dunque non esaminare anche l'equilibrio scolastico secondo uno schema omeostatico?
In effetti questo schema viene applicato al fine di migliorare l'insegnamento anche in circostanze che restino immutate, muovendo cioè verso un ideale scolastico; e di qui discende una Cibernetica e didattica , i Metodi matematici e cibernetici in pedagogia , due fra i tanti titoli di pubblicazioni al proposito, la
prima di L. B. Itelson (Feltrinelli 1966), la seconda di Pietro Boscolo (La Nuova Italia 1969); anche se un avvertimento va dato al proposito (quantomania o quantofrenia — sono i termini di Pitirim Sorokin — ci minacciano!). Si deve tener
presente che l'insegnamento è un gioco molto complesso, rimasto per ora una specie di gioco senza regole, sicché l'algoritmo, la formula possono anche illudere, ingannare. Ciò che già funziona così bene per esempio in una centrale
elettrica sarebbe prematuro fra elementi mal presi quantitativamente.
Ecco presentarsi comunque un problema preliminare: quale situazione della scuola va conservata? Qual è l'ideale scolastico cui si tende? Sono domande di ben vecchia data, ma che l'applicazione dello schema omeostatico, lo schema della macchina intelligente, ci pone drasticamente di fronte, per individuare sia ciò che nella scuola e fuori sia mutato, sia quale possa e debba essere l'intervento.
In primo luogo poi: che cosa nella scuola è scopo e che cosa è mezzo?
Senza addentrarmi troppo in queste distinzioni, ritengo che la scuola sia il luogo in cui qualcuno che desidera sapere qualcosa lo richiede a qualcuno ritenuto possederlo e disposto a trasmetterlo. Quanto ai contenuti, essi, in questa
prospettiva, dovrebbero ve**re stabiliti dal discente. Se la situazione si complica è
perché a stabilire esistenza, scopi, contenuti, metodi della scuola, interviene un'autorità che sovrasta le parti, nella scuola pubblica, nella scuola dell'obbligo, nel riconoscimento dei titoli, ecc.
Ora, comunque stessero le cose ad una certa epoca, penso per esempio alla mia giovinezza, un certo accordo era stato raggiunto e non si avvertivano insufficienze generali. In seguito però alcuni parametri di quel mondo sono
mutati; ed ormai tutti ne parlano come fattori di crisi.
Per esempio, è mutata la popolazione scolastica per numero, cresciuto in senso tanto assoluto che relativo alla popolazione globale; come per la
disomogeneità, pure cresciuta, di provenienza individuale, sociale, ecc. E' mutato il rapporto numerico degli allievi con gli insegnanti: come l'omogeneità di questi.
Ne conseguono carenze di posto, di tempo, di trasporti, anche perché l'arco scolare è stato allungato.
I modelli
E' mutato ciò che si chiede a chi finisce la scuola: di sapere in modo più specialistico ed in un maggior numero di specialità, tuttavia conservando una elasticità per far fronte ai più rapidi rinnovamenti delle scienze e tecniche, della
tavola dei valori, ecc. Ed è mutata, diminuendo, la recettività del diplomato, laureato, nei posti di lavoro.
E' mutata fra l'altro anche la posizione di potere prima, e autorità poi, dell'insegnante e della scuola in genere, nei rapporti con l'allievo. Essi sono, come si usa dire, contestati, in quanto non fornirebbero ciò che si chiede, che fra l'altro
potrebbe essere oscillante sino alla contraddizione.
Certo sono mutate molte altre cose. E la domanda è appunto drastica.
Interve**re, e come, affinché la scuola torni ad assolvere ai vecchi compiti? O rinunciare a quei compiti e assumerne altri?
Il quadro omeostatico aiuta a chiarire la situazione, a non chiudersi nel rimpianto
di un tempo passato, a non cadere in preda all'aggressività, ecc.
Purtroppo, lo schema omestatico, gli studi per la macchina cibernetica classica, ci abbandonano qui. Per modificare o conservare qualcosa nella scuola, devono scendere in campo decine e decine di tecniche, di pertinenza sia stretta
della scuola che dell'economia generale, della sociologia, della psicologia,
dell'urbanistica, ecc. ecc.; ed in ogni caso non è da quella parte che sapremmo quale sia l'equilibrio da conservare o da modificare, essendo questa la volontà e la responsabilità dei politici: per esempio, tutti dottori? nessun dottore?, mezzi dottori e mezzi non dottori?
Ma, ripeto, l'applicazione dello schema ci porta a considerare le cose con maggiore chiarezza, ad ingannarci meno sulla situazione attuale e sui
provvedimenti da prendere, a renderci conto di quali condizioni dovrebbero mutare affinché si possano effettuare determinati interventi e con quali ripercussioni, loro accettabilità, ecc. A mio avviso, la più grossa rivoluzione si avrebbe con la preponderanza di un insegnamento affidato principalmente ai mezzi di comunicazione nuovi, non più quindi soltanto lo scritto o la viva voce,
ma le onde elettromagnetiche, radio e televisione: il tema, anche scottante, al quale è stato dedicato nei giorni scorsi a Perugia un Incontro internazionale sul quale mi soffermerò prossimamente.
Oltre che attraverso gli studi omeostatici, la « macchina intelligente » fa la sua comparsa nella scuola principalmente come: (a) la macchina che dovrebbe insegnare; e (b) come la macchina che, essendo il modello della nostra vita mentale, offre contenuti e metodi nuovi per l'insegnamento delle discipline , quali la linguistica, la matematica, la logica delle scienze, ecc. Anche su
queste due presenze della macchina nella scuola avrò occasione di tornare.
Silvio Ceccato
La cibernetica nel campo dell' insegnamento
Macchine per insegnare
Fino a che punto è possibile far a meno del docente? Una differenza tra macchina e libro: la prima non permette all’allievo di "andare avanti" se non supera le difficoltà che precedono
LaStampa 06/02/1973 - numero 31 pagina 15
Ho scritto di una presenza della macchina nella scuola attraverso gli studi condotti in vista della macchina omeostatica, cioè che si autocorregge (vedi La Stampa, 30 gennaio 1973). Una seconda presenza della macchina si trova nella macchina per insegnare, la nota teaching machine.
La giustificazione ò semplice e sino ad un certo punto convincente in quanto discende da una delle carenze più riconosciute in ogni ordine di scuola: l'insufficienza numerica e qualitativa degli insegnanti. Si ricordi infatti che soltanto per coprire l'arco della scuola dell'obbligo in Italia si dovrebbe estrarre un uomo dotalo di qualità e volontà per insegnare ogni cento abitanti. Anch'io ritengo che non lo si troverebbe nemmeno ogni mille, ma forse ogni diecimila. Dunque intervenga la macchina; e giù prima della macchina la cosiddetta istruzione programmata (si veda al proposito fra le numerose pubblicazioni italiane Istruzione programmata e macchine per insegnare, di L. Fontana Tomassucci, Armando editore 1969).
Lo sbaglio
Entrambe infatti prescindono in tutto od in parte dall'insegnante, sullo stesso principio. Ciò che si insegna può ve**re suddiviso in unità, per esempio questo personaggio od episodio storico, questa regione geografica, questa operazione aritmetica, questo procedimento tecnico, questa nozione scientifica, e simili. Che l'unità di insegnamento sia stata appresa in modo corretto si può anche controllare rivolgendo al discente una o più domande, alle quali sia possibile rispondere affermativamente o negativamente. E' anche possibile fornire le risposte, ma mescolando quelle corrette e quelle sbagliate, sicché chi apprende possa mostrare di aver capito e ricordato indicando la risposta o soluzione corretta.
Se lo studente risponde in modo sbagliato, la macchina o il volume rimandano indietro, nel caso più semplice a rivedere quanto è stato esposto, ma raffinando il procedimento, con un'esposizione dello stesso argomento in poi altro modo, più articolatamente, aggiungendo esempi, fornendo un quadro preliminare diverso o più ricco, etc. Il tipo di errore suggerisce allora anche la modificazione del porgere.
La differenza fra il libro e la macchina consiste nella « durezza » dello sbarramento: nel libro cioè posso saltare l'ostacolo andando a vedere la risposta giusta, mentre la macchina è programmata in modo da rifiutare l'avanzamento finché l'allievo non ha risposto in modo corretto, anche se la differenza è più che altro apparente, in quanto il ragazzo che intenda barare tenta le altre risposte sino a cascare su quella giusta. Si tratta di onestà verso di sé e verso la scuola, quella slessa del resto che presente od assente determina anche due comportamenti opposti nell'insegnamento tradizionale.
Vantaggi della macchina o del volume di istruzione programmata? Si risponde che il ragazzo può dosare a suo piacere, nel momento e posti desiderati, con il ritmo di assimilazione congeniale, l'apprendimento; ciò che del resto per il ritmo è sempre avvenuto con la lettura personale dei testi e che è anche considerato dal bravo insegnante che tiene conto del livello medio della sua classe ed entro certi limiti delle differenze individuali degli allievi.
Il controllo
Certo, il bagaglio di sapere di un insegnante è contenuto in certi limili facilmente superabili se il programma della macchina è studiato da numerosi specialisti, ed in ogni caso non muore mai; la sua ripetizione permette il conlrollo dell'esito e così via. In ogni caso, poi, gli studi promossi dall'istruzione programmata si sono mostrati di notevole utilità. Si tratta infatti di riordinare l'intero patrimonio del sapere, sottraendo l'insegnamento all'improvvisazione.
Tuttavia, come tutti sanno, l'insegnamento come rapporto fra docente e discente non consiste certo nella semplice trasmissione di una informazione, di una notizia, di una nozione.
Questo può avve**re nei campi più strettamente tecnici, soprattutto se di tecnica manuale. In particolare nei primi gradi dell'apprendimento, nel bambino, si ha una identificazione con l'insegnante, con il suo pensiero, entusiasmo, curiosità. Questi si presenta come essere che pensa e parla, pensieri e parole che il discente fa suoi, come conquista e dono forse fra i più preziosi: «quando parlo io sono il tuo pensiero », osserva un saggio orientale.
Senza dubbio si può obiettare che l'insegnante dotato, al quale valga hi pena di affidare il pensiero del bambino, l'insegnante che pensi « pulito » e non « sporco », è un animale raro. Se il pensiero dei cinquecentomila insegnanti della scuola dell'obbligo non ha sempre le caratteristiche desiderate, quello della macchina, e del questionario in genere, è in effetti inesistente. La macchina si chiama eufemisticamente pensante, ma almeno per ora è del tutto escluso che si costruisca un artefatto dotato di pensiero.
La strada per moltiplicare un pensiero, una voce, un volto ed anche un dialogo, a mio avviso è un'altra: le onde elettromagnetiche.
Una presenza indiretta della macchina nella scuola, ma che avrà un «grande peso, deriva anch'essa, come nel caso dei sistemi omeostatici, non tanto dalla costruzione avvenuta, quanto dagli studi promossi. Alludo alla macchina modello della vita mentale, la macchina, cioè (come ho avuto più volte l'occasione di accennare su questo giornale). che ripeta le nostre operazioni di percezione e rappresentazione, categorizzazione, pensiero, atteggiamenti, linguaggio, etc.
Ne risulta una didattica in chiave operativa che è sempre stata perseguila nel campo delle discipline fisiche-tecniche, ma del tutto nuova in quello delle discipline mentali.
I vantaggi del punto di vista operativo applicato allo studio della vita mentale e reso indispensabile per la costruzione del modello sono molteplici. Si noti intanto che la costruzione richiede la preliminare analisi di ciò che noi si fa in termini di operazioni, anzi di minutissime operazioni, le più elementari, altrimenti l'ingegnere non potrebbe affidarle al funzionamento di organi costruibili con la tecnica attuale.
In tal modo però si oltengono i migliori risultati per una esposizione del sapere non solo in unità didattiche piccolissime, ma anche ordinate secondo una complessità crescente. Inoltre, le operazioni vanno indicate soltanto con espressioni positive, e non negative, dicendo cioè quello che una cosa è, ha, fa, e non quello che non è, non ha, non fa, e con espressioni proprie, e non metaforiche. Se non sono soddisfatte queste due condizioni, l'ingegnere non saprebbe mai che cosa costruire o se ciò che ha costruito sia la cosa di cui si parla od un'altra.
Si può anzi tracciare una opposizione fra due modi di pensare, l'uno che si deve ammantare di designazioni irriducibilmente negative o metaforiche, e si potrebbe chiamare « pensiero sporco », e l'altro che ne può fare a meno, il « pensiero pulito ».
Pensiero "pulito"
Ovviamente non occorreva aspettare la macchina, il modello della mente, per dare la preferenza al pensiero pulito. Si può dire che ogni filosofo o scienziato che ha lasciato un segno nella storia del pensiero, ha compiuto qualche passo in questa direzione, o nel mettere in luce perché, procedendo in un certo modo, la vita mentale venisse poi analizzata, o rimanesse inanalizzala, in quel modo. Tuttavia si restava all'interno di un indirizzo di ricerca che non sfociava nella costruzione.
Aggiungo che un insegnamento svolto nelle operazioni di chi insegna e di chi apprende, mentre infonde una notevole sicurezza, una sicurezza quasi meccanica ad entrambe le parti, lascia al tempo stesso la massima libertà all'esecutore. Sì, se operi così e così, i risultati sono questi, ma puoi anche non operare od operare differentemente. E si guida allora verso una attività creatrice ed al tempo stesso di responsabilità.
Delle tre presenze della macchina « intelligente » nella scuola, o degli studi per essa — gli studi per l'omeostasi della cibernetica classica, la macchina per insegnare, e gli studi per la macchina modello di vita mentale — io ritengo che la presenza più interessante e feconda sia la terza.
Silvio Ceccato
Silvio Ceccato: la mente ritrovata
questa pagina mira a far scoprire l'attualità e le potenzialità del pensiero di Silvio Ceccato a confronto con il disorientamento culturale odierno
10/01/2026
Noto che in occasione del prossimo referendum costituzionale su l’organizzazione interna della magistratura , oltre , comprensibilmente a far interve**re giuristi si fanno interve**re, per dire la loro, anche premi Nobel ( l’ultimo attribuito per la fisica per gli studi sui sistemi complessi). La scusa è sempre la stessa : l’aureola da Nobel, dovrebbe dare valore alla sua opinione di semplice cittadino non esperto. Noto pure che sempre un fisico teorico esperto di teoria dei quanti : Carlo Rovelli ha voluto recentemente dire la sua anche in campi tradizionalmente filosofici e comunque di carattere mentale: “sull’uguaglianza di tutte le cose”. Mi sembra opportuno ripubblicare a distanza di oltre 40 anni questo articolo sulle tentazioni “tuttologiche”di alcuni cosiddetti esperti, o sapienti, con cui Ceccato iniziava, con autoironia e senso critico e autocritico,una sua breve collaborazione al Resto del carlino.
Il resto del Carlino, lunedì 2 gennaio 1984
E Leonardo inventò la tuttologia
di Silvio Ceccato
L'accusa di «tuttologo» per chi parla o scrive od anche si serve delle mani potrebbe essere giustificata. «Ne ultra crepidant», il letterato faccia il letterato, il fisico il fisico, il biologo il biologo, l'astrologo faccia all'astrologo, ecc. Fin del medico o dell'avvocato generici ci si fida poco.
Già Leonardo, "il genio dei geni", desta qualche sospetto, negli ingegneri, perché dipinge, nei pittori, quale meccanico. (Anche se a me piace tanto, in una sua lettera a Ludovico il Moro, "io so fare tutto meglio degli altri. Mettimi alla prova"!)
Macché! Al tuttologo, mettono davanti un microfono e lui parla: appunto un giorno di trasporti, un altro di musica, di didattica, di moda, vestiaria o alimentare, persino di cibernetica. Saprà davvero tutto? Eppure, a mio avviso, ci sono almeno tre strade per parlare di molte cose: pericolosa l'una, accettabile l'altra, e forse preziosa la terza. Vediamo. Mi libero per prima di quella pericolosa.
È battuta per lo più dallo specialista di discipline fisico-biologiche. Bravo, magari bravissimo, da meritare premi, persino il Nobel. Spesso si fa tuttologo per la legge "dell'estensione dei valori".
Bravo in una cosa, finisce col convincersi che deve essere bravo in tutto; e del resto viene subito interrogato su tutto. Ha scoperto una particella nuova e si è ansiosi delle sue parole sulla politica, sulla religione, sull'amore, sulla guerra, eccetera. Anche se non cascasse in queste uscite di campo per ingenuità e presunzione, come resistere all'invito? Per ingenuità, certo, accadde così anche un venticinque secoli fa, quando gli studiosi della natura allargarono i loro interessi in direzione mentale ed applicarono al nuovo campo l'approccio che si addiceva soltanto al primo. Del resto, senza questo errore non sarebbe nata la filosofia.
Ma se l'errore tormentò e continua a tormentare i filosofi e li rende prudenti ed oscuri, non può non destare una certa sorpresa sentir dire dal biologo, per esempio, che il libero arbitrio risiede nei bottoni sinaptici; dal matematico che la volontà si trova nei muscoli e la passività nei tendini; sempre dal biologo che le figure privilegiate della geometria trovano riscontro nella specializzazione di certe cellule nervose; che il prevalere della vita comunitaria su quella individuale riflette il rapporto fra organismo ed organi. E quando poi lo scienziato piomba come uno sparviero sull'etica? Dimenticando l'avvertimento di Aristotele, che da una frase descrittiva non è mai uscita una frase prescrittiva. L'osservare che gli uomini salvano e uccidono non si potrebbe mai tradurre né in un "salva!" né in un "uccidi !". Abbandonata la br**ta via, vediamo le altre due.
La prima è quella del povero giornalista tuttofare, che, per esempio, corre qua e là per il terremoto, la visita del Presidente, l'inaugurazione del teatro, cronache nere e cronache rosa, ecc. Povero giornalista che ogni mattina dalle otto alle otto e mezza colloquia in Radio 3 con i gentili ascoltatori. Ma che cosa dovrebbe fare il piccolo giornale? Così come il piccolo paese non può dotarsi del policlinico con tutti gli specialisti.
La seconda, al contrario, è la strada raffinata nella quale chi parla o scrive non esce di campo ma porta in quelli altrui un suo originale punto di vista. Naturalmente non può essere del tutto sprovveduto dei contenuti di questi campi ma li può accettare nella loro ufficialità, lasciando al fisico la fisica, al biologo la biologia, al legislatore ed al giudice la legge e così via. Dove trova il suo spazio? Ogni disciplina si serve quale strumento del pensiero e del discorso.
Se questo tuttologo lo fa suo campo e lo studia in modo che i risultati ottenuti siano controllabili, ecco il suo contributo. Se l'uomo è rimasto "questo sconosciuto" non è infatti per ciò che si è appreso sui polmoni, sul cuore, sui reni, ma per ciò che fino a qualche decennio fa non si era appreso sulla sua testa. Il modo in cui si comincia oggi a descriverla viene fra l'altro messo alla prova, con i risultati nella costruzione dei modelli della vita mentale.
Io spero che nelle pagine che scriverò su questo giornale riuscirò a chiarire a tutti, nella sua meravigliosa semplicità e ricchezza, in che cosa consista la nostra vita mentale. Per ora soltanto qualche illustrazione. Soprattutto l'astronomo parla di "universo" e si pensa agli astri.
Certo, ma la parola "universo" significa soltanto un nostro impegno mentale a ricondurre ad unità "versus-unum" tutto ciò che si incontra di un certo tipo, appunto gli astri ma anche gli amici, (l'universo dei miei amici), le parole, (questa parola non appartiene all'universo dei miei discorsi ) eccetera. Si sta meglio dopo questa chiarificazione? Ecco la parola "legge". Chi pensa di trovarla con i suoi occhi di fisico, di biologo, di economista si caccia in insolubili pasticci perché è solo l'uso che fa di qualsiasi cosa una legge,, il considerarla, cioè quale termine di confronto, quale paradigma, modello. Ed è come tale sostituibile ma non falsificabile, perché ogni differenza si scarica sul confrontato, ed allora viene così spiegata.
La contemporaneità è mentale come tutto ciò che riguarda il tempo. Quanto alla sua misura, si devono introdurre criteri, che non importa se sono fra loro differenti, purché si conoscano. Uno mi permetterà di parlare della "contemporanea" accensione di due lampadine, a Roma e a Sidney, l'altro di chiamare "contemporanei" Dante, Petrarca e Boccaccio. Le confusioni, le contaminazioni al proposito sono doppiamente pericolose, perché impediscono lo studio dell'operare mentale e perché gravano su quello non mentale con richieste impossibili.
L'apporto non dovrebbe essere soltanto teorico. Un personaggio della Nato mi confessa: "Professore gli uomini si sono fatti mani e piedi da gigante. Ma la loro testa è rimasta quella di un bambino". Chissà, e me lo auguro, che non migliori con questi studi anche la convivenza fra gli uomini.
Ho scoperto che il primo di gennaio nel lontano 1967 è stato proclamato giornata della pace da Papa Paolo VI e celebrato per la prima volta nel 1968.
Quanto questi proclami ufficiali, siano essi indetti dall’ONU o dalla chiesa cattolica o da qualunque altra istituzione laica o religiosa, servano poco o nulla a realizzare effettivamente la pace o almeno a cambiare un poco la mentalità degli uomini di potere e quelli comuni, si è visto negli ultimi 57 anni.
L’intreccio di interessi economici, rancori, rivalse e orgogli nazionalistici, fideismi ideologici e religiosi, costituisce una miscela micidiale sempre pronta a esplodere in piccoli, grandi e sempre crudeli conflitti.
Frequenti sono stati e sono anche i tentativi o le proposte per introdurre nella scuola una educazione alla pace una delle tante educazioni che non si sa mai che fine faranno e in mano a chissà chi. Ma a parte la velleità meritoria di tentare di convincere le giovani generazioni che la pace è meglio della guerra così come la vita per chi vuol vivere eè meglio della morte o la salute della malattia non è che i risultati siano così evidenti a livello mondiale a parte qualche piazza ogni tanto più affollata e , a volte, paradossalmente rabbiosa quasi sempre più contro che pro.
Pur essendo tuttora il mio maestro e mentore per eccellenza, non posso dire che Silvio Ceccato abbia trovato il rimedio definitivo. Però ha indicato, in dettaglio, in una educazione che miri alla consapevolezza di certi meccanismi della nostra vita mentale una premessa necessaria per attenuare, se non cancellare il nostro diffuso e permanente amore per l’odio e la distruzione dell’altro. Così, per chi vorrà cominciare bene l’anno, pubblico un sua articolo sull’argomento di più di 40 anni fa. Ma le idee originali non arrugginiscono no?!
Il resto del Carlino, venerdì 30 agosto 1985
Quest'amore per l’odio,
la mente e la violenza
Silvio Ceccato
So di comparire come ingenuo ed irriducibile utopista. Smettere dunque di parlare?
No, perché studi nuovi sulla vita mentale Oggi ne esistono e può discenderne un
suggerimento illuminante. Alludo alla violenza, alla cattiveria, al fare il male.
Anzitutto, che cosa si sa di nuovo sulla loro provenienza? Credo che la strada sia
questa. L'uomo possiede un'attività mentale, nervosa che al suo espandersi ci soddisfa, ci dà
piacere è il polo, per intenderci, dell’amore, non importa per quale cosa: una persona che si
stringerà, si accarezzerà, si proteggerà, etc ,un animale, una pianta, una casa, un libro, etc.
Del resto, è un'espansione dell'energia nervosa che sta alla base di tutti i valori
positivi, del modo con cui si ascolta e si penetra o ci si lascia penetrare da una musica, dal
modo in cui si guarda una cosa, che “si divora con gli occhi “ della gola che si anticipa un
cibo, e cosi` via.
Si scopre che una cosa non è amata perché è amorosa ma, al contrario, che essa
diventa amabile perché è amata. Altrimenti tutti e sempre ameremmo le stesse cose. Questa
stessa attività mentale, nervosa, al suo arrestarsi, al suo restringersi al ritornare su sé ci
rende insoddisfatti, ci dà dolore. Essa è alla sorgente di tuI i nostri valori negativi. È il polo
dell’odio, di “chi non può vedere” di chi si sente disgustato, etc magari vomita; sempre
ricordando che, anche in questo caso, una cosa non e` odiata perché odiosa ma è odiosa
perché odiata.
La difficoltà a rendersi conto di questa possibilità di procurarsi piacere e dolore nasce
da un facile inganno. L'espansione riesce subito quando si incontrano persone e cose uguali
a noi, grazie ad una originale congenialità In accordo con i nostri gusti etci, estetici, fagici,
etc. E questa uguaglianza si cerca.
Basta ricordare il padre che vorrebbe essere continuato nel figlio, come si cercano
posti e cibi della giovinezza, Il motto "moglie e buoi dei paesi tuoi”, L'amico al quale si può
parlare come a noi stessi.
L'ostacolo scatenante
La differenza dagli altri ostacola invece questa espansione, in quanto chiede di
mutarci. E si sa come già il bambino esprima tutto questo con le sue prime parole “Io”,
“mio”, ove il mio e` affermazione di possesso da parte dell’io, accompagnate da una serie di
“no” ogni qualvolta gli si chieda di compiere qualcosa che lo contrari, che lo obblighi ad un
mutamento di sé.
Come rimediare alle differenze di ostacolo? Spesso le superiamo erigendoci a loro
giudici e ritenendole colpa dell’altro, sue caratteristiche negative, rendendoci cioè superiori
nella comprensione critica, piegando eventualmente verso la pietistica tolleranza o
l'indulgente perdono. Ma altre volte la nostra azione consiste in un farci largo, distruttivo.
cioè nell'eliminare l’ostacolo. È la violenza, è l'aggressione, è la guerra.
In questo caso la positività del risultato e` tuttavia illusoria, perché non ci si espande
che nel vuoto.
Chi ha distrutto l'avversario, singola persona o nazione, non può non provare, dopo il fugace senso di trionfo, quello dello scoramento. Soltanto il momento dell'eccitazione può rendere positivo il camminare sui morti, Il deserto del fuoco e sale o del terreno atomizzato.
Inoltre si tratta di un operare mentale, di un meccanismo che si instaura, destinato a
far ripetere quell'azione ad ogni nuovo incontro con una differenza, nel modo di vivere, fra genitori e figli, nella coppia, In ufficio o differenza di ideologia, di religione, etc. Non sarà mai che l'aggressivo si plachi.
Smontare il meccanismo
All'ingannevole senso di trionfo si aggiunge un'etica altrettanto ingannevole. Ci
hanno convinto che la violenza sarà pagata, sì, anche salata, ma a carico di una giustizia
terrena o celeste, alle quali, tra l'altro, si potrebbe anche fuggire, facendola franca. No, chi si comporta così deve sapere che pagherà qui in terra quanto ha fatto, giudice e giudicato insieme In terra ove ha perso la straordinaria occasione di espandersi con gioia assorbendo la differenza incontrata in una superiore, maturata ricchezza.
Soltanto in tal modo, l'uomo dello spazio, quello che tanto spesso si ritiene chiuso e
arricciato nell'involucro della pelle ed in esso sussulta, può trasformarsi nell'uomo del
tempo.
Uscito dalla transeunte gioia feroce, l'uomo potrà anche, con un ulteriore passo affidarsi ad un'espansione che conti sulla reciprocità di un'uguaglianza provocata, quella di una gioia dell'altro ripresa in sé.
E` proprio impossibile?
Ma allora come mai avviene nei genitori attraverso i propri bambini o anche verso
animali o piante, desiderati e visti crescere sani e belli?
Conosco l’obiezione: sono i sogni di un pazzo; l'uomo e` sempre stato cosi`. Anch'io
obietto: sì. può essere, ma è anche vero che sino ad oggi si sapeva ben poco della vita
mentale e dei suoi meccanismi, che una volta fatti propri e trasmessi senza consapevolezza
hanno durato così a lungo nella storia da lasciarci senza speranza.
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