Ri-Trovarsi ....

Ri-Trovarsi ....

Condividi

Ri-Trovarsi - Corsi e Percorsi per il Ben-essere della Persona
Centro di formazione in Counseling e

27/05/2026

“𝑸𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒖𝒏 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒐𝒓𝒔𝒐 𝒔𝒊 𝒓𝒊𝒆𝒎𝒑𝒊𝒆, 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒊 𝒓𝒊𝒆𝒎𝒑𝒊𝒆 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒖𝒏’𝒂𝒖𝒍𝒂: 𝒔𝒊 𝒂𝒄𝒄𝒆𝒏𝒅𝒆 𝒖𝒏𝒐 𝒔𝒑𝒂𝒛𝒊𝒐 𝒅𝒊 𝒓𝒊𝒄𝒆𝒓𝒄𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒅𝒊𝒗𝒊𝒔𝒂.”𝑮.𝑪𝒐𝒔𝒕𝒂

Con grande gioia comunico che il corso “𝐃𝐚 𝐌𝐨𝐧𝐞𝐭 𝐚 𝐌𝐢𝐫𝐨̀: 𝐜𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐚𝐥𝐟𝐚𝐛𝐞𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚” è ufficialmente 𝐒𝐎𝐋𝐃 𝐎𝐔𝐓.

Sono profondamente felice e grata per la fiducia di chi ha scelto di iscriversi a questa formazione, dedicata al dialogo tra arte, percezione, emozione e simbolo. Ogni iscrizione, per me, non è semplicemente una conferma organizzativa, ma un segno prezioso: dice che il linguaggio dell’arte continua a chiamare, a interrogare, a offrire vie nuove per leggere l’esperienza umana e accompagnare i processi interiori.

Durante la formazione "Da Monet a Mirò" attraverseremo cinque alfabeti espressivi, cinque modi diversi di guardare, sentire, trasformare e dare forma a ciò che abita dentro di noi. Sarà un viaggio tra luce, colore, frammento, gesto, immagine e simbolo; un percorso in cui l’arte non sarà solo oggetto di osservazione, ma soglia viva di conoscenza, ascolto e consapevolezza.

Grazie di cuore a tutte le persone che hanno scelto di esserci 🙏

Ci vediamo presto, online, per iniziare insieme questo attraversamento.

Gabriella
Ri-Trovarsi – Corsi e Percorsi per il Ben-Essere della Persona
Scuola di formazione in Counseling Artistico/Espressivo

25/05/2026

𝐅𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚. 𝐋’𝐞𝐭𝐢𝐦𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐯𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐂𝐨𝐮𝐧𝐬𝐞𝐥𝐢𝐧𝐠.
(riflessioni del lunedì)

“𝑂𝑔𝑛𝑖 𝑎𝑢𝑡𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑔𝑒 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑛𝑢𝑡𝑖: 𝑑𝑎̀ 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑎 𝑢𝑛 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒.” Gabriella Costa

La parola formazione, letta nella sua radice etimologica, forma e azione, contiene già una direzione profonda: non indica semplicemente il trasmettere contenuti, né il riempire qualcuno di nozioni, ma richiama l’atto paziente, progressivo e responsabile del dare forma.

Formare significa accompagnare qualcosa che esiste già in potenza verso una configurazione più chiara, più stabile, più riconoscibile.
Non si tratta di imporre una forma dall’esterno, come se la persona fosse materia passiva da modellare, ma di creare le condizioni perché una forma interna possa emergere, precisarsi, sostenersi e diventare presenza nel mondo.

In questo senso, parlare di formazione in Counseling significa andare molto oltre l’idea di un corso professionalizzante inteso come semplice acquisizione di tecniche.

La formazione del counselor non può ridursi a un apprendimento strumentale, perché il counseling non è una professione fondata soltanto sul “saper fare”, ma su una qualità dell’esserci, dell’ascoltare, del rispondere, del sostenere la relazione senza invaderla.

Il futuro counselor non apprende soltanto strumenti, modelli teorici, fasi del colloquio o modalità di conduzione: apprende, prima di tutto, a dare forma alla propria presenza professionale.
La forma, in questo ambito, non è rigidità, neanche schema fisso, né protocollo applicato meccanicamente. È piuttosto una struttura viva, una postura interiore ed etica che permette al counselor di stare nella relazione senza confondersi con l’altro, di accogliere senza assorbire, di accompagnare senza dirigere, di sostenere senza sostituirsi.

Una formazione autentica in Counseling dovrebbe dunque costruire una figura professionale capace di avere confini, metodo, consapevolezza e responsabilità, ma anche apertura, sensibilità e capacità di adattamento.

Se la desinenza -zione rimanda all’azione o al risultato di un’azione, allora la formazione è insieme processo ed esito.
È il cammino attraverso cui una persona viene educata alla professione, ma è anche la configurazione che, lentamente, prende corpo: un modo di pensare, di osservare, di ascoltare, di interve**re.
Per questo una formazione in Counseling richiede tempo, esperienza, pratica supervisionata, lavoro personale, confronto teorico e integrazione.

Non basta “sapere cosa dire” in un colloquio; occorre comprendere da quale luogo interno nasce quella parola, quale effetto può produrre, quale intenzione la sostiene.

La formazione, allora, diventa anche un lavoro di contenimento.
La radice che richiama il “tenere” e il “sostenere” apre una riflessione fondamentale: formare un counselor significa insegnargli a diventare, a sua volta, una presenza capace di sostenere.

Ma si può sostenere l’altro solo se si è stati formati a sostenere prima di tutto la complessità: la complessità delle emozioni, delle narrazioni, dei silenzi, delle ambivalenze, dei limiti professionali, delle domande che non hanno risposte immediate.

La forma professionale del counselor nasce proprio lì, nel punto in cui la sensibilità personale incontra una disciplina, e la disponibilità umana viene ordinata da un’etica.

Una scuola di Counseling, quindi, non dovrebbe limitarsi a produrre operatori competenti, ma dovrebbe favorire la nascita di professionisti consapevoli.

Dare forma, in questo senso, significa aiutare l’allievo a trasformare l’intuizione in competenza, l’empatia spontanea in ascolto qualificato, il desiderio di aiutare in responsabilità professionale.
Significa anche educare al limite: sapere quando restare, quando fermarsi, quando inviare, quando riconoscere che un bisogno appartiene a un altro ambito di intervento.

La formazione in Counseling è, infine, un processo profondamente trasformativo perché coinvolge la persona intera.
Non forma soltanto una funzione professionale, ma una presenza capace di abitare la relazione con maggiore coscienza.

In questo senso, “dare forma” non significa costruire un counselor uguale a tutti gli altri, ma permettere a ciascuno di trovare la propria forma professionale dentro una cornice condivisa, rigorosa, riconoscibile e deontologicamente fondata.

Formarsi al Counseling significa in ultimo, lasciarsi lavorare dalla forma: non per diventare altro da sé, ma per diventare più capaci di essere sé stessi nella relazione d’aiuto, con misura, con metodo, con profondità e con rispetto.
gc©️

20/05/2026

🚨 𝐔𝐋𝐓𝐈𝐌𝐈 𝟐 𝐏𝐎𝐒𝐓𝐈 𝐃𝐈𝐒𝐏𝐎𝐍𝐈𝐁𝐈𝐋𝐈🚨
Per “𝐷𝑎 𝑀𝑜𝑛𝑒𝑡 𝑎 𝑀𝑖𝑟𝑜́: 𝑐𝑖𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑎𝑙𝑓𝑎𝑏𝑒𝑡𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎: 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑖 𝐴𝑅𝑇𝑐𝑜𝑢𝑛𝑠𝑒𝑙𝑖𝑛𝑔 𝑡𝑟𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑐𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑒𝑚𝑜𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑜𝑙𝑜"
sono rimasti solo 2 posti.

Le iscrizioni chiudono il 25 maggio (o prima, se i posti si esauriscono).

Se senti che questo percorso è per te e vuoi assicurarti la partecipazione, questo è il momento giusto.

📌 Calendario, programma e costi : https://ri-trovarsi.com/formazione-fad-formazione-a-distanza/da-monet-a-miro-cinque-alfabeti-dellanima/

Per info veloci puoi anche scrivermi :
su Messenger
o WhatsApp al 3471751469

18/05/2026

Il counseling come pedagogia dell’autonomia: insegnare a pescare, edificare risorse
(riflessioni del lunedì)

Il proverbio cinese secondo cui, davanti a un uomo affamato, non bisognerebbe limitarsi a regalargli un pesce, ma insegnargli a pescare, contiene una delle immagini più efficaci per comprendere l’aspetto pedagogico del counseling.
In questa metafora, infatti, non si parla soltanto di aiuto, ma della qualità dell’aiuto; non si celebra il gesto immediato, pur necessario in alcune circostanze, ma si richiama l’attenzione su una forma di accompagnamento capace di restituire alla persona competenza, fiducia, responsabilità e possibilità di scelta.
Il pesce placa il bisogno del momento, mentre l’apprendimento della pesca apre un futuro diverso, perché consente alla persona di non dipendere continuamente da qualcuno che provveda al suo nutrimento, ma di riconoscere, sviluppare e utilizzare le proprie risorse.

In questo senso il counseling, quando è compreso nella sua natura più autentica, non è un intervento che si sostituisce alla persona, non offre soluzioni preconfezionate, non decide al posto del cliente e non si pone come sapere superiore che illumina dall’esterno una vita ritenuta incapace di orientarsi.
Al contrario, il counseling lavora perché la persona possa diventare progressivamente più consapevole di sé, del proprio modo di sentire, di pensare, di scegliere, di entrare in relazione con gli altri e di attraversare le difficoltà.

Il counselor non consegna “il pesce” sotto forma di consiglio risolutivo, interpretazione o indicazione direttiva, ma costruisce un contesto relazionale nel quale il cliente possa imparare a “pescare”, cioè a leggere meglio la propria esperienza, a distinguere ciò che gli appartiene da ciò che subisce, a riconoscere i propri bisogni, a nominare le proprie emozioni, a individuare alternative possibili e a compiere passi più coerenti con sé.

L’aspetto pedagogico del counseling non va però inteso in senso scolastico, istruttivo o moralizzante.
Il counselor non educa dall’alto, non corregge la persona come se fosse manchevole, non trasmette un modello di vita da imitare.
La pedagogia del counseling è piuttosto una pedagogia dell’emersione, perché accompagna la persona a far ve**re alla luce competenze già presenti, magari confuse, inespresse, svalutate o rese inaccessibili da momenti di crisi, passaggi complessi, relazioni disfunzionali o narrazioni interiori impoverenti.
È una pedagogia maieutica, nel senso più profondo del termine: non riempie un vuoto, ma aiuta a far nascere una forma più consapevole di presenza a se stessi.

Questa dimensione pedagogica può essere compresa anche recuperando un’accezione antica e profonda della pedagogia come edificazione.

Educare, in questa prospettiva, non significa semplicemente trasmettere contenuti, fornire istruzioni o correggere comportamenti, ma contribuire alla costruzione progressiva della persona, aiutandola a darsi una forma più consapevole, più solida e più abitabile.

“Edificare” rimanda all’atto del costruire, ma non nel senso di imporre dall’esterno un edificio già progettato da altri; indica piuttosto il processo attraverso cui una persona, accompagnata da una relazione significativa, può riconoscere le proprie fondamenta, rinforzare ciò che la sostiene, comprendere quali parti di sé hanno bisogno di cura, quali spazi interiori necessitano di ordine, quali aperture possono permettere maggiore respiro e quale struttura può reggere meglio il proprio modo di stare nella vita.

In questo senso, il counseling assume una valenza pedagogica non perché “insegna” alla persona che cosa deve essere, ma perché la sostiene nel processo di edificazione di sé.

Il counselor non costruisce al posto del cliente, non decide quale forma debba avere la sua casa interiore, non stabilisce quali stanze vadano abitate e quali lasciate chiuse; piuttosto, accompagna la persona a osservare il proprio assetto, a distinguere ciò che è stabile da ciò che è fragile, ciò che è autentico da ciò che è stato semplicemente adattato alle aspettative altrui, ciò che può essere consolidato da ciò che, invece, chiede di essere trasformato.

La pedagogia del counseling diventa così una pedagogia della costruzione responsabile: un processo che non aggiunge dall’esterno un sapere già pronto, ma aiuta il cliente a edificare dentro di sé criteri, strumenti, orientamenti e possibilità.

Collegata al proverbio del pesce e della pesca, questa immagine diventa ancora più chiara.
Regalare il pesce significa rispondere a un bisogno immediato; insegnare a pescare significa offrire una competenza; ma, in una prospettiva ancora più ampia, accompagnare pedagogicamente una persona vuol dire aiutarla a edificare una struttura interna capace di sostenere nel tempo quella competenza.
Non basta, infatti, apprendere una tecnica se non esiste una base interiore sufficientemente solida per usarla con fiducia, discernimento e responsabilità.
Il counseling lavora proprio su questa soglia: non consegna soluzioni isolate, ma favorisce la costruzione di una postura più consapevole davanti all’esperienza, affinché la persona possa non solo affrontare il problema presente, ma anche riconoscersi più capace nei passaggi futuri.

Per questo il counseling ha una forte valenza formativa.

Ogni colloquio, ogni riformulazione, ogni domanda ben posta, ogni attivazione espressiva o simbolica può diventare uno spazio in cui la persona non riceve semplicemente una risposta, ma apprende un modo nuovo di stare in ascolto della propria esperienza.
Quando un cliente arriva portando confusione, blocco, smarrimento o fatica decisionale, il compito del counselor non è quello di dirgli quale strada prendere, ma di aiutarlo a vedere come si muove davanti alle strade possibili, quali paure lo trattengono, quali desideri lo orientano, quali convinzioni lo limitano, quali risorse può rimettere in circolo.
In questo processo, il vero apprendimento non consiste nel trovare subito una soluzione, ma nel diventare più capaci di generare soluzioni, valutare contesti, sostenere passaggi e abitare le conseguenze delle proprie scelte.

Il proverbio del pesce e della pesca ci permette anche di distinguere l’aiuto che crea dipendenza dall’aiuto che produce autonomia.

Regalare il pesce, in senso simbolico, può significare dare una risposta rapida, indicare cosa fare, rassicurare in modo eccessivo, sostituirsi al processo decisionale dell’altro, assumersi una responsabilità che appartiene alla persona.

In apparenza questo tipo di aiuto può sembrare generoso, efficace, persino affettuoso; in realtà, se diventa modalità abituale, rischia di indebolire il cliente, perché lo conferma nell’idea di non poter fare da solo, di avere sempre bisogno di una figura esterna che interpreti, autorizzi, scelga o risolva.
Insegnare a pescare, invece, significa sostenere una competenza interna, anche quando questo richiede più tempo, più pazienza e una maggiore fiducia nel processo.

Qui si colloca uno dei punti più delicati dell’identità professionale del counselor: la capacità di non occupare il posto dell’esperto della vita altrui.
Il counselor possiede competenze relazionali, comunicative, metodologiche e processuali, ma non possiede la verità esistenziale del cliente.
La sua professionalità non consiste nel sapere prima dell’altro che cosa sia giusto fare, ma nel custodire un setting sufficientemente chiaro e sicuro perché l’altro possa avvicinarsi alla propria verità soggettiva, osservarla, interrogarla, darle forma e tradurla in azione possibile. In questo senso, l’intervento di counseling è profondamente pedagogico perché educa alla libertà responsabile, non alla dipendenza dal professionista.

L’apprendimento, nel counseling, passa spesso attraverso la consapevolezza.
Una persona impara a “pescare” quando comincia a riconoscere i propri automatismi, quando comprende che una reazione emotiva non è soltanto qualcosa che accade, ma anche un segnale da ascoltare; quando si accorge che dietro un conflitto può esserci un bisogno non espresso; quando distingue una paura reale da una paura anticipatoria; quando scopre che una scelta non va valutata soltanto in base al giudizio esterno, ma anche in rapporto alla propria coerenza interna.
Questi apprendimenti non sono teorici: diventano trasformativi perché nascono dall’esperienza vissuta, dalla parola che prende forma, dal corpo che segnala, dall’immagine che rivela, dal gesto creativo che permette di vedere da fuori ciò che prima era confuso dentro.

Nel counseling artistico-espressivo, questa dimensione pedagogica diventa particolarmente evidente, perché l’uso dei linguaggi simbolici non serve a produrre un oggetto bello o tecnicamente riuscito, ma a rendere visibile un processo.
Disegnare, comporre un collage, costruire un mandala, lavorare con una carta, scegliere immagini, colori, forme e parole non significa evadere dalla realtà, ma creare una mediazione concreta attraverso cui la persona può osservare se stessa senza esserne travolta. L’immagine diventa allora uno strumento di apprendimento: non spiega dall’esterno, ma mostra; non interpreta al posto del cliente, ma offre una superficie sensibile sulla quale il vissuto può depositarsi, organizzarsi e diventare dialogabile.

Anche in questo caso il counselor non “regala il pesce”: non dice alla persona che cosa significhi il suo disegno, non attribuisce simboli secondo codici rigidi, non interpreta l’elaborato come se fosse una diagnosi mascherata.
Piuttosto, accompagna il cliente a entrare in relazione con ciò che ha prodotto, a cogliere connessioni, a nominare risonanze, a riconoscere possibilità.
La persona impara così a leggere il proprio linguaggio interiore, a sviluppare alfabeti simbolici personali, a trasformare una produzione espressiva in conoscenza di sé. Questo è un atto pedagogico alto, perché non trasmette un significato già dato, ma forma alla capacità di generare significato.

L’edificazione, in questo ambito, non riguarda quindi la costruzione di un’identità rigida, definitiva, chiusa una volta per tutte, ma la possibilità di dare maggiore consistenza alla propria presenza nel mondo.
Come ogni edificio vivo, anche la persona ha bisogno di fondamenta, soglie, stanze, finestre, confini e spazi di passaggio. Le fondamenta rimandano ai valori, alle risorse, alle esperienze che hanno sostenuto la storia personale; le soglie indicano i momenti di transizione, i varchi da attraversare, le decisioni che chiedono coraggio; le stanze rappresentano parti di sé da conoscere, abitare o riorganizzare; le finestre aprono alla relazione, allo sguardo sul mondo, alla possibilità di respirare oltre il perimetro delle proprie abitudini; i confini, infine, permettono di distinguere ciò che entra da ciò che invade, ciò che nutre da ciò che consuma, ciò che appartiene alla persona da ciò che viene depositato su di lei dall’esterno. In questa immagine, il counseling accompagna il cliente a diventare più consapevole della propria architettura interiore.

L’aspetto pedagogico del counseling riguarda anche il rapporto con la responsabilità. Aiutare qualcuno non significa liberarlo da ogni fatica, né proteggerlo da ogni decisione difficile; significa piuttosto sostenerlo affinché possa stare dentro la complessità senza perdersi completamente, riconoscendo ciò che può fare, ciò che non dipende da lui, ciò che può chiedere, ciò che deve lasciare andare. La pedagogia del counseling non promette una vita senza fame, senza mancanza, senza crisi; offre invece strumenti perché la persona possa attraversare le proprie stagioni interiori con maggiore presenza, con più capacità di orientamento e con una più salda percezione delle proprie risorse.

Insegnare a pescare, allora, non significa produrre individui autosufficienti in modo rigido, chiusi nella pretesa di bastare sempre a se stessi.
L’autonomia, nel counseling, non coincide con l’isolamento. Al contrario, una persona realmente più autonoma è anche più capace di chiedere aiuto in modo appropriato, di riconoscere i propri limiti, di scegliere interlocutori adeguati, di abitare le relazioni senza trasformarle necessariamente in dipendenza.
L’autonomia che il counseling promuove è una competenza relazionale ed esistenziale: significa potersi appoggiare senza annullarsi, ricevere senza consegnarsi, confrontarsi senza perdere il proprio centro.

Il proverbio, letto alla luce del counseling, ci ricorda dunque che il fine dell’aiuto non è trattenere la persona dentro la relazione d’aiuto, ma accompagnarla verso una maggiore capacità di camminare nel mondo. Ogni buon percorso dovrebbe contenere, fin dall’inizio, questa direzione: non creare un cliente che abbia sempre bisogno del counselor, ma una persona che, grazie all’esperienza del counseling, possa riconoscere meglio la propria voce, orientarsi con più lucidità, attraversare le difficoltà con strumenti più consapevoli e tornare alla propria vita con un senso più integro di presenza e competenza.

In questa prospettiva, insegnare a pescare significa educare alla fiducia nelle proprie risorse, alla pazienza del processo, alla dignità dell’apprendimento e alla capacità di stare nella vita non come destinatari passivi di soluzioni, ma come soggetti capaci di partecipare attivamente alla costruzione del proprio benessere.
Ed è forse qui che il counseling mostra una delle sue qualità più preziose: non risolve la vita al posto dell’altro, ma lo accompagna a ritrovare le mani, lo sguardo, gli strumenti e il coraggio per incontrarla in modo più consapevole.
La sua funzione pedagogica, allora, non è solo quella di insegnare a pescare, ma anche quella di sostenere l’edificazione di una struttura interiore capace di reggere la fame, la ricerca, l’attesa, la scelta e il movimento necessario per tornare, ogni volta, verso la propria riva.
gc©️

17/05/2026

15/05/2026

𝐔𝐥𝐭𝐢𝐦𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢 (𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝟐𝟓 𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨) ✨

Sono davvero felice: questa nuova formazione “𝐃𝐚 𝐌𝐨𝐧𝐞𝐭 𝐚 𝐌𝐢𝐫𝐨́: 𝐜𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐚𝐥𝐟𝐚𝐛𝐞𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚” è stata accolta con un entusiasmo che mi ha emozionata.
Evidentemente c’era bisogno di un percorso così: nuovo, concreto, e allo stesso tempo capace di andare in profondità… dove l’arte non è “decorazione”, ma diventa dispositivo di lavoro nel setting di Artcounseling.

Proprio per questo, 𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐢 𝐬𝐢 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐞𝐬𝐚𝐮𝐫𝐞𝐧𝐝𝐨 (ho scelto un numero limitato di partecipanti per lavorare bene, con qualità e spazio vero per l’esperienza).

📌 Iscrizioni aperte fino al 25 maggio (salvo esaurimento posti prima).
✅ Riconosciuto AssoCounseling: 40 crediti formativi validi per l’aggiornamento.

Per calendario, programma e costi trovi tutto qui: https://ri-trovarsi.com/formazione-fad-formazione-a-distanza/da-monet-a-miro-cinque-alfabeti-dellanima/

✨Se vuoi bloccare il posto, o chiedere informazioni/chiarimenti:
Messaggio su Messenger
mail: [email protected]
WhatsApp 347 175 1469

14/05/2026

Ti è mai capitato di sentirti “a corto di linguaggio” nel setting?
Di percepire che le parole del cliente girano in tondo, oppure che arrivano troppo presto e chiudono invece di aprire?

Ecco la novità: una formazione che non usa l’arte come ornamento, ma come struttura di lavoro.

𝐃𝐚 𝐌𝐨𝐧𝐞𝐭 𝐚 𝐌𝐢𝐫𝐨́: 𝐜𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐚𝐥𝐟𝐚𝐛𝐞𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚 è un percorso in cui Impressionismo, Espressionismo, Cubismo, Dadaismo e Surrealismo diventano veri dispositivi di Artcounseling: consegne operative, materiali, tempi, conduzione e restituzione.

Non “storia dell’arte”, ma metodo.
Non “fare bei lavori”, ma far accadere processo.

Perché proprio questi movimenti?
Perché ciascuno apre una porta diversa e utilissima nel counseling: la presenza e la sfumatura (Monet), l’intensità che prende forma (Van Gogh), la complessità che respira (Picasso), il giudizio che si scioglie nel gioco del caso (Tzara), il simbolo che diventa bussola (Miró).

Cinque linguaggi, un unico obiettivo: ampliare il tuo repertorio e rendere più solido il tuo setting.

✅ Novità assoluta del percorso: impari a tradurre una poetica artistica in intervento, senza interpretazioni invasive e senza “effetto laboratorio creativo fine a se stesso”.
✅ Riconosciuto da AssoCounseling: 40 crediti formativi validi per l’aggiornamento.

INIZIO DOMENICA 7 GIUGNO - pochi posti disponibili

📌 Calendario e costi sul sito: https://ri-trovarsi.com/formazione-fad-formazione-a-distanza/da-monet-a-miro-cinque-alfabeti-dellanima/

Se vuoi ricevere il programma completo, commenta “NOVITÀ” oppure scrivimi in DM o su whatsapp 347 175 1469

11/05/2026

Dal sentire all’ascolto: il counseling come arte della presenza all’altro
(riflessioni a ruota libera)

“𝑁𝑒𝑙 𝑐𝑜𝑢𝑛𝑠𝑒𝑙𝑖𝑛𝑔 𝑛𝑜𝑛 𝑏𝑎𝑠𝑡𝑎 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑟𝑒 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜 𝑑𝑖𝑐𝑒: 𝑜𝑐𝑐𝑜𝑟𝑟𝑒 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑒𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑑𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒.” 𝐺𝐶

Nel counseling, quando si parla di ascolto, si entra in un territorio molto diverso da quello che comunemente viene indicato con il verbo “sentire”, soprattutto se quest’ultimo viene inteso nella sua accezione più immediata e automatica di semplice udire, cioè di ricevere dei suoni, delle parole, delle informazioni che raggiungono l’orecchio senza necessariamente trasformarsi in esperienza relazionale, comprensione fenomenologica o autentica presenza all’altro.

Udire appartiene infatti alla sfera fisiologica della percezione; è una funzione sensoriale che può avve**re anche in assenza di attenzione, intenzionalità e coinvolgimento consapevole, mentre l’ascolto, nel counseling, rappresenta una postura complessa, una scelta relazionale, una disciplina della presenza che implica apertura, sospensione del giudizio, capacità di tollerare l’incertezza e disponibilità a lasciarsi toccare dal mondo dell’altro senza invaderlo, interpretarlo o ridurlo alle proprie categorie mentali.

Molto spesso, nelle relazioni quotidiane, gli esseri umani non ascoltano davvero: attendono il proprio turno per parlare, costruiscono risposte mentre l’altro sta ancora raccontando, filtrano ciò che viene detto attraverso convinzioni pregresse, bisogni personali, memorie, paure, identificazioni o automatismi cognitivi.

In questo senso, il “sentire” come modalità di udire rimane un fenomeno superficiale, quasi meccanico, perché registra la presenza di parole ma non entra realmente in contatto con il significato vissuto che quelle parole cercano, talvolta faticosamente, di trasmettere.

Il counselor, invece, è chiamato a sviluppare un ascolto qualitativamente differente, che non si limita al contenuto verbale ma si orienta verso il modo in cui l’esperienza prende forma nella relazione, osservando le pause, le esitazioni, le accelerazioni del discorso, le contraddizioni, il linguaggio corporeo, il tono emotivo, le immagini simboliche, i silenzi, i punti di rottura del racconto e persino ciò che non riesce ancora a essere detto.

L’ascolto che avviene nel counseling non coincide dunque con una semplice raccolta di informazioni, perché non nasce da un intento investigativo o diagnostico, ma da una presenza fenomenologica che cerca di incontrare l’altro nel modo più libero possibile da sovrapposizioni interpretative.
Ascoltare significa creare uno spazio sufficientemente ampio e sicuro affinché la persona possa progressivamente udire sé stessa attraverso la relazione.

Questo è un passaggio fondamentale: il counselor non ascolta soltanto per comprendere il cliente, ma ascolta affinché il cliente possa entrare maggiormente in contatto con il proprio vissuto, con le proprie risonanze interne, con le parti di sé che spesso nella vita quotidiana rimangono sommerse dal rumore, dalla fretta, dall’adattamento o dalla necessità di funzionare.

In questa prospettiva, l’ascolto diventa un atto profondamente etico prima ancora che tecnico, perché implica il riconoscimento dell’altro come soggetto portatore di un’esperienza unica, irriducibile e non immediatamente spiegabile attraverso categorie standardizzate.

Il counselor non ascolta per confermare ciò che già pensa, né per collocare rapidamente la persona dentro definizioni rassicuranti; ascolta invece per permettere all’esperienza di emergere nella sua autenticità, accettando che il vissuto umano sia spesso ambiguo, stratificato, contraddittorio e in continua trasformazione.

Vi è inoltre una differenza sostanziale tra il “sentire” come semplice ricezione sonora e l’ascolto come esperienza incarnata di presenza.
Nel counseling, infatti, l’ascolto coinvolge l’intera persona del counselor: il corpo, l’attenzione, la qualità dello sguardo, il ritmo respiratorio, la capacità di stare nel silenzio senza riempirlo compulsivamente, la sensibilità nel cogliere quando interve**re e quando invece lasciare spazio.

Un counselor che ascolta realmente non è semplicemente qualcuno che tace mentre l’altro parla, ma qualcuno che costruisce una qualità relazionale dentro la quale la parola può trasformarsi in esperienza viva e non rimanere soltanto un racconto mentale.

Carl Rogers aveva colto con grande profondità questa dimensione quando parlava della necessità di una presenza autentica e non giudicante, sottolineando come l’essere profondamente ascoltati rappresenti per molte persone un’esperienza rara, talvolta persino destabilizzante, proprio perché nella vita ordinaria si viene frequentemente uditi ma molto meno frequentemente accolti.

Essere ascoltati significa percepire che qualcuno non sta tentando di correggerci, aggiustarci, spiegarci o condurci altrove, ma sta realmente sostando accanto al nostro modo di essere nel mondo.
Per questo motivo il counseling può essere definito, in larga parte, un’arte dell’ascolto.

Non un ascolto passivo o neutrale, ma un ascolto intenzionale, dinamico, partecipe e insieme rispettoso dei confini dell’altro.
È un ascolto che richiede allenamento, supervisione, lavoro su di sé e capacità di riconoscere i propri filtri interni, perché uno dei rischi più frequenti nella relazione d’aiuto è credere di ascoltare mentre in realtà si sta soltanto reagendo al proprio mondo interno.

L’ascolto che avviene durante una sessione di counseling sostituisce dunque il semplice “sentire” inteso come udire, perché introduce una qualità relazionale radicalmente diversa: trasforma il suono in significato, il racconto in esperienza, la parola in possibilità di consapevolezza.

In un’epoca caratterizzata da una comunicazione sempre più rapida, frammentata e rumorosa, il counseling recupera il valore profondo dell’ascolto come spazio umano di riconoscimento, presenza e trasformazione, ricordandoci che tra udire qualcuno e ascoltarlo esiste la stessa distanza che separa il contatto superficiale dall’incontro autentico.
gc©️

06/05/2026

“𝑂𝑔𝑛𝑖 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑒 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑎𝑑𝑜𝑙𝑒𝑠𝑐𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑢𝑛 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜: 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑜𝑛𝑜 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑝𝑟𝑒𝑝𝑎𝑟𝑎𝑡𝑖, 𝑚𝑎𝑛𝑖 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜𝑠𝑒 𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐𝑎𝑝𝑎𝑐𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑠𝑡𝑜𝑑𝑖𝑟𝑛𝑒 𝑙’𝑒𝑠𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒.” 𝐺𝐶

𝐔𝐥𝐭𝐢𝐦𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢 𝐚 𝐄𝐝𝐮𝐜𝐀𝐳𝐢𝐨𝐧𝐀𝐫𝐭𝐞®
𝐋𝐮𝐧𝐞𝐝𝐢̀ 𝟏𝟏 𝐌𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐬𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐮𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐢𝐬𝐜𝐫𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢.

EducAzionArte® è una formazione pensata per chi desidera lavorare con bambini e adolescenti attraverso gli strumenti del Counseling Artistico/Espressivo, con competenza, cura e responsabilità.

Perché lavorare con l’età evolutiva non significa semplicemente proporre attività creative. Significa saper costruire un setting, progettare un laboratorio, accompagnare l’espressione emotiva, rispettare i tempi del bambino e dell’adolescente, sostenere senza forzare, osservare senza interpretare, educare senza invadere.
In questo percorso l’arte diventa uno spazio vivo di ascolto, scoperta e trasformazione: un luogo in cui emozioni, immagini, corpo, colore e parola possono incontrarsi per favorire consapevolezza, relazione e ben-essere.

Il corso è rivolto a counselor, insegnanti, educatori, psicologi, pedagogisti, logopedisti e operatori che lavorano nei servizi per minori, nella scuola, nei doposcuola, nelle comunità e nei contesti aggregativi.

𝐈𝐧𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐨𝐧𝐥𝐢𝐧𝐞: 𝐒𝐚𝐛𝐚𝐭𝐨 𝟏𝟔 𝐌𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨
𝐂𝐡𝐢𝐮𝐬𝐮𝐫𝐚 𝐢𝐬𝐜𝐫𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢: 𝐋𝐮𝐧𝐞𝐝𝐢̀ 𝟏𝟏 𝐌𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨

Corso riconosciuto da AssoCounseling con 50 crediti formativi (CUR/8102/2026)

Se senti che questa formazione può essere il prossimo passo del tuo percorso professionale, questo è il momento per iscriverti.

Per informazioni e iscrizioni :
[email protected]
Messaggio su Messenger
messaggio su WhatsApp 347 175 1469

Vuoi che la tua scuola/universitàa sia il Scuola/università più quotato a Rome?

Clicca qui per richiedere la tua inserzione sponsorizzata.

Ubicazione

Telefono

Indirizzo


Via Del Casaletto
Rome
00151