14/08/2026
Un approccio artistico alla relazione d’aiuto
(di A. Farinaro - curato da V. Aucone)
Introduzione
L’arte e la psicologia hanno spesso trattato ambiti complementari. Del resto è lo stesso Freud a sottolineare le relazioni esistenti tra le due discipline. In molti casi l’arte ha addirittura anticipato alcune tematiche riprese successivamente dalla psicologia. In un certo senso, sono stati i poeti e gli artisti a scoprire l’inconscio e ad osservarlo meglio e più in profondità di quanto non facciano gli stessi esperti della psiche. Ecco perché Freud nel corso dei suoi studi prenderà in esame anche personaggi, temi e situazioni della letteratura antica e moderna (Omero, le tragedie di Sofocle, Shakespeare, Goethe, ecc.).
Per il padre della psicoanalisi la produzione artistica deve essere concepita in stretta analogia con la produzione onirica. L’arte come il sogno è una via che porta l’individuo a esprimere i propri desideri inconsci insoddisfatti. Il soddisfacimento del desiderio si raggiunge attraverso la sublimazione e l’arte, in quest’ottica, si presenta come la forma più evidente e importante della sublimazione.
Jung riprende le considerazioni di Freud per esprimere però un punto di vista nettamente differente. In opposizione a Freud, Jung sostiene che non possiamo risolvere l’arte in psicopatologia. Secondo Jung, l’opera d’arte solo in parte riflette la psicologia individuale dell’autore, ma è anche l’espressione di significati e simboli appartenenti all’inconscio collettivo. Umberto Galimberti ci aiuta ad interpretare questo passaggio affermando che se l’opera d’arte viene letta a partire dalla biografia dell’artista la si nega come opera d’arte, perché la si afferma come sintomo di una malattia.
“Ma l’arte è arte non in quanto sintomo, ma in quanto simbolo di una composizione di senso che l’umanità per la prima volta ha raggiunto ed espresso in quell’opera. Con ciò non si vuole negare che nell’arte si esprimono anche nevrosi o psicosi dell’artista, ma l’arte è arte proprio perché la nevrosi e la psicosi hanno superato la loro espressione clinica per farsi veicolo di un linguaggio che l’umanità è riuscita a raggiungere solo in quella forma, in quell’opera d’arte.”
Mentre per Freud l’inconscio è il luogo che si forma attraverso la rimozione di desideri e istinti sessuali, secondo una logica causale e materialistica, per Jung esso rappresenta il luogo da cui genera la coscienza, che dunque ha già una sua autonomia. A tale concetto si lega la nozione di archetipo. Gli archetipi sono immagini primordiali, metafore primarie, collettive e immutabili, intese come una sorta di kantiane “forme a priori”, che concorrono alla formazione dei simboli o di immagini fantastiche. Come afferma Hillman “ogni percezione del mondo e sensazione interiore, deve passare attraverso un’organizzazione psichica per poter anche solo «avvenire». Ciascun sentimento od osservazione si manifesta come evento psichico innanzi tutto attraverso la formazione di un’immagine fantastica”.
Hillman utilizza il termine immagine fantastica in senso poetico, proponendo una base poetica della mente. L’immaginazione è dunque quel processo che permette all’individuo di proiettarsi al di fuori di sé, nel senso di trascendere la sua condizione materiale, attraverso la produzione di immagini, significati, simboli.
Allo stesso modo l’arte ha la capacità, attraverso la rievocazione simbolica, di influenzare la vita psichica. Hillman sostiene che questo aspetto “i greci lo sapevano molto bene, per questo non conobbero una psicologia del profondo e una psicopatologia, contrariamente a noi …”.
Attraverso la mitologia e la tragedia i greci costruirono un’impalcatura in grado di sorreggere la persona dai turbamenti dell’anima. Con le loro opere avevano creato una catarsi spontanea, una modalità tutta artistica che fungeva contemporaneamente da specchio, confessione e redenzione.
Oggi l’arte-terapia e il counseling artistico dovrebbero ispirarsi proprio a questa concezione classica, quando pongono l’arte al centro dei loro interventi relazionali. D’altronde la rappresentazione artistica, vista attraverso l’applicazione del counseling e della terapia - qualsiasi linguaggio essa utilizzi: musicale, pittorico, poetico, teatrale, ecc, - ha la capacità di far emergere contemporaneamente diversi aspetti della personalità umana che altrimenti rimarrebbero celati. Come il sogno nega i principi della materia (spazio, tempo e causalità) così l’opera artistico-terapeutica porta a percepire simultaneamente ciò che prima era separato per incompatibilità.
Quello che appare da subito evidente è soprattutto l’immediatezza della comunicazione simbolica. Più che l’interpretazione di un gesto, di una espressione o di un significato, ciò che induce al cambiamento è proprio la forza del segno e della metafora comunicata dall’opera artistica. Come sostiene Hillman con tale approccio “i segni del miglioramento verrebbero da tutto quello che ha a che fare con il dar forma – il parlare, il teatro, il vestire, l’atletica, il movimento, il gesto – piuttosto che dall’intuizione, la comprensione, l’equilibrio emotivo, l’essere in relazione”.
Questo punto di vista provocatorio che mette l’estetica al primo posto, aiuterebbe a reimmaginare il lavoro dell’arte terapia e del counseling artistico come strumenti di cambiamento attraverso il recupero del simbolo, sempre più svuotato oggi dei suoi contenuti umani e spirituali, in nome di un consumismo sfrenato e di un utilitarismo materialistico che influenza ogni dimensione della vita.
Attraverso questo atteggiamento artistico-terapeutico utilizzato nel counseling è la relazione stessa soprattutto a giovarne, in quanto capace di svincolarsi dalle maglie limitanti di una semplice psicologia dell’io. Quella relazione, cioè, che oltre ad essere espressione di uno scambio soggettivo, dove vengono messi in gioco emozioni, vissuti e significati personali, diventa espressione di un simbolo rianimato, in quanto esprime contenuti che vanno oltre l’individuo stesso e la sua soggettività.
È da tale premessa che nasce la scelta di analizzare l’opera del Lotto in ambito del counseling, in un’ ottica ribaltata, dove appunto è l’arte a darci quegli spunti di analisi della relazione finalizzati all’aiuto dell’altro. È l’arte cioè con il suo linguaggio simbolico, con la sua creatività, con la sua immaginazione, con la sua metafora, con la sua poetica ad orientare lo scambio relazionale e a dare al counselor quegli strumenti utili per calarsi nella relazione e leggere la complessità del suo significato.
L’opera artistica di Lorenzo Lotto indaga l’animo umano integrando gli aspetti psicologici, attraverso la cura dei dettagli delle espressioni non verbali – postura, sguardo, movimento delle mani, movimento delle labbra, ecc. – con quelli simbolici, che danno un significato a ciò che non può essere ridotto a semplice espressione di un vissuto soggettivo, ma che si arricchisce di una lettura culturale, religiosa e poetica della persona. Tutta l’opera del Lotto può essere letta come una costante comunicazione tra sacro e profano, tra materia e spirito, con uno stile artistico e una pratica del colore e della luce usati con una modernità che richiama certi modi degli impressionisti.
Ma sono soprattutto i ritratti del Lotto a coglierci di sorpresa, per la loro capacità di esprimere gli aspetti interiori dei personaggi con i quali l’autore sembra entrare in un dialogo intimo. Al Lotto non interessa fissare come obiettivamente è la realtà a fini documentaristici, ma come è nel rapporto con l’altro, nella sua espressione del momento. Ecco perché i soggetti ritratti sono persone che danno uno spaccato del tempo, tra cui, oltre ad esponenti di professioni elevate troviamo anche persone semplici, mercanti, popolani, colti nella loro naturalezza, senza ornamenti o decori che ne debbano necessariamente esaltare la fama, la ricchezza o il potere.
Nel Triplice ritratto di orefice (1529 circa), il Lotto sembra voler comunicare che la realtà non è semplicemente come appare ma può essere vista da punti di vista e angolature differenti. L’opera può essere letta come una sorta di Gestalt, dove in primo piano si alternano tre diverse espressioni del protagonista (una frontale, una di profilo e una a tre quarti). Le tre pose non possono essere viste contemporaneamente ma allo stesso tempo una non esclude le altre che ne caratterizzano il retroscena. Nel counseling integrato che utilizza un approccio gestaltico, il counselor si pone come interlocutore privilegiato che agevola la relazione proprio partendo da quello che il cliente pone in figura, integrandolo con le altri parti della sua personalità di cui è meno consapevole e con il mondo di valori e significati in cui si trova a vivere.
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Lorenzo Lotto indagatore dell'anima
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