28/10/2021
Italian music
MANNARINO L'AFRICANO (by Leonardo Giorda)
Piantala co’ sti bonghi, non siamo mica in Africa
"V" è il titolo dell’ultimo album di Alessandro Mannarino. Tredici brani per un album sperimentale che mescola sound africani e sudamericani con la produzione tipica del cantautore romano. Non tutte le sperimentazione riescono col buco e V è stato per me una grande delusione. Non solo il tema non è originale (prima di lui hanno sguazzato in queste sonorità già Silvestri, Vinicio Capossela, I Modena City Ramblers, i Negrita e questo soffermandoci solo in Italia) ma il modo in cui Mannarino lo sviluppa risulta anche vagamente razzista. Non si tratta di quel razzismo contro cui si scaglia il politicamente corretto, ma di un razzismo involontario che scivola nella condiscendenza. In sostanza si tratta di un esperimento banale in cui i ritmi africani e latini sono ridotti a macchietta.
“Un Cristo Africano dallo spazio”. Così Aldous Snow, fittizia rockstar interpretata da Russel Brand nella commedia in viaggio con una rockstar, descriveva il suo stile nell’album African Child. Lo stesso album è stato poi definito “La cosa peggiore successa all’Africa” dai tempi dell’Apartheid. Non mi sento di dire lo stesso di V ma mi ha riportato alla mente queste parole.
Il disco inizia male, sembra riprendersi verso la metà e, a partire da La banca de New York, prosegue su livelli medio-alti per poi arenarsi in un trionfo di banalità con un inno all’amor proprio. L’ultima traccia Paura potrebbe essere stata scritta dal peggior Vasco Rossi (EEEEEh, non avere paura alcuna. Tu sei il numero unoooo, eh giàààà).
Di per sé si tratta semplicemente di un album modesto, non all’altezza del resto della produzione di Mannarino. Ciò che mi ha deluso è il fatto che ci siano dei pezzi che non posso non definire brutti. Congo sembra la parodia che un hater farebbe di Mannarino. Lo stesso vale per Agua in cui sento anche delle storture a livello musicale a partire dalle armonizzazioni sul ritornello.
Vagabunda e Bandida si salvano, anche per le splendide voci delle interpreti femminili e per lo sforzo di scrivere in lingua originale.
Mannarino è senza dubbio un poeta oltre che un musicista ma una delle due cose gli riesce molto meglio dell’altra. Qui sembra tendere troppo verso la prima con scarsi risultati.
Queste critiche le muovo con la consapevolezza di quanto sia difficile scrivere una canzone. Io da musicista dilettante ne avrò scritte quattro prima di capire che non ne sono in grado e di limitarmi alle cover (Molte delle quali dello stesso Mannarino). In conclusione dalle esperienze in Sud America e in Africa, Mannarino non riporta niente di nuovo. Ti abbiamo amato quando hai ridefinito in chiave moderna lo stornello romano. Abbiamo apprezzato le derive politiche e religiose della tua musica. Ci sta sbagliare.
L’Africa agli africani!