Massimo Boresta

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Photos from Pranaviadojo Settore Judo's post 23/12/2025
13/11/2025

I CINQUE AUGURI DI KANO JIGORO PER GLI INSEGNANTI DI JUDO

COME INSEGNARE SECONDO LO SPIRITO DEL FONDATORE

INTRODUZIONE

Nell'ottobre 1919, Kanō Jigorō, fondatore di judo ed educatore visionario, pubblicò un testo intitolato "Desideri per gli insegnanti di judo" (J ūdō no kyōshi ni tai suru kibō).

Tradotto e commentato dal ricercatore Yves Cadot, questo eccezionale documento rivela il concetto educativo del Kanō in un momento in cui il judo era appena stato integrato nelle scuole giapponesi.

Più che una guida tecnica, è un vero e proprio manifesto pedagogico: Kanō definisce il ruolo dell'insegnante come educatore morale, intellettuale e sociale.

Un secolo dopo, le sue parole rimangono altrettanta forza e rilevanza.

1. NON TRASCURARE MAI LA PROPRIA ISTRUZIONE

Prima di insegnare, bisogna continuare ad educarsi.

L'insegnante non è un maestro finito, ma uno studente che non smette mai di imparare.

Kanō ricorda che questa formazione si sviluppa su diversi livelli: morale, tecnico e intellettuale.
Assume curiosità, rigore e gusto per il progresso interiore.

|. "Un insegnante che smette di imparare smette anche di saper insegnare.

2. COLTIVA IL TUO CARATTERE

La prima qualità di un insegnante non è né forza né tecnica, ma carattere.

Kanō ti invita a circondarti di persone giuste, evitare il basso spirito e nutrire la riflessione attraverso la lettura e la pratica della rettitudine.

L'esempio personale rimane la prima lezione impartita ad uno studente.

Il judo, prima di essere arte della proiezione, era una scuola di comportamento.

| "Quello che uno studente impara da un sensei non è solo ciò che fa sul tatami, ma ciò che è all'esterno. "

3. PRATICA CON INTELLIGENZA

Molti pensano che ci voglia un maestro per progredire.

Sfumatura Kanō: all'inizio sì, ma poi, l'auto-riflessione diventa essenziale.
Anche con partner meno esperti, possiamo progredire se rispettiamo i principi del judo:

• non forzare,

• rompere la postura (kuzushi) prima di agire,

• Cerca la massima efficienza con il minimo sforzo,

• non ferire mai te stesso o ferire gli altri.

Ecco come si forgia la vera maestria, quella che nasce dalla consapevolezza del giusto movimento.

| "La pratica vale solo se è consapevole. "

4. INSEGNANDO LA VIA

Essere un buon judoka non basta per essere un buon insegnante.

Kanō sottolinea l'importanza di riflettere sulla propria pedagogia.

Di fronte a un gruppo, bisogna saper organizzare le lezioni, scegliere una progressione chiara e mantenere l'attenzione degli studenti.

Anche nelle singole classi, la chiarezza delle spiegazioni e l'ordine di apprendimento determinano i risultati.

L'insegnante è soprattutto una guida che plasma l'esperienza dello studente.

| "La pedagogia è la tecnica del cuore e della chiarezza. "

5. APERTI ALLA SCIENZA E ALLA CULTURA

Il judo, integrato nell'educazione fisica scolastica, deve basarsi sulle conoscenze scientifiche: anatomia, fisiologia, igiene, ma anche cultura generale ed educazione morale.
L'insegnante di judo deve essere in grado di rispondere alle domande dei suoi studenti, aiutarli a capire il legame tra corpo, mente e società e guidarli verso una pratica illuminata.
Così il judo diventa un completo strumento di addestramento umano.

| "Il judo non educa solo i combattenti, ma i cittadini. "

IN CONCLUSIONE

Questi cinque desideri di Kanō Jigorō dipingono il ritratto ideale dell'insegnante di judo: un educatore completo, coltivato, riflessivo ed esemplare.
Per lui insegnare judo è insegnare la strada per essere nel mondo.

Più che uno sport o un'arte marziale, il judo sta diventando un percorso di miglioramento personale e collettivo.

| "Il judo è un modo per migliorare se stessi e la società. »
— Kanō Jigorō

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Fonte della traduzione originale :

Yves Cadot (4 aprile 2020), Auguri per gli insegnanti di Judo (2/4),
Dillo nel corpo, Hypothèses.org —
https://doi.org/10.58079/n65m

xn--hypothses-53a.org

12/11/2025

“SOCIETÀ CULTURALE KODOKAN: UN PROGETTO DA RISCOPRIRE. ” "

Quando Jigoro Kanō fondò la Kodokan Cultural Society nel 1922, non stava solo creando un dipartimento amministrativo: stava erigendo una divisione. Uno spazio destinato a proteggere la profonda essenza del judo, anche quando, portato dal suo successo, rischiava già di diventare una tecnica di combattimento o uno sport agonistico. Kanō predisse che se avessimo trascurato la cultura del judo - la sua etica, il suo umanesimo, la sua visione educativa - la pratica avrebbe gradualmente prosciugato la sua sostanza. Quello che voleva preservare era una cultura viva: un insieme di valori, comportamenti, letture, discussioni, atteggiamenti interiori. Il judo doveva allenare esseri completi, non solo atleti. Ma questo aspetto fondamentale è proprio quello che il mondo moderno ha lasciato a pezzi.

Kanō ha progettato il judo come un ponte tra tradizione e modernità, tra educazione fisica e allenamento morale. La Società Culturale Kodokan doveva essere un luogo dove venivano studiati i testi fondatori, la filosofia orientale, la pedagogia, la storia delle arti marziali, il posto dell'individuo nella società, il modo di comportarsi, parlare, insegnare, decidere. Abbiamo anche praticato quello che oggi è quasi scomparso: Kogi, quelle lezioni verbali e insegnamenti dove lo spirito del judo si trasmetteva attraverso le parole; e Mondō, quel dialogo maestro-studente che invitava le persone a pensare, interrogarsi, capire. Questi momenti di parola, essenziali per nutrire la mente, sono ormai assenti dalla maggior parte dei dojo. La tecnica ha preso il posto del senso. Il silenzio dell'azione ha sostituito la parola illuminante.

In questa società culturale non si coltiva la vittoria ma la nobiltà di spirito. Non cercavamo il dominio ma la comprensione l'un l'altro Abbiamo studiato non solo cosa fosse il judo, ma cosa ha fatto il judo agli esseri umani. Qui è dove Kanō pubblicò i due principi che dovevano guidare la vita del judoka, e non solo il suo allenamento: Seiryoku Zen'yō, il miglior uso dell'energia, una ricerca di giustizia nell'azione, nella parola e nel pensiero, una cultura dell'autocontrollo, e Jita Kyōei, prosperità reciproca, un'etica di responsabilità verso altri, benevolenza attiva, cooperazione non calcolata. Questi alti non erano slogan, ma i pilastri di un vero progetto di civiltà.

Beh, questa dimensione culturale è in gran parte scomparsa. Il judo è ormai tecnico, a volte industrializzato. La formazione si è concentrata sulla performance, spesso a discapito del significato. Il dojo è diventato un luogo di esercizio fisico, ma meno spesso un luogo di riflessione. Le massime del Kanō sono recitate, ma raramente studiate, interrogate, vissute. E soprattutto i Kogi e i Mondō sono quasi scomparsi privando la pratica del suo tempo di parola, ascolto e maturazione interiore. Il judo ha mantenuto le sue tecniche, ma ha perso una parte della sua anima: questa visione umanistica secondo cui la pratica era migliorare la società, non solo vincere una lotta.

Perché ciò che Kanō voleva preservare, attraverso la Società Culturale Kodokan, era un percorso completo, dove abbiamo imparato l'umiltà, la disciplina interiore, la gestione dell'energia personale, il senso della collettività, la consapevolezza dell'impatto sociale delle nostre azioni, la bellezza del comportamento dignitoso, e questo pensiero vivo trasmesso attraverso l'orale istruzione e dialogo. Voleva che ogni judoka diventasse un agente di civiltà, un essere umano illuminato, utile alla comunità.

Questo progetto deve essere riscoperto oggi. Perché se il judo perde la sua cultura, diventa uno sport tra gli altri. Ma se trova la sua anima, i suoi spazi di parola, i suoi momenti di studio e riflessione, diventa ciò che era per Kanō: un percorso di elevazione interiore e progresso umano.

Fonte: Yves Cadot tesi di dottorato: "Jigoro kano e la realizzazione del judo.. "

hal.science

06/11/2025

🥋✨ | STAGE DI JUDO TRADIZIONALE A ROMA

6–7 DICEMBRE | Pranavia Dojo – Roma

Due giornate speciali dedicate all’essenza del Judo Tradizionale, guidate da un Maestro di grande esperienza e spessore: M° Massimo Boresta 🥇
Un viaggio tecnico e formativo per riscoprire radici, principi, postura, equilibrio, respiro e il vero significato del tatami.

Un appuntamento aperto ai tesserati CSEN, ideale per atleti, insegnanti, appassionati e chiunque voglia approfondire la purezza del gesto, l’eleganza del movimento e la filosofia del Judo.

💬 Perché partecipare?
• Studio tecnico raffinato
• Atmosfera di crescita e rispetto
• Condivisione e tradizione
• Allenamento fisico, mentale e relazionale

📍 Pranavia Dojo – Roma
📅 6 e 7 dicembre
👥 Aperto ai tesserati CSEN

Porta il tuo judogi… e la tua migliore energia. 💙
Ci vediamo sul tatami.

24/09/2025

Un angolo di Giappone nel nostro quartiere... Per informazioni: 3481338670

10/09/2025
29/04/2025

Un libro di Vismara che non può mancare nella libreria di un judoka: racconti di vita vissuta che fanno capire come il Judo vada ben oltre lo sport...

Photos from Massimo Boresta's post 15/11/2024
25/09/2024

LA LENTA CONQUISTA DEL JUDO DA PARTE DELL'OCCIDENTE NON È CONCLUSA. DOBBIAMO COSIDERARE CON HUMOUR I NOSTRI SFORZI VIOLENTI PER SFONDARE PORTE CHE MOLTO GENTILMENTE UN VECCHIO MAESTRO NIPPONICO POTREBBE APRIRCI SOLO GIRANDO LA MANIGLIA. LE PORTE PIÙ IMPORTANTI SONO RAPPRESENTATE DAI KATA...

Siamo d'accordo che i giapponesi sono stati battuti, prima dai giganti olandesi, poi dagli scorbutici sovietici. Siamo anche d'accordo che il Judo giapponese si presenta oggi, nelle più note università, molto simile a quello praticato nei migliori clubs europei (solo i tempi di allenamento sono diversi). Ma questo non significa gran che, dato che sappiamo che nel dopoguerra il Giappone ha imboccato la strada dello sport e della Federazione all'occidentale e tutto questo per motivi psicologici politici che non è difficile analizzare. I moderni Maestri del Kdk (Daigo, Osawa, Kawamura, Kotani) ci superano di una breve incollatura: hanno la loro età, ma praticano ancora; il loro movimento non sarebbe forse così efficace in una gara internazionale, ma è perfetto; essi continuano la tradizione della “Via”, che va seguita per tutta la vita non solo per la durata breve della stagione agonistica. Ma i vecchi Maestri? quelli che il processo di occidentalizzazione del Judo giapponese ha allontanato dalla frenetica vita della Federazione sportiva, che è in parte pratica e tecnica, ma soprattutto politica? Nei primi mesi del 1972 i Vismara e Veronese si trovavano a Kumamoto, in un liceo famoso - il Chinzei- dove insegna Funayama. Cinque ore di allenamento al giorno, per ragazzi tra 15 e 18 anni! Un giorno si presenta un vecchio di 76 anni: è un vecchio campione dell'ante-guerra, Oshijima. II suo grado si è fermato al 6° o al 7°, dopo il '48 non ha più voluto rendere omaggio al Kdk e il riconoscimento tecnico, per lui, si è fermato. Pratica con i ragazzi. In randori strangola tre volte Veronese, facendolo sve**re immancabilmente, I tre italiani non se ne rendono ancora conto, ma sono di fronte ad una figura leggendaria. Molti giapponesi, 5° e 6° dan resteranno increduli e ammirati quando ascolteranno che questi italiani hanno avuto una lezione da Oshijima, cosa che è il sogno della vita per molti nipponici. Chi è questo vecchio che alle soglie degli 80 si permette di ba***re un P.O. italiano? Ma la storia non finisce lì. Fuori dal dojo vi è il fratello più giovane di Oshijima, anch'egli valente judoista, che spia dalla finestra. Ritiene di non essere degno di presenziare alla lezione sul tatami, neppure nel dojo: quando Oshijima m***a sul tatami, si accontenta di non perderne un movimento guardando dall'esterno. Verso le 19 l'allenamento è finito. Alfredo Vismara si fa coraggio e chiede timidamente spiegazioni su Tai-otoshi. Nessuno abbandona il tatami. Oshijima spiega, spiega... passano tre ore! Non c'è fame che tenga, non ci sono impegni qualsiasi ritardo è giustificato: tutti seguono la dimostrazione di esperienza del vecchio campione. Questo signore è rimasto in materassina per otto ore, facendo randori, uchi-komi e spiegando pazientemente. Poi se ne va, torna nella casa, dove si allena quotidianamente con qualche amico, in una camera di 12 tatami. E' una storia vera? Chiedetelo ai Vismara. Mi par già di sentire certi dirigenti, certi sportivi a oltranza: “perché non mandano Oshijima alle Olimpiadi?”. Il Judo giapponese presenta delle gigantesche contraddizioni. Forse le stesse che in minor misura affliggono le Federazioni occidentali. Certo, Oshijima non è adatto ad allenare una nazionale: la sua esperienza è quella dell'educatore che, pazientemente, può formare altri judoisti come lui, migliori di lui. Se il sistema lo vuole. Altrimenti può ritirarsi dignitosamente in casa sua e fare l'emarginato. Chi ha conosciuto Kenshiro Abbe, Masahiko Kimura, Haku Michigami, Gunji Koizumi, ne ha tratto una grande impressione e sarà d'accordo che non si potrebbe chiedere loro di allenare una nazionale durante quindici giorni pretendendo di portarla alla vittoria. Il Judo originale non aveva orientato i suoi sforzi verso questo, ma verso la formazione dell’uomo, quella che richiede anni e anni e un contatto quotidiano col Maestro. Nella formazione dell'uomo, che incidentalmente può anche diventare un campione, i Kata hanno una parte determinante. Se si vuole produrre in 12 mesi un gorilla dalle braccia d'acciaio, con le cosce “ bombè “, che potrebbe torcere il cannone di un carro armato, si può sottoporre un giovane ad un'intensa terapia con i pesi. Questo ragazzo non lo sa, ma rinunzia a qualche centimetro di altezza (non lo affermo solo io, ma anche quel libretto “ Sport dove, sport come “ – Mondadori - edito con l'approvazione del CONI) e i suoi muscoli, una volta sviluppati, vanno mantenuti fino a tarda età. Mancano studi sugli effetti dell'ipertrofia muscolare (a cui si arriva sia con i pesi, sia con diabolici attrezzi, come la nota “ ercolina”) riguardanti l'artrosi e l’infarto. La vecchiaia di molti nostri campioni di sollevamento pesi sembra molto più infelice di quella di tanti vecchi Maestri di Judo, di Karate e di Kung-fu. D'altro canto la disciplina del sollevamento pesi ci riserba continue novità: pochi anni fa hanno abolito l'esercizio di "lento ", perché ritenuto dannoso al fisico (quanti anni ci hanno messo ad accorgersene?) e magari arriveranno ad abolire anche gli altri. Avete notato che il boom del culturismo e dei pesi applicati ad ogni genere di sport coincideva con l'immissione sul mercato italiano di ingenti capitali americani per la vendita di attrezzi? Spesso noi vogliamo sfondare una porta, che può ve**re aperta girando la maniglia. Quando ero giovane mi facevano fare il “ ponte “, per rinforzare il collo e difendermi dagli strangolamenti. Ricordo che Otani un giorno mostrò il ponte fatto con un bilanciere sulle braccia e il tecnico della Nazionale disse: “ e aspetta solo ora a farcelo vedere! “ intendendo che avevamo perso tempo prezioso trascurando questo esercizio. Ma il collo di un lottatore è molto più vulnerabile agli strangolamenti di quello del sig. Tada (8' dan di Aikido) che si presenta esile e sottile. E molti, della mia generazione, muovono a fatica il collo per l'artrosi.

Da uno scritto di Cesare Barioli del 1977 (articolo parziale)…

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