Alta Formazione Antroposofica Rinascita18

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“La conoscenza non è solo acquisizione di informazioni, ma trasformazione della coscienza di chi apprende.”

RINASCITA18 NOTIZIARIO Maggio 2026 Anno V - Numero 60 28/05/2026

RINASCITA18 NOTIZIARIO Maggio 2026 Anno V - Numero 60
ARGOMENTI: Denaro, Spirito e Comunità - Segmento di Antroposofia - Educazione come Arte. Arte come Trasformazione - Adolescenza e trasformazione della coscienza. La nuova sfida educativa tra autonomia, relazione e responsabilità - Libero Pensare: L’Anticristo e la grande Sfida del terzo Millennio - Master Rinascita18 Accademia - Prossimi incontri: maggio-settembre 2026.

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RINASCITA18 NOTIZIARIO Maggio 2026 Anno V - Numero 60 ARGOMENTI: Editoriale: Denaro, Spirito e Comunità - Segmento di Antroposofia - Educazione come Arte. Arte come Trasformazione - Adolescenza e trasformazione della coscienza. La nuova sfida educativa tra autonomia, relazione e responsabilità - Libero Pensare: L’Anticristo e la grande Sfida del te...

19/05/2026

Adolescenza e trasformazione della coscienza.
La nuova sfida educativa tra autonomia, relazione e responsabilità

Nel mese di maggio si è svolta una intensa lezione online aperta a educatori, insegnanti e genitori, dedicata a uno dei temi più delicati e decisivi del nostro tempo: l’adolescenza come fase di trasformazione della coscienza e nascita dell’individualità.

L’incontro, guidato dal Dr. Carmelo Samonà, ha offerto una riflessione profonda sul significato evolutivo dell’adolescenza, affrontando non soltanto gli aspetti psicologici e pedagogici, ma anche le problematiche sociali e patologiche che oggi attraversano il mondo giovanile.

- L’adolescenza come metamorfosi della coscienza

Secondo quanto emerso durante la lezione, l’adolescenza rappresenta una fase cruciale nel processo di maturazione dell’essere umano. È il momento in cui si sviluppano le capacità di astrazione, il pensiero concettuale e una nuova possibilità di relazione autonoma con la realtà.

L’adolescente non vive più il mondo attraverso l’immediatezza dell’infanzia né attraverso la fiducia spontanea nell’autorità tipica delle fasi precedenti. Inizia invece un processo di distacco, opposizione e ricerca personale che costituisce il risveglio dell’individualità.

Questa metamorfosi della coscienza comporta grandi opportunità, ma anche rischi profondi. Da una parte emerge la possibilità di creare nuove relazioni sociali, sviluppare pensiero critico e costruire la propria identità; dall’altra possono manifestarsi forme di isolamento, fragilità emotiva e comportamenti patologici.

- Le radici educative delle fragilità adolescenziali

Uno dei punti centrali dell’incontro ha riguardato il legame tra le difficoltà adolescenziali e gli errori educativi delle fasi precedenti dello sviluppo.

Il Dr. Carmelo Samonà ha sottolineato come molti comportamenti autodistruttivi — tra cui dipendenze, compulsività, autolesionismo, anoressia e bulimia — non nascano improvvisamente durante l’adolescenza, ma siano spesso l’effetto a lungo termine di un rapporto incompleto con la realtà corporea nei primi anni di crescita.

L’assenza di esperienze concrete, manuali e corporee, insieme all’uso eccessivo delle tecnologie digitali, può impoverire il rapporto del giovane con il mondo reale. Quando il corpo non viene vissuto come strumento di esperienza e relazione, anche la volontà perde forza espressiva e capacità di orientamento.

In questo senso, l’adolescenza rende visibili fragilità che hanno radici più profonde e che richiedono oggi una riflessione educativa urgente.

- Autorità educativa: tra costrizione e assenza

Particolarmente significativa è stata la riflessione sul tema dell’autorità.

Attraverso l’archetipo del maestro socratico, Carmelo Samonà ha richiamato la figura di Socrate come modello educativo fondato sulla meraviglia e sul dialogo. Il vero maestro non genera paura, ma suscita domande; non impone verità, ma accompagna il giovane verso la conoscenza di sé.

Durante l’incontro sono stati descritti anche i due poli patologici dell’autorità educativa:

* l’eccessiva costrizione, che può favorire stati d’ansia, rigidità e disturbi ossessivo-compulsivi;
* l’assenza totale di autorità, che può invece generare disorientamento, fragilità identitaria e condizioni borderline.

L’equilibrio educativo richiede quindi una presenza autorevole ma non autoritaria, capace di offrire orientamento senza soffocare la libertà emergente dell’adolescente.

- Dialogo e riconoscimento dell’individualità

Nel corso del dibattito, educatori e genitori hanno posto numerose domande riguardanti l’autolesionismo, il rapporto con il corpo, la sessualità e la gestione delle crisi relazionali.

Carmelo Samonà ha evidenziato come, nel cosiddetto “terzo decennio evolutivo”, non sia più possibile educare esclusivamente attraverso regole imposte o schemi prefissati. L’adolescente necessita di un approccio pedagogico fondato sul dialogo e sul riconoscimento della sua nuova capacità di pensare autonomamente.

La sfida educativa contemporanea consiste allora nell’accompagnare il giovane nella costruzione di un rapporto personale con la realtà, aiutandolo a trasformare il conflitto in ricerca di senso e la fragilità in possibilità evolutiva.

- Educare alla libertà

Uno dei temi più profondi emersi durante la lezione riguarda il rapporto tra libertà e coscienza.

La libertà non può essere intesa come assenza di limiti o semplice spontaneità. Essa richiede una progressiva polarizzazione della coscienza, cioè la capacità di distinguere, scegliere, orientarsi e assumersi responsabilità.

Per questo motivo educare oggi significa creare condizioni affinché il giovane possa sviluppare presenza interiore, capacità critica e relazione autentica con sé stesso, con gli altri e con il mondo.

In una società dominata dalla velocità, dalla virtualizzazione dell’esperienza e dalla frammentazione dell’attenzione, il compito dell’educatore diventa sempre più quello di custodire l’umano.

L’incontro di maggio ha lasciato ai partecipanti una consapevolezza importante: l’adolescenza non è soltanto una fase problematica da gestire, ma un momento decisivo di trasformazione della coscienza che richiede adulti presenti, dialoganti e interiormente responsabili.

Perché ogni giovane, nel difficile cammino verso sé stesso, ha bisogno prima di tutto di incontrare adulti capaci di educare attraverso la relazione, l’ascolto e l’esempio vivo dell’umanità. RINASCITA18

19/05/2026

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14/05/2026

Quando lavoriamo sulla nostra anima nello spirito della fratellanza, nel servire noi stessi serviremo meglio l’umanità; perchè è vero che, quando persistiamo nella nostra
separatezza egoista, i nostri talenti sono sradicati come una pianta che viene estirpata dal suolo. Un occhio è poco se viene estirpato dalla sua orbita e proprio così l’anima umana, quando si separa dalla comunità dell’uomo.
Vedrete che sviluppiamo meglio i nostri talenti quando viviamo in una comunità fraterna, che viviamo più intensamente quando affondiamo le radici nella totalità. Senza dubbio dobbiamo aspettare finché ciò che si è radicato nella totalità maturi e fruttifichi, tramite la silenziosa meditazione interiore. E non dobbiamo perdere noi stessi nel mondo, perchè ciò che disse il poeta è vero nel più alto significato spirituale: si deve essere certi dentro di sé che i talenti di una persona possono dispiegarsi. Quei talenti, comunque, sono radicati nel mondo. Essi ci danno forza, ma, per incrementare il nostro carattere, dobbiamo vivere con e all’interno di una comunità. Perciò, se l’uomo vive in accordo col principio reale, vero, della fratellanza,
egli è il più forte proprio nella lotta per l’esistenza e troverà nella calma del suo cuore i suoi più grandi poteri, mentre sviluppa la sua personalità completa, la sua intera individualità, in unione con gli altri umani
fratelli e sorelle. E’ vero: un talento si sviluppa nella tranquillità. Ma anche quanto segue è vero: il carattere, e con esso l’intero essere umano e l’intera umanità, si sviluppa dentro le correnti del mondo.

𝘿𝙧. 𝙍𝙪𝙙𝙤𝙡𝙛 𝙎𝙩𝙚𝙞𝙣𝙚𝙧.
LA FRATELLANZA E LA LOTTA PER L’ESISTENZA
(da O.O. n. 54)
Berlino, 23 novembre 1905.

01/05/2026

Editoriale
Aprile 2026 — Antroposofia e rinnovamento sociale: rimettere l’uomo al centro

Viviamo una crisi sociale che non riguarda un solo ambito, ma attraversa tutti gli aspetti della vita umana: il lavoro e l’economia, l’educazione, la salute, la cultura, la convivenza civile, fino alle forme della politica e della vita spirituale. Non è una crisi “esterna” che si possa risolvere con qualche aggiustamento tecnico o con nuove regole calate dall’alto. È una crisi che tocca il modo stesso in cui l’essere umano si percepisce, si comprende e si colloca nel mondo.

In questo scenario, l’antroposofia può essere intesa come uno strumento di orientamento e di risoluzione dei problemi sociali contemporanei, non perché offra ricette pronte, ma perché invita a un rinnovamento che risponde a un’esigenza oggettiva: quella di accompagnare le spinte evolutive dell’umanità attuale, superando il persistere di forme decadenti delle istituzioni ereditate dal passato. Molte strutture sociali, nate in epoche diverse e per bisogni diversi, oggi mostrano la loro insufficienza: non riescono più a sostenere la dignità dell’individuo, né a generare fiducia, né a creare spazi reali di responsabilità e partecipazione. Quando le istituzioni diventano gusci vuoti, la società si irrigidisce; e dove la vita si irrigidisce, cresce la conflittualità.

Il punto decisivo è comprendere che il rinnovamento non è un lusso culturale, ma una necessità. Non si tratta di “modernizzare” ciò che già c’è, mantenendo intatto il modo di pensare che ha prodotto la crisi. Si tratta di ritrovare un’immagine dell’uomo più profonda, capace di fondare nuove forme di convivenza. Qui l’antroposofia porta un contributo essenziale: un approfondimento della natura umana che non riduce l’essere umano a funzione economica, a identità sociale, a appartenenza ideologica, o a semplice risultato di condizionamenti. L’uomo è un essere in divenire, portatore di un nucleo individuale che chiede di essere riconosciuto e coltivato.

Da questo punto di vista, una delle espressioni più importanti dei valori antroposofici è l’impulso pedagogico. Non perché l’educazione sia “un settore” tra gli altri, ma perché è il luogo in cui una società decide, spesso senza dirlo, quale idea di essere umano vuole servire. Se l’immagine dell’uomo è povera, anche la pedagogia diventa addestramento: produce conformismo, dipendenza, paura dell’errore, incapacità di giudizio. Se invece l’immagine dell’uomo è viva, la pedagogia diventa un’arte sociale: promuove lo sviluppo dell’individualità e delle sue capacità, sostiene la libertà interiore, educa al pensiero, al sentimento e alla volontà in modo armonico.

Questo è un punto cruciale per la nostra epoca. La crisi contemporanea non è solo mancanza di risorse o disordine politico: è anche una crisi di senso e di discernimento. La deriva ideologica, che vediamo crescere in molte forme, prospera proprio dove l’individuo non è educato a pensare con autonomia e a incontrare l’altro con reale interesse umano. Quando il pensiero si irrigidisce in slogan, quando la cultura si riduce a schieramento, quando la religione diventa bandiera identitaria, allora i conflitti non sono più incidenti: diventano struttura. E questi conflitti, nella vita religiosa e culturale, sono oggi parte essenziale della crisi geopolitica contemporanea. Assistiamo allo scontro tra religioni, ideologie e culture, e al riemergere di tensioni tra etnie: spesso alimentate da paure collettive, da ferite storiche non elaborate, e da narrazioni che trasformano l’altro in nemico.



Di fronte a tutto questo, rimettere il principio individuale al centro della vita spirituale non significa chiudersi in un intimismo privato. Significa, al contrario, inaugurare una stagione creativa e innovativa nella sfera della conoscenza e dell’operatività umana. Quando l’individualità viene riconosciuta, la vita spirituale non è più un campo di appartenenze contrapposte, ma un luogo di ricerca, di responsabilità, di verità vissuta. E da una vita spirituale rinnovata può nascere una cultura capace di dialogo reale: non un dialogo di facciata, ma un incontro in cui ciascuno porta la propria esperienza e ascolta quella dell’altro senza rinunciare alla propria coscienza.

Questo rinnovamento ha anche una dimensione politica. L’antroposofia richiama con forza il valore dell’individualità umana al di là di ogni privilegio e al di là di ogni appartenenza ideologica. In un tempo in cui la politica rischia di diventare amministrazione della paura o gestione di identità contrapposte, il compito è restituire centralità alla persona concreta: non come numero, non come categoria, non come “target”, ma come essere umano portatore di dignità e di possibilità. Una società che riconosce l’individuo non ha bisogno di uniformare; ha bisogno di creare condizioni perché ciascuno possa contribuire, con le proprie capacità, al bene comune.

L’editoriale di aprile vuole essere un invito a guardare la crisi non solo come minaccia, ma anche come soglia: una soglia che chiede un salto di qualità nel modo di pensare l’uomo e la comunità. L’antroposofia, con il suo impulso conoscitivo e pedagogico, può offrire strumenti interiori e orientamenti pratici per attraversare questa soglia: coltivando libertà di pensiero, responsabilità morale, e una nuova capacità di cooperazione.

17/04/2026

HIKIKOMORI IN ITALIA: NON È PIÙ UN FENOMENO MARGINALE, MA UN SINTOMO SOCIALE

I dati riportati dalla Cgia di Mestre e le testimonianze raccolte descrivono un quadro che non può più essere liquidato come semplice “uso eccessivo dello smartphone”. Stiamo osservando una trasformazione profonda delle abitudini cognitive, relazionali ed emotive delle nuove generazioni, che interroga direttamente scuola, famiglia e società.

Secondo la ricerca, il 79% dei ragazzi tra gli 11 e i 18 anni trascorre oltre quattro ore al giorno sui social, con una media che equivale a circa 120 ore al mese. Numeri che non indicano soltanto una quantità di tempo, ma una continuità di esposizione: lo smartphone viene sbloccato in media 120 volte al giorno, diventando un’estensione costante dell’attenzione e della percezione.

Il dato più significativo non è però solo quantitativo. È qualitativo. Il 52% dei ragazzi ha tentato di ridurre il tempo online senza riuscirci, mentre un terzo riconosce un uso eccessivo del dispositivo. Questo indica una consapevolezza già presente, ma non sufficiente a produrre autocontrollo stabile. In altre parole: il problema non è solo la mancanza di informazione, ma la forza del legame comportamentale che si è creato.

Le conseguenze emergono nei racconti diretti: difficoltà di concentrazione, alterazioni del sonno, irritabilità, isolamento progressivo. Un ragazzo su due dichiara di reagire con aggressività se interrotto nell’uso del telefono. Non si tratta di un dettaglio secondario: segnala una dipendenza funzionale alla regolazione emotiva, in cui lo schermo diventa strumento di stabilizzazione interna.

Accanto a questo, i dati sull’abbandono scolastico e sui NEET rafforzano il quadro. Nel 2022 i giovani che hanno lasciato prematuramente la scuola sono stati 465.000, pari all’11,5% della fascia 18-24 anni. Nel 2025 la percentuale scende sotto il 9%, ma resta comunque elevata. I NEET, circa 1,7 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni, rappresentano un altro indicatore: una porzione significativa della popolazione giovanile non è inserita in alcun percorso strutturato di formazione o lavoro.

Le testimonianze raccolte rendono questi numeri concreti. Un giovane di 21 anni parla di tremila ore di videogiochi in quindici mesi, fino a sviluppare sintomi fisici legati all’uso prolungato. Una ragazza di 13 anni racconta notti intere tra TikTok e YouTube, fino a non riuscire ad andare a scuola. Altri descrivono una progressiva sostituzione delle relazioni reali con quelle virtuali, fino alla perdita della distinzione tra online e offline.

Il termine “hikikomori”, nato in Giappone per descrivere forme estreme di ritiro sociale, non può essere automaticamente applicato a ogni caso. Tuttavia, indica una direzione possibile: l’isolamento progressivo non sempre avviene con la chiusura totale in una stanza, ma spesso con una presenza sociale ridotta al minimo e mediata quasi esclusivamente da dispositivi digitali.

Il punto centrale non è demonizzare la tecnologia, che resta uno strumento neutro e potenzialmente educativo, ma comprendere la struttura di dipendenza che può generarsi quando tre fattori si combinano: accesso illimitato, assenza di confini educativi chiari e fragilità emotiva o relazionale.

La questione, allora, non è solo “quanto tempo” i ragazzi passano online, ma “che tipo di esperienza di realtà” stanno costruendo. Se la realtà digitale diventa più stabile, gratificante e controllabile di quella esterna, il rischio non è semplicemente l’eccesso, ma la sostituzione progressiva.

La scuola, la famiglia e le istituzioni si trovano oggi davanti a una responsabilità che non è più rimandabile: non limitarsi alla regolazione dell’uso, ma ricostruire le condizioni per cui l’esperienza del mondo reale torni ad essere significativa, desiderabile e abitabile.

Perché il punto non è solo quanti ragazzi “si perdono”. Il punto è comprendere perché il mondo in cui vivono li rende, sempre più spesso, difficili da trattenere.

17/04/2026

Viviamo in un tempo in cui sappiamo moltissimo sul mondo, ma sempre meno su noi stessi.

Abbiamo mappe dettagliate del cosmo, conosciamo l’evoluzione della vita, possiamo persino modificare il codice genetico. Eppure, quando si tratta di comprendere il senso dell’esperienza umana — il dolore, la ricerca, la coscienza — entriamo in un territorio più incerto.

La scienza ci ha dato strumenti straordinari per osservare ciò che è fuori. Ma resta aperta una domanda: è possibile sviluppare con la stessa serietà una conoscenza di ciò che accade dentro?

Alcuni pensatori del Novecento hanno provato ad affrontare questa domanda senza rinunciare al rigore, ma ampliando il campo di indagine.

Pierre Teilhard de Chardin, ad esempio, ha osservato l’evoluzione non solo come un processo biologico, ma come un progressivo emergere della coscienza. Secondo questa prospettiva, l’essere umano non è un punto d’arrivo, ma una soglia: qualcosa attraverso cui l’universo comincia a diventare consapevole di sé.

Parallelamente, Rudolf Steiner ha proposto che la coscienza stessa possa essere oggetto di indagine, non solo filosofica ma anche esperienziale, attraverso pratiche di attenzione, percezione e sviluppo interiore.

Non è necessario accettare queste visioni come verità. È più interessante considerarle come ipotesi di lavoro.

E se l’essere umano fosse un processo in evoluzione, non solo biologico ma anche interiore?
E se la coscienza non fosse un sottoprodotto del cervello, ma una dimensione da indagare attivamente?

In questo spazio si apre un dialogo possibile tra scienza, arte e ricerca interiore.

La scienza osserva, misura, verifica.
L’arte percepisce, esprime, trasforma.
La ricerca interiore indaga l’esperienza diretta.

Tre linguaggi diversi, forse complementari.

Il punto non è scegliere in quale credere, ma imparare a muoversi tra questi livelli con consapevolezza.

Perché, in fondo, la domanda non è solo come funziona il mondo.
La domanda è: che tipo di essere umano vogliamo diventare mentre lo comprendiamo.

Margarida Tavares

Rinascita18 Accademia ARGOMENTI: L'esperienza dell'arte Collot d'Herbois, invito a lezione sperimentale 20/04/26 ore 19:00. Seminari tematici Gli Organi. Master Antroposofico Multidisciplinarietà Integrata, Sentieri Tematici e Programmi... 12/04/2026

L'esperienza dell'arte Collot d'Herbois, invito a lezione sperimentale 20/04/26 ore 19:00

Rinascita18 Accademia ARGOMENTI: L'esperienza dell'arte Collot d'Herbois, invito a lezione sperimentale 20/04/26 ore 19:00. Seminari tematici Gli Organi. Master Antroposofico Multidisciplinarietà Integrata, Sentieri Tematici e Programmi... Corso introduttivo dell'arte di Collot d'Herbois dal 2 Maggio 2026 Collot d'Herbois L'esperienza dell'arte di Collot d'Herbois è come camminare lentamente attraverso un dipinto, prendendosi il tempo di contemplare il movimento dei colori attraverso luci e ombre. Liane Collot d'Herbois ha introdotto...

04/04/2026

L’Era della Coscienza:
l’Individuo come Origine del Rinnovamento Sociale. Dalla conoscenza alla libertà, dalla dignità umana alla comunità: il percorso verso una società fondata su individui consapevoli, e solidali.
La caratteristica più autentica del nostro tempo è lo sviluppo dell’individualità. Non si tratta di un semplice processo psicologico o culturale, ma di una trasformazione profonda del modo in cui l’essere umano si percepisce e si pone nel mondo. L’individualità, infatti, non è isolamento né ripiegamento su se stessi: è la capacità di entrare in relazione cosciente con la propria interiorità e, a partire da questa consapevolezza, di entrare in relazione viva e responsabile con la realtà.
Al cuore di questo processo si trova lo sviluppo della coscienza. Senza un progressivo risveglio della coscienza, l’individualità rischia di rimanere un dato incompiuto, una possibilità non realizzata. È attraverso la coscienza che l’uomo si conosce, si orienta e si trasforma. E proprio da qui emerge il valore fondamentale della conoscenza: non come accumulo di informazioni, ma come esperienza viva, come atto interiore capace di illuminare il mondo e di dare senso all’azione.
Conoscere, in questo senso, è un atto di libertà. È il momento in cui l’essere umano si sottrae alla passività e diventa protagonista del proprio pensare e del proprio agire. Libertà e conoscenza sono quindi intimamente connesse: non esiste vera libertà senza coscienza, e non esiste autentica conoscenza senza libertà interiore.
Da questa consapevolezza nasce anche un rinnovato senso della dignità umana. Ogni individuo, in quanto portatore di coscienza, è un valore in sé, irriducibile a qualsiasi funzione o ruolo sociale. La dignità non è concessa dall’esterno, ma scaturisce dalla natura stessa dell’essere umano come essere cosciente e libero. Riconoscere questa dignità significa porre le basi per una società realmente umana.
In questa prospettiva, anche l’incontro tra gli uomini cambia radicalmente di significato.
Non più individui definiti esclusivamente da appartenenze o strutture esterne, ma persone che si riconoscono reciprocamente come centri autonomi di coscienza e di valore. Da questo riconoscimento nasce un dialogo autentico, capace di generare comprensione reciproca e un impulso concreto alla trasformazione sociale.
Si apre così la possibilità di costruire una comunità fondata su uomini liberi ed uguali. Libertà ed uguaglianza non come astrazioni, ma come condizioni reali dell’incontro umano. E solo su questa base può svilupparsi la fratellanza: non come imposizione morale, ma come espressione spontanea di una coscienza che riconosce nell’altro un proprio simile.
Se questo è il compito storico che emerge, allora anche le istituzioni devono trasformarsi. Non possono più essere strutture rigide, ereditate dal passato, ma devono diventare espressione viva della centralità dell’individualità e dello sviluppo della coscienza. Devono cioè riflettere, nelle loro forme, il riconoscimento della libertà, della dignità e della capacità conoscitiva di ogni essere umano.
Una comunità che voglia essere all’altezza delle nuove condizioni sociali non può limitarsi a proclamare principi: deve incarnarli. Ciò implica una articolazione interna capace di rispettare e valorizzare le diverse dimensioni della vita sociale. La via che si apre è quella di una struttura triarticolata, in cui libertà, uguaglianza e fratellanza trovino realizzazione concreta come forme sociali corrispondenti alle necessità oggettive del nostro tempo.
La libertà deve vivere là dove l’individuo esprime se stesso — nella cultura, nell’educazione, nella ricerca della conoscenza. L’uguaglianza deve essere garantita nelle relazioni giuridiche, dove ogni persona è riconosciuta nella sua dignità. La fratellanza deve animare la vita economica, orientandola verso la collaborazione, la responsabilità e la cura reciproca.
Rinascita 18 Accademia si colloca in questo orizzonte: non come semplice luogo di trasmissione del sapere, ma come spazio in cui la conoscenza diventa esperienza trasformativa, in cui la coscienza può svilupparsi e l’individualità può emergere come forza creativa. Perché il vero rinnovamento sociale nasce da persone che, diventando consapevoli di sé, scelgono liberamente di partecipare alla costruzione di una comunità fondata sulla dignità umana. Questo è il compito che ci attende: trasformare la coscienza in azione, la conoscenza in responsabilità, la libertà in forma sociale. Non domani, ma a partire da ora.
Margarida Tavares

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