27/08/2026
Se sparissero dall'oggi al domani gli insegnanti, gli infermieri, i medici, i netturbini, ma anche chi fa ricerca, chi preserva la memoria e il pensiero critico o chi lavora nelle cucine e nei servizi per mandare avanti la vita di tutti i giorni, la società crollerebbe nel giro di quarantotto ore.
Se invece svanissero migliaia di intermediari finanziari, consulenti di iper-fuffa o ruoli di pura burocrazia speculativa, la collettività continuerebbe a girare esattamente come prima.
Anzi, probabilmente meglio.
Eppure la curva delle retribuzioni dice l'esatto contrario.
Siamo dentro un'assurdità palese: più un lavoro è indispensabile per la vita reale e per la tenuta culturale di una comunità, meno è pagato.
Assistiamo all'impoverimento progressivo di chi cura, educa e produce cultura. Le discipline umanistiche, storici, filosofi, archivisti, traduttori, operatori culturali, sono liquidate come "inutili" o ridotte a passatempi sotto-retribuiti perché non producono un margine finanziario immediato, perchè non sono utilizzabili come strumento di controllo immediatamente come i big data. Ci si dimentica che, senza di esse, una società perde semplicemente la capacità di capirsi, analizzarsi e pensare.
Accanto a loro, persino settori iper-spettacolarizzati come l'enogastronomia nascondono una stortura identica, perchè dietro la narrazione patinata dello chef superstar o dei format TV, c'è una massa di cuochi, brigate di cucina e lavoratori della ristorazione schiacciata da orari logoranti, precarietà e paghe da fame. La ricchezza prodotta dalla loro fatica reale non resta a chi lavora, ma è risucchiata dalla rendita immobiliare, dalle piattaforme o dai grandi marchi.
Intanto, fiumi di denaro si concentrano in ruoli a zero valore aggiunto, mansioni che non producono alcuna ricchezza reale, ma si limitano a estrarla, intercettarla o redistribuirla all'interno di piccolissime bolle di prossimità.
Non è una sensazione passeggera, ma la deformazione strutturale dell'economia contemporanea.
Mariana Mazzucato, ne "Il valore di tutto", individua il punto esatto in cui il meccanismo si è rotto: abbiamo del tutto perso la capacità di distinguere tra chi il valore lo crea e chi si limita ad estrarlo.
Il mercato oggi non premia la costruzione del benessere o del patrimonio culturale collettivo, ma la capacità di posizionarsi sui nodi strategici della rendita, dell'iper-intermediazione e della finanza. Abbiamo sostituito la generazione di profitto con la creazione di valore.
È la sintesi di quello che David Graeber definiva il grande inganno dei Bu****it Jobs: una galassia di ruoli che esistono solo per autoperpetuarsi e far girare ricchezza tra pochi.
Ancora: la legge di Graeber è spietata e dice che più una professione aiuta concretamente gli altri o arricchisce la vita reale, meno il sistema è disposto a retribuirla.
Il risultato è che stiamo punendo chi fa funzionare la società e premiando chi la prosciuga.
Un modello economico che toglie risorse e dignità salariale a chi produce il valore reale, che sia la cura di un malato, l'insegnamento o la fatica quotidiana davanti a un fornello, per gonfiare chi vive di rendita, sta semplicemente consumando le proprie fondamenta. Finché continueremo a valutare il peso di una professione dal margine di speculazione anziché dall'impatto reale che lascia sulle persone e sul territorio, non avremo un semplice problema di stipendi. Avremo un sistema che si sgretola da solo.
L'Europa è esangue anche per questo.
nb: Noi del "G8" lo dicevamo che sarebbe andata così... avevamo ragione
Andrea De Sanio
Filosofo