14/05/2019
Il tipografo a caratteri mobili
Eccolo qui il gruppo delle vocali, qui la scatolina contenente i tasselli A, lì le E, poi le I…eccole finalmente le U
AI, AIO, aiU, AIUO, AIUOLA …quante vocali ha questa parola!
Tassellini di metallo, un po’ sporchi di inchiostro, venivano disposti su una specie di lavagna, un telaio. Su ognuno di essi era incisa una lettera. Le scanalature posteriori del tassello permettevano alla letterina di essere fissata, sfiorandola con il dito la parola compariva al tatto, in bassorilievo.
In un’aula sopra ad un tavolone gigante, c’era una struttura futurista, incrostata e grassa, pregnante di odori di stampa e composta da parti stridulanti. Anche il nome dello strano oggetto sferragliava suoni composti, che sapevano di tecnica affascinante: era un tipografo a caratteri mobili.
Per la conclusione delle attività scolastiche, le maestre avevano deciso di creare un libro che conteneva il percorso dell’anno. E in prima elementare si trattava della scoperta del nostro mondo naturale e sociale: il villaggio.
Avremmo raccolto i pensierini di ognuno e di Tutti e poi li avremmo ciclostilati. Un pensiero al foglio, ripetuto per ogni bambino. Ognuno di noi avrebbe disegnato l’immagine del contenuto scritto. Qualche adulto li avrebbe rilegati. Infine c’era la copertina: un disegno del villaggio creato da uno di noi sarebbe stato riprodotto con la tecnica della stampa a linoleum.
Funzionava così: ogni settimana un gruppetto di bambini andava nella tipografia e componeva il pensierino assegnato. Comporre le parole, orientare le lettere, sceglierle era un’attività che richiedeva grande attenzione e concentrazione. Le parole venivano pensate dritte e intelaiate a rovescio: nel compositoio le lettere andavano sistemate all’incontrario, da destra a sinistra. Ribaltate come un calzino. Tra una parola e l’altra le maestre valorizzavano l’impegno con una meravigliosa concessione: la scivolata dalle scale. Ci si divertiva tanto: scivolare dalla tipografia che si trovava al primo piano, al piano terra lungo tutta la scalinata. Quella volta i gradini erano lucidi, marmorei e ben arrotondati e i grembiuli permettevano scivolate velocissime..ruzzolavamo alla grande al capolinea, in fondo alla scala formando un bel mucchio di testa, braccia e piedi qui e lì, davvero uno spasso!
In questo modo chi aspettava a mettere le letterine, non si annoiava e chi invece, creava la parola, poteva impiegarci il tempo di cui aveva bisogno, in tutta tranquillità.
Per comporre una parola, infatti, la dovevi osservare molto attentamente. Dovevi scegliere la lettera dal mucchietto giusto. La prendevi tra le mani, te la rigiravi e la sentivi, in tutte le sue aste e curvature tra le dita. Dovevi fare attenzione a prendere le lettere maiuscole o minuscole. Poi la dovevi fissare al rigo inciso, dal lato giusto. Un vero esercizio di scrittura! Quella parola che scomponevi e poi componevi con i cubetti…non te la saresti più dimenticata!
Per comporre un pensiero forse passava qualche ora, forse l’intera mattinata, è difficile dirlo ora, da adulta. Per fortuna in prima elementare i pensierini erano brevi – avevamo appena imparato a scrivere e a comunicare - e le frasi corte..ben si adattavano al nostro essere tipografi principianti. Al CEIS in effetti sperimentavi sempre che ogni cosa era proporzionale alle tue tappe e dimensioni, allo spazio e al tempo. Non eri consapevole della straordinarietà di questa orchestrazione perché per te era la normale armonia dei ritmi: di lavoro, del tamburello, del tuo divenire e dei tulipani che vivevano nell’aiola,..no aiuola.
Quando il testo era completato, lo si suggellava con un bel punto. Poi si scriveva il nome dell’autore. Si apriva la fase finale. Quella era la più delicata. Unguentare il tutto con l’inchiostro, apporre dritto e preciso un bel foglio e infine matarellarlo sopra..un’unica volta.
Che meraviglia.. sulla carta appariva quella parola inchiostrata d’azzurro: l’aiuola aveva preso un altro tipo di vita.
I grembiuli servivano da portieri di schizzi e le maniche si improvvisavano straccetti veloci. Alla fine infatti si puliva e qualcuno distratto scambiava, nel servizio, strofinacci ai grembiuli. Non c’era problema: le mamme lo sapevano che dal villaggio non si tornava senza verde d’erba, fango di campetto sassolini in tasca ed ..inchiostro..imparavano di certo tutti i segreti del lavaggio e del rammendo!
Lilli