18/08/2026
La promessa della tecnologia era liberare tempo. Per molti lavoratori europei è successo il contrario: iperconnessione, digitalizzazione e cultura della reperibilità allungano la giornata oltre l’orario previsto dal contratto, e la flessibilità si è trasformata in disponibilità permanente.
Un recente rapporto di Eurofound segnala che un lavoratore su cinque nell'Unione europea dichiara di “essere contattato per motivi di lavoro al di fuori dell'orario lavorativo diverse volte al mese”. Gli analisti della Fondazione di Dublino hanno applicato questo dato alla forza lavoro dell'Ue (dati aggiornati alla fine del 2024) e hanno calcolato che “si tratta di circa 39,4 milioni di lavoratori".
“Per un numero significativo di lavoratori - si legge nel rapporto -, la giornata lavorativa si estende oltre l'orario concordato contrattualmente, e alcuni lo sperimentano con tale frequenza da sentirsi come se fossero costantemente in stato di reperibilità”.
La promessa tradita - ed è questo il punto che evidenzia Eurofound - dipende dal fatto che telelavoro, smart working e altre forme di flessibilità digitalizzata “non producono automaticamente un miglior equilibrio tra lavoro e vita privata”. O almeno non lo fanno quando “la flessibilità è guidata dalle esigenze dell'impresa anziché da quelle dei lavoratori”. È così che esplode il fenomeno dello spillover, ossia il trasferimento delle attività lavorative nella sfera privata: mail, messaggi, telefonate, riunioni online e attività amministrative svolte fuori dall'orario di lavoro.
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