18/08/2026
💥 SEI IL TUO SINTOMO?
Sto lavorando con una persona che convive da tempo con un disagio fisico molto presente.
Talmente presente che, piano piano, ha cominciato ad occupare molto più del suo corpo.
Ha modificato le sue giornate.
Ha rallentato il lavoro.
Ha condizionato alcune scelte.
Ha ristretto il suo spazio di libertà.
Ha provato tante strade per liberarsene.
Eppure il sintomo è ancora lì.
Così, nel nostro lavoro, a un certo punto abbiamo spostato lo sguardo.
Siamo passati da:
“Come facciamo a mandarlo via?”
A:
“Cosa succede quando arriva?”
Cosa fai?
Come respiri?
Quanto, come e dove ti irrigidisci?
Quanto spazio della tua attenzione si prende?
Cosa smetti di fare per paura che arrivi?
Quanto della tua giornata comincia ad essere organizzato intorno a lui?
Certo che vorremmo che il sintomo sparisse.
Quando qualcosa ci fa stare male è naturale desiderare di liberarcene.
Ma se, almeno per ora, non accadesse?
E se la nostra reazione al sintomo peggiorasse la situazione?
E se fosse proprio lì lo spazio in cui imparare qualcosa di nuovo?
Rilassarsi invece di irrigidirsi.
Respirare invece di trattenere.
Allargare l'attenzione invece di concentrarla tutta sul sintomo.
Continuare a scegliere invece di organizzare la propria vita intorno alla paura.
Allenare, insomma, una postura diversa davanti a ciò che non possiamo controllare.
Stiamo lavorando proprio lì.
Sulla paura.
E, soprattutto, sulla possibilità di recuperare spazio di scelta.
Perché il sintomo potrebbe cambiare, diminuire, magari andarsene.
Oppure no.
Questo non possiamo saperlo.
Ma possiamo chiederci:
quanto potere gli sto lasciando sulla mia vita?
Questa riflessione non riguarda soltanto i sintomi fisici.
Possiamo diventare “quella con l'ansia”.
“Quello con il mal di schiena.”
“Quella che non dorme.”
“Quello che ha paura.”
Fino a delegare a qualcosa che abbiamo il definire chi siamo.
E allora forse una delle domande da cui partire è molto semplice:
Tu sei il tuo sintomo?
O c'è ancora una parte enorme di te che aspetta di tornare ad avere spazio?