01/06/2026
Pubblichiamo in allegato i testi greci dei due passi di Platone ed Euripide che il prof. Camillo Neri commenterà nel suo intervento dal titolo "Tra Theuth e Palamede: i pericoli della τέχνη" in apertura della cerimonia di premiazione del XV Agone Placidiano (Teatro Rasi, mercoledì 3 giugno ore 17).
Qui di seguito due traduzioni.
Platone, Fedro, 274c-275b (trad. G. Reale):
SOCRATE – Ho udito, dunque, narrare che presso Naucrati d’Egitto c’era uno degli antichi dèi di quel luogo, al quale era sacro l’uccello che chiamano Ibis, e il nome di questo dio era Theuth. Dicono che per primo egli abbia scoperto i numeri, il calcolo, la geometria e l’astronomia e poi il gioco del tavoliere e dei dadi e, infine, anche la scrittura. Re di tutto quanto l’Egitto a quel tempo era Thamus e abitava nella grande città dell’Alto Nilo. Gli Elleni la chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano Ammone il suo dio. E Theuth andò da Thamus, gli mostrò queste arti e gli disse che bisognava insegnarle a tutti gli Egizi. E il re gli domandò quale fosse l’utilità di ciascuna di quelle arti, e, mentre il dio gliela spiegava, a seconda che gli sembrasse che dicesse bene o non bene, disapprovava oppure lodava. A quel che si narra, molte furono le cose che, su ciascun’arte, Thamus disse a Theuth in biasimo o in lode, e per esporle sarebbe necessario un lungo discorso.
Ma quando si giunse alla scrittura, Theuth disse: «Questa conoscenza, o re, renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza».
E il re rispose: «O ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora tu, essendo padre della scrittura, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. Infatti, la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché, fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria.
«Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza, non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre, come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben diffìcile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti».
Euripide, Palamede, fr. 578 Kannicht (trad. C. Neri)
Questi rimedi – dico – dell’oblio, io solo li ho drizzati,
con voce e senza voce, nella composizione delle sillabe,
ed ho dischiuso agli uomini la piena conoscenza delle lettere:
sicché se uno è assente, anche al di là della piana del mare
di tutto quel che accade laggiù, per casa, sia bene informato, 5
ed ai suoi figli, ovunque si trovi mentre muore, la misura
delle ricchezze dica per iscritto, e chi riceve sappia.
Le controversie che sfociano in lite – per gli uomini, sciagure –
basta a dirimerle una tavoletta, e non lascia mentire.